I territori estremi di Giancarlo Pontiggia

di Marco Marangoni

Mai come in questo libro (Il moto delle cose, Mondadori, 2017), Giancarlo Pontiggia si è inoltrato nella “perlustrazione” dei territori estremi a cui la poesia può dare accesso. Nelle precedenti raccolte abbiamo incontrato, ora un rito di invocazione della parola «remota» («Nomi e nati / io pongo i vostri confini qui, / lungo il corso dell’intero anno, / fin dove con suoni vi avrò chiamati», Con parole remote, Guanda, 1998), ora il momento in cui – col sopraggiungere dell’inquietante (Unheimliche) nei boschi della vita – la forza dei versi pareva capace di accompagnare la mente e illuminarla-screziarla con dolenti epifanie o «malinconici trofei»: «Il riflesso della luna / sulle rive algose di Poros, i cippi, / delle strade di Smirne, che contasti, / la notte, nello specchietto retrovisore, / la stirpe fuggente dei sogni / che il bimbo, avido, inseguiva, dove // siete?» (Bosco del tempo, Guanda, 2005).

Ora l’incontro si fa con il termine ultimo, l’abisso o l’origine. Si tende ad un incendio, a una deflagrazione: «fino all’estremo / conflagare di tutte // le cose» (p. 41). Ed è come se la parola avesse atteso destinalmente il poeta in una stazione in cui l’abbandono non è quello introduttivo alle muse, alla sapienza, alla tradizione. L’abbandono qui si volge all’estrema potenzialità della mitopoiesi. Al poeta non basta più invocare la voce, e farsi guidare da essa, seguirne l’indicazione. L’ascolto di sensi-suoni ora si combina con un senso dell’orizzonte finito che segna ogni esperienza possibile, e anzi proprio su quel limite di maturazione del vissuto, l’io lirico si aggetta dove “non sa”, eppure dove il linguaggio l’attende. C’è questo clima misto nell’ultimo libro, in cui tanto troviamo la fiducia nella forza nascente, quanto la pronunciata persuasione che la conoscenza del «moto delle cose» (lucreziano moto: alid ex alio reficit natura) si faccia in noi strada attraverso l’esperienza della caducità: «E t’immoti, nel tuo ultimo qui / come nel primo» (p. 31).

Proprio il seguire con lucidità e “passione” il franare di ogni umana/mondana cosa, sembra dunque portare (ecco l’enigma della bellezza) all’estremo della sua conquista, e della sua verità: la «cosa» pare, al limite tra l’essere che le è proprio e il suo annientamento (risonanza di un certo Sanguineti? con la sua ambigua e fertile Palus putredinis? E Pontiggia scrive: «il tempo della vita s’impaluda in anse / che non conosci», p. 111). Ne viene una poesia della fine e del cominciamento incessante, esprimibile con un dire orientato dalle matrici del desiderio e del “possibile”: «il concime / della vita, la sua pasta / opaca, nera, che lievita, lievita / dal fondo delle cose / che furono, dal niente / che ritorna /, dalla sua ombra / più lucente, / e si riveste / di un nuovo, fulgido / se stesso // niente che germina dal niente / stesso che genera se stesso» (pp. 65-66). Marco Vitale ha scritto di una «inclinazione alla catabasi»: quasi che venisse orchestrato «un basso continuo, lungo l’intera raccolta, risuonante di “s’infima, s’indedala, s’incavedia, s’invasa…”» («Cenobio», IV, ottobre-dicembre 2017). Ma questa catabasi, non si potrà davvero cogliere nella sua dinamica se non si riconosce in essa il suo intrinseco (empedocleo) contrappeso, di anabasi. E così il motivo semantico dell’intus, richiamato nel lessico di questo libro (indedala, incavedia, invasa ecc.), pare orientarsi da un lato verso una situazione-limite dell’io e del mondo, dall’altro verso un “principio di individuazione” e una rivisitazione dell’interior intimo meo («sentimento agostiniano»: cfr. Francesco Filia, in «Poetarum Silva», 9 ottobre 2017); un passaggio topico di tutto questo si ha, per esempio, nei versi: «vedi / ciò che sei, in te, dentro di te, ma non in te, in altro» (p. 125). Si ha l’impressione che il poeta ci conduca, con uno scavo, in un’intimità ontologica e linguistica, che tanto ci in-abissa quanto ci solleva al moto generante le cose. Tipico del linguaggio poetico, per Pontiggia, è infatti rendere «il senso tumultuoso, vitale, metamorfico e contraddittorio, della vita, così come si rivela, fin dal principio, al bimbo che si apre alle correnti ondose del mondo» («Gradiva», 53, Spring 2018). Tra l’altro questo assunto di una materia-mondo-lingua, così magmatica e vitalmente contradditoria, è quanto l’autore stesso afferma di incontrare nella pratica laboratoriale del suo scrivere: «ogni volta che [Il moto delle cose] mi pareva finito, qualcosa si ribellava al disegno che mi pareva di avere intravisto, e lo metteva in discussione. Mi ci sono insomma voluti dodici anni per giungere a una forma che mi convincesse» («QuiLibri», 44, novembre-dicembre 2017).

