Papusza, “Canto romanì”

Papusza, Bronislawa Wajs, 1908-1987

CANTO ROMANÌ CON PAROLE USCITE DALLA TESTA DI PAPUSZA

Il bosco mi ha allevata come ramo dorato,
in tenda romanì simile a un fungo.
Amo il fuoco più della mia vita.
Venti impetuosi e lievi
cullarono la bimba romanì.
La spinsero come trottola in giro…

Le piogge mi asciugarono le lacrime,
il Sole – aureo padre romanì –
m’ha il corpo riscaldato
e l’anima abbronzato.
Dalla fonte azzurra forza ho tratto,
i miei occhi ho sciacquato…

L’orso i boschi frequenta
come l’astro argenteo;
del fuoco il lupo si spaventa,
i roma non tormenta.
La romnì nel bosco si va a perdere,
il cavallo romanì ode nitrire,
che i gaggi fa svegliare,
il cuore romanì fa rallegrare.

Lo scoiattolo nella tana romanì
ha noci da addentare.
Oj, che piacere vivere,
il bosco ascoltare!
Oj, che bellezza
tutto questo vedere!
Oj, che piacere,
mirtilli, lacrime romanì, cogliere.

Oj, che piacere vivere,
di notte gli uccelli sentir cantare!
Oj, che bellezza
nel bosco, vicino alla tenda romanì,
canta una pupa per sé, un gran fuoco arde!

Oj, che bello: gente, potete udire
da lungi il canto pasquale degli uccelli,
il pianto di bimbi, danza e canto
di ragazzi e ragazze!

Oj, che piacere vivere,
di notte lungo il fiume andare,
i pesci freddi come acqua gelata
con le mani abbracciare.

Oj che piacere i funghi raccogliere,
il proprio amore nutrire,
patate al focolare arrostire…

Già aspetta sul prato il cavallo romanì
la partenza del carro.
Oj, che piacere le notti vegliare,
sentire rane che splendide cantano.

Chioccetta, pigolio stellare e Carro
in cielo ai roma il futuro predicono.
L’astro argenteo,
padre degli avi indiani,
luce viene a portare,
nella tenda entra i bimbi a scrutare,
il suo lume aiuta la romnì
il pannolino al bimbo a cambiare.

Oj, che piacere il cielo ammirare,
nel cuore i suoi fiori azzurri cogliere.
Oj, che piacere,
scuri occhi e viso da baciare,
oj, che bello udire il bosco stormire,
cantarmi le sue arie.

Oj, che piacere: i fiumi fluiscono,
il cuore mi rallegrano.
Oj, che piacere guardare il fondo
della signora-fiume, e a lei tutto confessare.
Chi mi potrà capire?

Solo boschi e acque.
Quello che qui racconto
è tutto tutto da un pezzo trascorso,
tutto tutto da un pezzo scomparso,
anche la gioventù.

Papusza (Bronislawa Wajs, 1908-1987)
Traduzione di Mariagrazia Pelaia, 2016, dalla versione di Jerzy Ficowski in polacco, 1950-51, tratta dal tomo da lui curato: Papusza, Lesie ojcze mój, Nisza, Varsavia 2013, pp. 51-54. Con raffronto sull’originale in lingua romanì polacca tratto da: Jerzy Ficowski, Cyganie na polskich drogach, III edizione ampliata, Wydawnictwo Literackie, Cracovia-Wrocław 1985, pp. 257-8.

PIEŚŃ CYGAŃSKA Z PAPUSZY GŁOWY UŁOŻONA
(gili romani Papuszakre szerestyr utchody)

W lesie wyrosłam jak złoty krzak,
w cygańskim namiocie zrodzona,
do borowika podobna.
Jak własne serce kocham ogień.
Wiatry wielkie i małe
wykołysały Cyganeczkę
i w świat pognały ją daleko…

Deszcze łzy mi obmywały,
słońce, mój ojciec cygański, złoty,
ogrzewało mnie
i pięknie opaliło mi serce.

Z modrego zdroju nie czerpałam sił,
tylko przemyłam oczy…
Niedźwiedź po lasach się włóczy
jak srebrny księżyc,
wilk boi się ognia,
nie ugryzie Cyganów.

Cyganeczka daleko wędruje po lesie,
rży cygański koń,
budzi obcych,
raduje cygańskie serce.
Wiewiórka na cygańskiej budzie
orzechy gryzie.

Oj, jak pięknie żyć,
słyszeć to wszystko!
Oj, jak pięknie
widzieć to wszystko!

Oj, jak pięknie
czarne jagody zbierać
jak cygańskie łzy!
Oj, jak pięknie żyć,
na Wielkanoc słuchać pieśni ptaków!

Oj, jak pięknie przy namiocie,
śpiewa sobie dziewczyna,
płonie wielkie ognisko!
Oj, jak pięknie, ludzie, z daleka
wielkanocnych pieśni ptaków słuchać,
kwilenia dzieci, i tańca, i śpiewania
chłopaków i dziewczyn.

Oj, jak pięknie żyć,
nocami chodzić nad rzekę,
ryby zimne jak chłodna woda
chwytać w ręce!

Oj, jak pięknie grzyby zbierać,
miłość nieść,
ziemniaki piec w ognisku…
A koń cygański już czeka na murawie,
kiedy wóz będzie gotów do drogi…

Oj, jak pięknie nocami bez snu
słuchać, jak żaby ślicznie przygrywają!
Na niebie Kura z Kurczętami
i Cygański Wóz
całą przyszłość Cyganom wróżą,
a srebrny księżycuszek,
ojciec indyjskich pradziadów,
światło nam niesie,
w namiocie przygląda się dzieciom,
Cygance służy swym światłem,
żeby dziecko jej przewinąć było łatwiej.

Oj, jak pięknie spoglądać w niebo,
niebieskości jego różne w sercu ciułać!
Oj, jak pięknie
czarne oczy, smagłą twarz całować!

Oj, jak pięknie szumi nam las –
to on mi śpiewa piosenki.
Oj, jak pięknie odpływają rzeki,
to one mi serce cieszą.
Jak pięknie wpatrzeć się w toń rzeki
i powiedzieć jej wszystko.

Bo nikt mnie nie zrozumie,
tylko lasy i wody.
To, co tu opowiadam,
wszystko, wszystko już dawno minęło
i wszystko, wszystko ze sobą wzięło –
i moje lata młode.

1950/1951

DUE PAROLE DI ACCOMPAGNAMENTO ALLA VERSIONE DEL “CANTO ROMANÌ” DI UNA BAMBOLA FIGLIA DEL BOSCO E AMICA DELLA SIGNORA-FIUME

A far conoscere negli anni Cinquanta dello scorso secolo Bronisława Wajs detta Papusza   (1908 o 1910-1987) nel suo paese, la Polonia, è stato un poeta etnologo, per varie traversie (la persecuzione politica del nuovo governo comunista) diventato studioso della cultura zingara polacca: Jerzy Ficowski (1924-2006). Grazie a lui e per diretto interessamento di un altro famoso poeta, Julian Tuwim (1894-1953), per la prima volta una poetessa e cantante romanì (cercherò di evitare il termine ‘zingara’, oggi in odor di razzismo, anche se talvolta ne farò uso, in citazione e in qualche altro raro caso) ha tra- scritto e pubblicato le sue opere riscuotendo il consenso della critica, del pubblico e dei colleghi, tanto da essere anche accolta nell’Unione degli scrittori polacchi.
Papusza è il soprannome con cui la poetessa è conosciuta in Polonia, vuol dire ‘bambola’, ‘bamboletta’, e le venne dato per la sua bellezza. Il soprannome è un uso comune nella cultura rom e con questo è oggi conosciuta.
La sua prima raccolta è Pieśni Papuszy (Le canzoni di Papusza), a cura di Jerzy Ficowski, Ossolineum, Breslavia 1956. La seconda e ultima è Pieśni mówione (Canzoni parlate), sempre a cura di Ficowski, Łódź, Wydawnictwo Łódzkie, 1973. Ficowski è autore di varie monografie: Cyganie Polscy. Szkice historiczno-obyczajowe (Zingari polacchi. Appunti di storia e costume, Varsavia, Państwowy Instytut Wydawniczy 1953) e Cyganie na polskich drogach (Zingari sulle strade polacche, 1965, 1985, 2013; cito dall’edizione del 1985, un capitolo è dedicato a Papusza), le prime opere documentarie uscite in Polonia sull’argomento.

Purtroppo il successo di Papusza fu episodio di breve durata e causa della sua sventura e declino personale: venne accusata da fratelli e sorelle del suo popolo di tradimento per aver rivelato ai gaggi, i non zingari, i loro segreti e condannata come impura all’esclusione da parte della massima autorità, lo Sharo Baro. Nel saggio di Isabel Fonseca (Seppellitemi in piedi. In viaggio con i gitani attraverso l’Europa, Milano, Mondadori, 2008) ci viene suggerita una possibile chiave di lettura dell’inconsueta spietatezza della condanna, la menzogna (perlomeno nel passato) è per questo popolo un sistema di sopravvivenza in un mondo ostile e quindi la tutela del segreto è sacra: “Gli zingari mentono. Mentono un sacco, più di frequente e con maggiore inventiva di qualunque altro popolo. Non tra di loro, ma ai gaje. Generalmente senza malizia. Nel suo insieme, mentire è una faccenda benevola. Gli abbellimenti hanno lo scopo di procurare piacere. Desiderano dirti quel che immaginano tu voglia sentire. Vogliono divertirti e divertirsi: qualcosa che va oltre l’ospitalità. È un’arte. […] Comunque, le menzogne come è ovvio sono destinate anche a ingannare. Anzi, l’inganno, e più è garbato meglio è, viene considerato un dovere. ‘Noi non vogliamo che lei sappia’ aveva detto l’insegnante di romane. ‘Parlava in realtà di sopravvivenza’ ” (p. 26).

A dire il vero Ficowski aveva frequentato il tabor (lettalralmente ‘carro’, per estensione tutto il gruppo che in esso viaggia, solitamente unito da parentela o amicizia) di Papusza e avuto informazioni da tutto il gruppo, nel libro che riporta la sua esperienza la poetessa occupa solo una minima parte. Ma lui la incoraggia a trascrivere le poesie improvvisate per il canto e poi si interessa alla sua pubblicazione. E così che sono arrivati a noi i componimenti di una romnì autodidatta che con testardaggine da ragazza ha voluto imparare a leggere e scrivere, nonostante la contrarietà e diffidenza dei genitori e lo scherno del suo gruppo. Un personaggio di straripante creatività e umanità, che rubando galline e leggendo il futuro ai gaggi svoltava la giornata e riusciva a pagare i suoi più for- tunati amici che andavano a scuola per farsi spiegare il mistero della scrittura. E poi anche una bottegaia ebraica con cui era diventata amica (l’episodio è riportato da Laura Quercioli a tinte vivide nel suo 101 storie ebraiche che non ti hanno mai raccontato, Roma, Newton Compton, 2011, pp. 115-117). Con fiera cocciutaggine Papusza ha imparato a leggere e letto con passione tutto quello che trovava nelle biblioteche. Le poesie inizialmente erano canzoni che improvvisava per sé, che can- tava da sola nel bosco rifacendosi a una tradizione di canto orale. Con lei per la prima volta si inaugura una tradizione poetica romanì scritta e i motivi tradizionali si trasformano in spunti più originali e individuali.

Peccato che dopo la pubblicazione e il successivo isolamento e disprezzo della sua comunità Papusza arrivò a pensare che imparare a scrivere era stata la sua disgrazia e distrusse molte sue poesie, pare 150… Pian piano ci si dimenticò di lei, ma negli ultimi anni in Polonia grazie di recente al film dei coniugi Krauze (Papusza, 2013) e al libro di Angelika Kuźniak (Papusza, Wołowiec, Wydawnictwo Czarne, 2013) sembra che stia nascendo un rinnovato interesse. Nello stesso anno è uscita anche una scelta di poesie, a cura di Ficowski, sopra citata che contiene la poesia qui tradotta. Il mio incontro con lei nasce sull’onda di questa congiuntura.

