Claudio Pozzani, “Spalancati spazi” Poesie 1995-2016

Claudio Pozzani Credits Ph. Dino Ignani

A MIA MADRE

Ti ho visto in faccia in quella stanza
io sporco di sangue e muco
tu stravolta e curiosa
Ho tentato di dirti che non ero sicuro
di voler restare fuori di te
ma le parole che avevo in testa
nella mia bocca si impastavano male
Avevo appena imparato che tutta la vita
sarebbe stata ipocrisia e paradosso
ti avevo appena fatta soffrire
ti avevo fatta sanguinare
eppure ero io a piangere e tu a sorridermi

Ti ho visto in faccia in quella stanza
mentre mi portavano via
C’era troppa confusione
per dirti quanto fossi felice
di poter finalmente dare un viso
al ventre che mi aveva ospitato
E più tardi con i miei colleghi
si discuteva di reincarnazione,
di eterno ritorno, dei cicli di Vico
ma non vedevo l’ora di rivederti
e di conoscere il tuo uomo e vostro figlio
dei quali sentivo la voce ovattata e lontana.

Ti ho visto in faccia in quella stanza
e darei tutto quello che ho per ricordarmene.

BREAKING NEWS

È una frullata di muri acciaio e cristallo
ciò che bevono i miei occhi
Nell’aria ballano ancora
vibrazioni oblique
e vespe cattive
che vane cercano l’Itaca al loro volo
e stanche si lasciano cadere
tra i roveti neri
Tu sei nel tuo soggiorno di mogano chiaro
sette fusi lontana
sorseggiando Verlaine e vino rosso
ma quaggiù
amore mio
è una flora rugginosa
di tondini fuori dal cemento
come bucaneve d’inferno
Non accendere la TV,
non infliggere alla quieta stanza
le grida azzurrine
che spaccherebbero il tuo sorriso
che aprirebbero di colpo la tua mano
facendo cadere il bicchiere
riproponendo sul tuo tappeto
ciò che ho in mezzo al mio petto squarciato
Non accendere la TV,
non sai ancora nulla della polvere
che è nuvola che non si piove,
nulla delle grida
che serrano come cappi
cuori orecchie e sguardi,
nulla di bambole
che guardano fisse
armadi sfondati
e incesti improvvisi tra pavimenti e soffitti
Non accendere la TV,
non voglio che i singhiozzi di violini
sappiano di sangue e macerie,
che il tuo vino si confonda
con le campane cadute
Me ne sto andando
sul tappeto volante
di una barella scomoda
tra cinghie che mi stringono
e cielo che mi sfiora
Una corolla mi abbraccia
di caotico silenzio,
mani che spingono la barella
che sovrappongo a quelle decise
di mia madre al supermarket
mani con flebo
che diventano di mio nonno
che travasava vino nel casolare di pietra
Vedo nella pioggia di sguardi su di me
che il mio tempo sta per mettere punto
sarò solo benzina sprecata a sirene spiegate
una fenditura superflua nel muro di folla
Non accendere la TV,
amore mio
finisci quel calice per me
per quel brindisi che domattina
saprai diventato per sempre impossibile,
leggimi di Verlaine una poesia qualsiasi
oppure quella contro la Natura ostile e cattiva
Pensavo di vivere abbastanza
per farti felice
È bastato appena un brivido di terra
per scardinarmi il fiato.
Quanto futuro sprecato.

LA MARCIA DELL’OMBRA

Stanno cadendo corde dal cielo
e gelide catene ti danzano attorno
È un mondo di nodi da sciogliere al buio
tra un lampo e l’altro di fosforo e grida
È un groviglio di corde che rifiutano forbici
È un pettine che s’incastra
dentro chiome che non pensano

È ombra… ombra…
È un battito di ciglia ancora

Mi guardo attorno e vedo muri
persino il mio specchio è diventato un muro
sui tuoi seni è cresciuta una pelle di muro
il mio cuore, i miei sensi reincarnati in muri
E continuano a piovere preghiere e bestemmie
che evaporano appena toccan la sabbia
e continuano a strisciare in un silenzio velenoso
avverbi, aggettivi, parole senza suono

E ombra… ombra…
e un battito di ciglia ancora
Del sole vedo solo il suo riflesso
nelle pozze iridescenti di acqua piovana,
della luna indovino la presenza nel buio
dal lontano abbaiare dei cani legati
La mia pace non è la mancanza di guerra
La mia pace è l’assenza del concetto di guerra
Non ombra… ombra…
ma un battito di ciglia ancora

DANZO

Danzo la danza delle idee geniali
sperando che tu mi dica qualcosa di nuovo
Danzo la danza dei perdenti e perduti
sapendo che i miei passi saranno vani
Danzo la danza degli ingenui felici
credendo che il mio sudore serva a qualcuno
Danzo la danza dei profittatori
e danzerò finché mi pagherai

E danzo, danzo, danzo
per vincere la mia arroganza
Danzo, danzo, danzo
il perché non ha importanza

Danzo la danza dei maledetti
perché lo spleen mi arriva fino al torace
Danzo la danza dei presuntuosi
perché anche tu lo sei se ti credi al mio livello
Danzo la danza degli indesiderati
mi sono allenato molto davanti alle porte chiuse
Danzo la danza degli insofferenti
ti puoi spostare un po’ più in là, per favore?

E danzo, danzo, danzo
fino a che resterò in piedi
Danzo, danzo, danzo
perché sei tu che me lo chiedi.

___

Dalla prefazione di Roberto Mussapi

[…] A parte la felice intensa poesia di apertura, con il bambino che divenuto uomo sogna disperatamente di ricordare il volto della madre mentre lo stava dando alla luce, poesia
lucida e barocca nel suo strutturante paradosso, il libro è ricco di visioni da cinema di classe: «È una frullata di muri di acciaio e di cristallo / ciò che bevono i miei occhi», nella toccante Breaking News, ritmata dal verso ripetuto come un mantra, «Non accendere la TV», poesia di addio che mi evoca La voce umana di Cocteau e in genere il tema della solitudine e dell’addio. […]

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