Così seguiamo un anello sim/bolico (cfr. Carlo Sini, Il miele della poesia, saggio preposto a Origini, Interlinea, 2015) che percorre, «quale magico segno» (Sini), i lati di un’opposizione, ma anche di una contraddizione, mentre la parola pare decisa a far sorgere (sorgere quasi a se stesso) il fondo senza fondo inespresso, il potenziale infinito del senso. Un’ontologia del linguaggio è qui all’opera dove parola, corpo, mondo transitano circolarmente l’uno nell’altro, impedendo la rigida distinzione, “convenzionalistica”, di io/mondo, interno/esterno, significante/significato, parola/cosa. Di qui uno stile sempre affilato in cui la precisione, erede dell’ossessione greca per le definizioni, si coniuga con la volontà ebbra di aderire al “non-dove” che precede le definizioni, e con forza ctonia mette in tensione la superficie di lessico e sintassi, inficiandone la pretesa capacità dichiarativa, e proiettando sulla pagina una sapienza non consolante ma potente, tragica: «Anche tu, che guardi / dal di fuori; e sei dentro, invece: dentro / la notte che contempli, notte / della sua luce, luce // in cui ti annienti» (p. 86).

Nell’epoca presente, dove si assiste a un’insensibilità diffusa per il “riflessivo”, per l’attenzione alle vite, alle storie (se non sono occasione di “spettacolo”), per i percorsi esperienziali paralleli e alternativi (in passato affidati a sintassi, oggi in disuso, poggianti sulla funzione dei congiuntivi e di articolazioni per subordinate e parentetiche); in un’età insomma dell’«inconsistenza» (Roberto Calasso), un tessuto di pensiero e di canto così intrecciato, quale Il moto delle cose oggi ci offre, è una rarità da un lato e dall’altro ci tocca insieme come una provocazione e un’ammonizione.

Si capisce infatti in questo gesto poetico non solo la volontà, come ha scritto Pontiggia, di «contrastare la potenza del vero (che pure non possiamo, né ci è consentito, occultare)» – in «Gradiva», cit. –, ma di affermare, in controluce, l’esigenza di un linguaggio alternativo rispetto all’eterno ritorno disanimato quale è il postmoderno (cfr. Paolo Lagazzi, Vertigo, Archinto, 2002, p. 54). Ed è una poetica, questa, che si lascia ben leggere quale sviluppo coerente di chi alla fine degli anni ’70, con tutta una generazione, si oppose al principio di realtà della “tecnica” e della politica, e pretese una parola del desiderio. Che in Pontiggia si accompagna alla necessità di un ripensamento della cultura greco-latina, della nozione di tragico, ma anche della parola scoperta dai simbolisti, capace di infiniti rispecchiamenti («gli stupefacenti velami del mondo», p. 31).

L’iperdenominazione intorno a un centro “presente-assente” («nomi / che s’inabissano in altri nomi») si fa qui allora traccia, ma nell’enigma e nella bellezza, che se da un lato ci decentra e destabilizza, dall’altro con una nuova poesia ci progetta («E nascemmo / alla vita che già c’era. / Le cose / c’erano, le tante, le inaudite / cose, di cui c’invaghimmo / a poco a poco. / E noi guardavamo / l’aria che luceva / e piove e nevi / e soli che stagnavano, tiepidi, / nelle mattine troppo / quiete. // E guardammo, un giorno, i nomi / le parole prime, scure, / che dicono sì e no, che oscillano / tra le cose», pp. 81-82).

 

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