A Papusza sono arrivata dopo una lunga pausa di frequentazione con la cultura polacca. L’interesse si è riattivato dopo aver ripreso in mano alcuni progetti di traduzione letteraria che avevo accantonato tanti anni fa (uno di recente pubblicato da Stampa Alternativa: Stefan Grabiński, Il demone del moto. Racconti fantaferroviari, 2015, e altri in corso di lavorazione). Mi sono incuriosita della nuova realtà culturale e ho cercato di colmare il tempo perduto. Nel corso di questo recupero, che ha riguardato anche la sfera della cultura popolare, mi ha affascinato una cantante di nome Kayah e gironzolando in Youtube facendo una ricerca a suo nome, mi sono imbattuta nel trailer del film che ha portato sullo schermo cinematografico la storia di Papusza. La musica che scorre sulle scene in bianco e nero del film girato dai coniugi Krauze è una melodia di Jan Kanty Pawluśkiewicz sulla poesia di Papusza Kicy Bidy i Bokha (Tanta fame e miseria…), un verso della poesia Lacrime sanguinanti, un frammento della quale è stato musicato. In questo brano musicale si ricama un duetto fra la voce di Kayah, moderna e pop ma con solida formazione jazz, blues e popolare (fra cui le tradizioni kletzmer ed ebraiche dell’Europa centrale), e Elżbieta Towarnicka, soprano, già udita nei film di Kieślowski sulle musiche di Preisner. Questa musica mi ha spinto nel mondo di Papusza, figlia dei boschi e delle ‘fiumesse’, e così ho cominciato a cercare informazioni in internet e finalmente ho letto le sue poesie e alcuni saggi. Sono arrivata quindi alla sua poesia atipica con un percorso multimediale e anomalo all’ombra della cultura polacca, ed è stato amore a prima vista.

Non avevo mai letto versi così limpidi e struggenti in onore della natura e della vita, dei suoi aspetti più semplici e profondi. Sono rimasta colpita come Tuwim dalla profondità poetica, pur nella forma semplice ed essenziale. E non conoscendo la lingua romanì mi sono cimentata con la versione polacca per poterla leggere al convegno “La parola ai bambini e ai poeti” nel 2015, organizzato dal servizio educazione ambientale del parco dei Monti Lucretili, per il quale ogni anno preparo da circa un decennio la traduzione di una poesia legata al mondo della natura e del selvatico. La poesia di Papusza mi è sem- brata una grande occasione pedagogica, dato che purtroppo del popolo rom che vive in Italia da circa 600 anni si sa molto poco e la visione che prevale è quella dettata dal pregiudizio e dalla disinformazione. Il suo messaggio ecologista di con- vivenza e scambio con il bosco, la ‘fiumessa’ e i loro abitanti non umani è avanzatissimo e toccante.

Papusza, ovvero Bronisława Wais, è nata fra il 1908 e il 1910, data e luogo incerti, probabilmente i dintorni di Lublino. Negli anni di guerra per le persecuzioni naziste (la shoah zingara, porraimos, è meno nota ma altrettanto efferata) si rifugia con la sua kumpania nei boschi dell’Ucraina occidentale, lasciandone toccanti testimonianze liriche. Dopo la pubblica- zione del libro di Jerzy Ficowski sugli zingari polacchi e la prima raccolta dei suoi versi da lui curata riceve una pubblica condanna da parte della sua comunità ed entra in un periodo psichicamente e fisicamente tragico. Storicamente deve an- che affrontare lo stanziamento coatto richiesto dal governo comunista al suo popolo… Suo marito Dionizy sarà sempre al suo fianco, pur molto più anziano e infine bisognoso a sua volta di assistenza, e con lui Ficowski (almeno fino a un certo punto) e l’Unione degli scrittori. E poi dovrà affrontare anche il distacco dell’amato figlio adottivo, Tarzan. Non tornerà più la Papusza dei tempi d’oro, della vita nomade nei boschi con il suo tabor, la musica delle arpe, i canti improvvisati per se stessa, il suo lavoro di chiromante: sarà prigioniera come un uccellino in gabbia nel paesino di Gorzów Wielkopolski con diversi episodi di internamento in centri psichiatrici… Morirà nel 1987 a Inowrocław, ormai vedova e ospite in casa di sua sorella negli ultimi anni della sua vita.

