Norman MacCaig

Traduzioni inedite di Emilio Capaccio

NON EDUCATEMI

Non imparo molto, sono un uomo
di poche migliorie. Il mio naso aspira ancora aria
in modo amatoriale. Le mie idee profonde
una volta erano giocattoli sul pavimento, li amo, ho leccato via
quasi tutta la vernice. Un bicchiere di whisky
è un sonaglio che non agito. Quando amo
una persona, un luogo, un oggetto, non ci vedo
nulla da argomentare.

Ho imparato parole, ho imparato parole: ma la metà
è morta per mancanza di esercizio. E quelle che uso
spesso mi guardano con uno sguardo che sussurra, Bugiardo.

Come ammiro gli edredoni che si gettano
con un anello preciso senza schizzi e la sula che all’improvviso
arpiona il mare ― Io sono un’uria
che si tuffa ancora
al vecchio modo conosciuto: mette sotto la testa
e vola basso.

INEDUCABLE ME

I don’t learn much, I’m a man
of no improvements. My nose still snuffs the air
in an amateurish way. My profound ideas
were once toys on the floor, I love them, I’ve licked
most of the paint off. A whisky glass
is a rattle I don’t shake. When I love
a person, a place, an object, I don’t see
what there is to argue about.

I learned words, I learned words: but half of them
died for lack of exercise. And the ones I use
often look at me with a look that whispers, Liar.

How I admire the eider duck that dives
with a neat loop and no splash and the gannet that suddenly
harpoons the sea. ― I’m a guillemot
that still dives
in the first way it thought of: poke your head under
and fly down.

(from The Many Days: Selected Poems of Norman MacCaig, Edinburgh: Polygon, 2011)

STELLE E PIANETI

Gli alberi sono reti per loro: l’acqua trattiene il respiro
per bilanciarli senza spargersi oltre il loro delicato menisco
I bambini li guardano giocare nel loro parco giochi celeste;
gli uomini li usano per trainare navi su oceani e fiordi.

Sembrano sempre luccicare, ma non cessano mai
di inventare nuovi spazi ed esplosioni enormi
e di migrare in tribù matematiche
su steppe di spazio al loro agio oltraggioso.

È difficile pensare che la terra sia uno di loro —
questo povero triste portatore di guerre e disastri
che ruota intorno al sole con il suo carico di gangster,
in compagnia soltanto di una luna senza amore.

STARS AND PLANETS

Trees are cages for them: water holds its breath
to balance them without smudging on its delicate meniscus.
Children watch them playing in their heavenly playground;
men use them to lug ships across oceans, through firths.

They seem so twinkle-still, but they never cease
inventing new spaces and huge explosions
and migrating in mathematical tribes over
the steppes of space at their outrageous ease.

It’s hard to think that the earth is one —
this poor sad bearer of wars and disasters
rolls-Roycing round the sun with its load of gangsters,
attended only by the loveless moon.

(from The Poems of Norman MacCaig, Edinburgh: Polygon, 2005)

LAPIDE MEMORIALE

Ovunque lei muore. Ovunque io vada lei muore.
Nessuna aurora, piazza di città, bella montagna nascosta
ma vi è in lei la sua morte.
Il silenzio dei suoi suoni morenti attraverso
il carosello della lingua, è una rete
sulla quale si cuce la risata. Come può la mia mano
stringerne un’altra quando tra di loro
c’è questa densa morte, questa intollerabile distanza?

Lei si addolora per il mio dolore. Morendo, mi dice
che l’uccello si tuffa dal sole, che il pesce
vi si getta. Nessun croco è intarsiato più dolcemente
del modo di morire
delle sue forme nella mia mente. — Ma sento, anche,
le altre parole,
parole oscure che fanno il suono
di silenziosità, che invocano il nessun-luogo
in cui lei continuamente sta andando.

Da quando morì,
non può cessare di morire. Mi crea
la sua elegia. Io sono un capolavoro mobile,
una vera narrativa
della bruttezza della morte.
Sono la sua musica triste.

MEMORIAL

Everywhere she dies. Everywhere I go she dies.
No sunrise, no city square, no lurking beautiful mountain
but has her death in it.
The silence of her dying sounds through
the carousel of language, it’s a web
on which laughter stitches itself. How can my hand
clasp another’s when between them
is that thick death, that intolerable distance?

She grieves for my grief. Dying, she tells me
that bird dives from the sun, that fish
leaps into it. No crocus is carved more gently
than the way her dying
shapes my mind. — But I hear, too,
the other words,
black words that make the sound
of soundlessness, that name the nowhere
she is continuously going into.

Ever since she died
she can’t stop dying. She makes me
her elegy. I am a walking masterpiece,
a true fiction
of the ugliness of death.
I am her sad music.

(from The Many Days: Selected Poems of Norman MacCaig, Edinburgh: Polygon, 2011)

Norman MacCaig (Edimburgo, 1910 – Edimburgo, 1996), considerato, insieme a Hugh MacDiarmid, uno dei maggiori poeti scozzesi del Novecento. In Italia, l’unica raccolta di poesie scelte è stata pubblicata con il titolo: “L’Equilibrista”, Stamperia dell’Arancio, 1995.

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *