La poetica di Alberto Pellegatta

Alberto Pellegatta

di Lorenzo Mandelli

Ogni libro elegge i propri lettori. “Ipotesi di felicità” (Mondadori), terzo volume in versi di Alberto Pellegatta che raccoglie una cinquantina di poesie divise in cinque «parti autonome e parziali», elegge il lettore che sa, per dirla con Rimbaud, che bisogna essere assolutamente moderni o – aggiungeremo – post-moderni. L’altro lettore, quello che il libro si diverte a depistare con ironia e arguzia, è invece colui che crede che il linguaggio, perfino quello poetico, debba essere un codice trasparente, monolitico e denotativo a servizio della realtà. Il poeta parla chiaro: «L’autore qui presente inciampa nel guaio e nel fallimento / non è più attendibile ma prendendo la rincorsa / vuole dirti qualcosa».
Similmente al celebre fail better di Beckett, la poetica di Alberto Pellegatta si innesta su un fondamentale scetticismo della parola da un lato e sull’incapacità di non dire dall’altro, come emerge nell’ultima, eponima sezione della raccolta, un poemetto la cui composizione e esattezza emotiva testimoniano la maturità poetica dell’autore: «Non basta questa superficie / se pure si allungasse in un miracolo». Tale coscienza del fallimento del linguaggio, tuttavia, non è un corollario della poesia; tutt’altro, ne è la prerogativa, la rende oggi possibile. Di qui la libertà immaginifica, il divertissement del gioco, la meta-poesia, la gioia della letteratura, che trovano la loro massima espressione nella sezione centrale della raccolta, «Zoologiche», un satirico bestiario del nostro tempo. Proprio perché cosciente del fallimento, il linguaggio si spinge versyo il supremo, puro piacere della propria formulazione: «Togliti la giacca per entrare in questa poesia / siamo qui solo per l’italiano e avremo aerei sufficienti». Come aveva già dimostrato ne L’ombra della salute (in appendice a questa edizione), la voce del poeta italiano ha la rara abilità di oscillare tra la sarcastica schiettezza tipicamente nordica di alcuni versi che sembrano strappati al vociferare metropolitano e l’estetica della delicatezza lessicale, il chirurgico nominare immagini e cose. Un connubio che rende il libro stratificato e prismatico.
In un articolo su internet l’autore si chiedeva perché, a dispetto di decenni di arte astratta, siamo ancora così restii a accettare una poesia svincolata da narrazioni e mimetismi. Questa Ipotesi di felicità è allora, forse, l’ipotesi di un linguaggio finalmente pittorico, non più narrativo: «Come scriveremo tra decenni / – in codice, senza verbi – / pressioni di cerbiatti sulla neve». Chi vorrà unirsi a quel noi, se capace, lo farà. Alberto Pellegatta, nel frattempo, ci ha dimostrato che è possibile.

Commenti

  1. In fondo l’annoso problema: a che serve l’arte in generale e, nello specifico, la poesia. Deve avere un senso, dire cose, fornire conoscenza…o, al contrario, essere un gioco, un gioco serio quanto si vuole, ma pur sempre un gioco il quale, alla fine, se si “entra” nel meccanismo del gioco ed esso piace, può divertire anche, ma restare un gioco, un bel dire ma senza nulla dire… -se non si voglia prendere il “bel dire” come senso stesso e unico del dire…

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