In Italia si parla di Papusza a partire, per quanto sono riuscita a ricostruire con le ricerche bibliografiche e sitogra- fiche, da un articolo uscito nella rivista “Lacio Drom”, che contiene diverse traduzioni poetiche (fra cui anche la poesia qui proposta in una nuova versione) e brani tratti dalle sue memorie, suddiviso in due puntate apparse nel 1968 (Numeri 3 e 4/5), a cura di Petru RadiUa. Suppongo sia una traduzione diretta dal romanì, ma non vi sono notizie esplicite al propo- sito. La cosa stupefacente di questo articolo è che RadiUa la presenta come poetessa zingara sì ma romena, come Papuşa, con opportuna modifica grafico-fonetica al nome… e l’autore asserisce anche di essere con lei in collegamento epistolare… Effettivamente la poetessa all’epoca era vivente, forse proprio nel periodo delle sue peripezie psichiatriche, ma dalla Polonia non credo sia mai uscita (a parte la parentesi ucraina durante la seconda guerra mondiale), perlomeno da quanto risulta dalle fonti biografiche. Non sono riuscita a trovare altri dati su Petru Râdiþâ. La questione richiederebbe ulteriori indagini. Sempre in “Lacio Drom”, nel n. 5 del 1987, sono pubblicati Canto zingaro e Terra mia, tradotti da Mirella Karpati, con una breve nota.

Infine nel libro di Isabel Fonseca, Seppellitemi in piedi, una panoramica sulla questione zingara in Europa, c’è un intero capitolo dedicato alla poetessa. E troviamo anche la traduzione della chiusa finale di Canto zingaro (nessuno mi capisce, / tranne la foresta e il fiume. / Ciò di cui parlo / si è dissolto / e con esso tutto se n’è andato… / anche i giovani anni).

Sul web si trovano alcune versioni di Paolo Statuti con un breve testo: https://musashop.wordpress.com/tag/papusza-tradotta-da-paolo-statuti/ (26 febbraio 2014).

Scrive di lei Wisława Szymborska recensendo il suo primo tomo di poesie nel 1956: “E qui una sorpresa – dove sono in queste canzoni gli orpelli folkloristici, le predizioni, le male- dizioni, i riti magici, le misteriose notti di luna? Esotismo? Sì, certo, esotismo, ma lo troviamo solo là dove la poetessa parla del bosco, del sole, degli uccelli. Questa intimità con il bosco che esprimono le sue canzoni non si trova nella poesia popolare polacca” (Angelika Kuźniak, Papusza, cit., p. 160, mia traduzione).

Lei stessa si era definita una “sirena del bosco” (Andrzej Sochaj, Bronisława Wajs-Papusza. Życie i twórczość, Szcze- cin, Związek Romów Polskich-Instytut Pamięci i Dziedzictwa Romów oraz Ofiar Holokaustu, 2013, p. 6).

In rete si possono trovare vari documentari sulla vita di Papusza, che contengono anche interviste alla stessa e a Ficowski, fra cui il film di Greg Kowalski, del 1991, con sot- totitoli in inglese.

ALCUNE NOTE DI TRADUZIONE

Normalmente cerco di tradurre testi che non sono in versione da altra lingua. Si perde già tanto nella navigazione da una lingua all’altra… se ci mettiamo anche altri intermediari… Trattandosi di una poetessa che parla una lingua forse non così rara, quanto negletta e quindi raramente presente nella scelta didattica, e avendola conosciuta per mediazione linguistica di una cultura non così facilmente accessibile, quale quella polacca, ho deciso di tentare il “periglioso guado”, confortata anche dall’esempio di Joyce Lussu, che animata da passione di conoscenza ha superato terribili baratri linguistici ed è ri- uscita a tradurre poeti di cui non conosceva minimamente la lingua (curdi, turchi, eschimesi eccetera), facendosi spiegare in modo a lei comprensibile da loro stessi (trovando un mezzo linguistico comune) il contenuto e il messaggio. Io ho chiesto aiuto a Jerzy Ficowski che ha conosciuto personalmente Pa- pusza, divenendole amico.
Nel saggio Tutte le strade mi portano a casa, a cura di Ornella Vita Palmisano e Ira Panduku (Treviglio, Zephyro Edizioni, 2012), la vita di Joyce Lussu, poetessa-traduttrice, è sensibilmente ripercorsa analizzando le motivazioni della sua appassionata opera. La Lussu non è interessata alle singole culture e lingue, ma proprio al poeta e al suo messaggio. “Tutti i poeti sono traducibili, purché il traduttore abbia qualcosa in comune con loro” (da Tradurre poesia, Roma, Robin Edizioni,1998, cit. a p. 32). Con Papusza ho in comune una visione ecopacifista, il sentimento di essere figlia della Terra e di condividere la sua sorte insieme al mondo vegetale e animale con cui instauro un rapporto ecocentrico. Le poesie o meglio i poeti e le poetesse che traduco esprimono questa visione. Come continua a citare il saggio di Palmisano e Panduku: “Forse la poesia è proprio questo: portare dentro di sé un mondo che non c’è – ma che ci dovrebbe e ci potrebbe essere – migliore” (p. 35).

Il richiamo di questa “poetessa maledetta” (la nostra, come la definisce Julia Hartwig) che ama la natura e al tempo stesso la cultura e il sapere con tutta se stessa, che ha perso la prima e non ha mai ottenuto i secondi, è stato troppo forte. A mio parere però Papusza è una “poetessa benedetta”, dato che il suo canto è sempre limpido e riconoscente verso le potenze naturali in cui è cresciuta e ha trovato protezione, nella realtà e poi nella poesia. Paradossalmente la sua visione empatica, agli antipodi del nichilismo spesso manifestato dai poeti defi- niti maledetti, è ciò che la porta alla malattia psichica e alla dissociazione. Forse la follia è il prezzo da lei pagato per la sua attitudine mistica e sciamanica, altro elemento che l’avvicina alla tipologia del poeta maledetto.

La poesia qui tradotta viene scritta nel 1950-51, dedicata a Julian Tuwim (dal tomo Lesie ojcze mój, cit.).

La maggiore innovazione rispetto ai miei predecessori è nella traduzione del termine che da tutti è reso in ossequio all’uso tradizionale: ‘zingaro’. Invece io ho scelto il termine che il popolo rom usa per definire se stesso e la propria identità. Ho tradotto il titolo: Canto romanì con parole uscite dalla testa di Papusza, ripristinando anche la frase a seguire di solito tagliata, in particolare dai traduttori in italiano (Canto zingaro). A parer mio si perde così una importante dichiara- zione di intenti che punta all’originalità e alla spontaneità, omettendola si ripristina involontariamente la ‘tradizione’ del canto zingaro anonimo e orale.

Insieme all’aggettivo romanì, si è usato il sostantivo rom, singolare maschile, romnì, singolare femminile, e roma, plu- rale. Il romanì, come ci tiene a specificare Santino Spinelli nei suoi interventi non ha niente a che vedere con il romano e il romeno, quindi con le lingue neolatine. È la variante parlata popolare di una lingua indoariana dell’India settentrionale, con molti prestiti dai paesi in cui si è svolta la migrazione romanì: Iran, Turchia eccetera.

Ho usato versi di varia misura dal quinario all’endecasillabo, cercando di aderire il più possibile alla lunghezza dei versi di Papusza, che si muovono in libertà fra le cinque e le quattordici sillabe. Anche Ficowski si muove in libertà fra varie lunghezze. Io ho cercato di rendere i versi più brevi con quinari e settenari e i più lunghi con endecasillabi o versi eccezionalmente più lunghi. Purtroppo non si è conservata testimonianza della musica su cui Papusza aveva ideato le sue composizioni.

Secondo la testimonianza di Ficowski il testo veniva scrit- to da Papusza da un capo all’altro del foglio e solo in lettura distingueva pause e organizzazione strofica. Ho adottato la divisione in strofe della versione di Ficowski pubblicata in Lesie, ojcze mój (cit.). L’originale romanì pubblicato da Ficowski in Cyganie na polskich drogach (cit.) non ha pause, scorre tutto di seguito.

Diversamente dalla versione di Ficowski (e anche dei traduttori che mi hanno preceduto in italiano) ho cercato di riprodurre le rime, nel modo più fedele possibile. La lingua romanì polacca infatti possiede come caratteristica struttu- rale una fitta e frequente presenza di rime grammaticali, in particolari verbali (vedi Jerzy Ficowski, Cyganie na polskich drogach, cit., p. 271). Nella versione in italiano sono ricorsa alla terminazione dei verbi all’infinito pur innaturalmente spostati a fine frase. In tal modo le allitterazioni di -are, -ere, -ire  hanno conferito al testo un andamento cantilenante, il cui scopo è mimare la musicalità della lingua romanì.

L’andamento ritmico dell’originale di Papusza è casuale, anch’esso discontinuo. Non ho quindi cercato una verosimiglianza in questo ambito.
Per tentare un certo avvicinamento all’originale tradu- cendo il ricorsivo Oj, syr šukar ho lasciato come Ficowski nel testo italiano la stessa interiezione dell’originale romanì, Oj, in uso nel linguaggio colloquiale di oggi, optando più spesso per la forma lessicale che piacere, e solo in pochi casi per che bellezza o che bello (in polacco, come in italiano, letteralmen- te si traduce che bello, in polacco usando l’aggettivo piękny, ‘bello’, trasformato in avverbio, pięknie). Esempio: Oj, che piacere vivere! Il termine ‘piacere’ ha consentito di seguire la rima grammaticale, quella più ricorrente nella lingua rom polacca e nel componimento di Papusza. Altra variante, forse la meno convincente: Ahimé, che bello (RadiUa).

Al verso 49 per rendere Gallinella, definizione popolare polacca delle Pleiadi, ho usato ‘Chioccetta’, la nostra forma corrispondente, a dire il vero poco sentita nella lingua comune corrente, ma presente in una poesia di Pascoli: Il gelsomino notturno. Quindi anziché tradurre letteralmente “e i suoi pulcini” sono ricorsa a una citazione della stessa poesia, in cui la Chioccetta si accompagna a un suggestivo “pigolio di stelle”, che nell’omaggio della mia versione si trasforma in ‘pigolio stellare’.

Ci sono alcune incongruenze di genere che ho cercato in qualche modo di recuperare. Per esempio la Luna in romanì e polacco è di genere maschile, così nella mia versione diventa “astro argenteo”. Poi c’è il fiume che in polacco e in romanì polacco è di genere femminile. In questo caso ho allungato un po’ il verso inserendo una “signora-fiume”, con cui l’io lirico va a confessarsi. Perché la piccola romnì è stata tirata su dal bosco e si sente capita solo da lui e dalle acque (compresi evidentemente i fiumi o meglio le “fiumesse”).
Interessante questa trasmutazione di genere da una lin- gua all’altra, dovrebbe essere oggetto di un apposito studio o ricerca che non so se siano mai stati intrapresi.
Il raffronto con la versione di Mirella Karpati (Dall’az- zurra sorgente ho tratto la mia forza, / vi ho deterso i miei occhi…) condotta direttamente sul testo in lingua originale ivi pubblicato mi ha suggerito un discostamento dalla versione di Ficowski che stranamente asserisce il contrario, cioè che dalla sorgente azzurra non proviene forza, ma solo acqua per sciacquarsi il viso…

Le precedenti versioni in italiano di RadiUa e di Karpati pur scoperte a fine del lavoro traduttivo e con tempi stretti per la pubblicazione hanno costituito un ulteriore elemento di confronto e di verifica.

Ringraziamenti

Alla Biblioteca Nazionale di Roma dove ho consultato i fascicoli di “Lacio Drom” ho dovuto constatare la mancanza nel numero 5-1987 delle prime 8 pagine, proprio quelle in cui si trovano le versioni di Papusza di Mirella Karpati (Gili Romani – Phuv Miri). Inizialmen- te ho provato a contattare il centro studi zingaro romano a via dei Barbieri, ma infine ho scoperto che questo è chiuso già da diversi anni. Mi sono poi rivolta alla biblioteca dell’Istituto Sturzo che mi ha indirizzata presso il Centro Studi e Documentazione – Fondazione Fossoli (Csd-FF), Fondo Centro Zingari. Da loro ho ricevuto con una tempistica fulminea e grande gentilezza e disponibilità il pdf con l’articolo ricercato (di cui ho fatto copia, reintegrando il fascicolo lacunoso alla Nazionale).

Ringrazio anche il Prof. Santino Spinelli per alcuni chiarimenti terminologici.

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Mariagrazia Pelaia, Traduzione di un canto di Papusza, poetessa romanì, in “Traduttologia”, fascicoli 11-12 luglio 2014-gennaio 2015, pp. 115-131.

 

 

 

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