Mario Baudino, “La forza della disabitudine”

ARLEQUIN

Tendi a nascondere di te
mia inviolabile
il meglio o il peggio?
Tendi a coprirti con veli colorati
e a sorridere mite

Tendi a creare di te
mia invulnerabile
fughe di prismi e sciabordii di luce
io tasto gli antri e sento
che ci dev’essere almeno un sottoscala

E il mio amore mi dice
che per caso ci sono passato

Tendi a creare di te
mia venerabile
un’alta coerenza e un mito nobile
io annuso profumi
non tutti allineati

E il mio amore scoprirà di te
l’anima più volatile

Da BRINDISI

Se vuoi tentare un brindisi devi farlo bene
in faccia al temporale che si avvicina
incendia ad ovest i nervi del cielo
frusta la Francia, marcia
nella vallata silenziosa,
ha già nascosto la marmotta, l’ultimo falco si
impenna
con una lunga cabrata sparisce lontano,
il cervo alza il muso dalle foglie
abbandona l’abete
mastica un pezzo di corteccia sprofonda nel bosco
verso la pace della ruminazione

Se vuoi tentare un brindisi devi farlo bene
ci sono milioni di volt nel cielo
l’erba si piega sotto un passo pesante
schiacciata dai cingoli dei carri armati
la strada è nera questo silenzio ti dice
che l’attesa sarà breve e sorprendente
prima che il topo s’infili nella tana
e il piccione nasconda il capo

La tua finestra aspetta, dalla via
per qualche effetto di amplificazione
salgono i passi di chi torna a casa,
il tetto di fronte si dispone
a suonare una musica inumana

Da AEROPOEMA

Nessuno più vede il cielo dal cielo
tutti sopra le nuvole a guardare
altro, carta stampata a volte o immagini
inchiodate nel prisma della fronte
trascinate al check-in, recuperate
sul nastro dei bagagli quando tutto
nel suo tempo assegnato si consuma: nessuno
ti spia dal cavo delle nuvole, nessuno
che non sia effetto di fiamma o rifrazione, questo
dici
al tuo vicino gemello
legato a te per la vita e per la morte
anche se l’aeroplano atterrerà di certo
e prenderai un taxi

Nessuno più vede il cielo dal cielo
come l’incantatore buono innamorato
nella sua torre d’aria, un elfo o gnomo d’umidità
addensata
che ti aspetti paziente nascosto
tra quelle praterie e quei mari, quei
mirabolanti bastioni di nebbia
che ti veda passare di lontano e talvolta tornare
ti faccia cenni lievi con la mano poi alzi le spalle
ti sorrida e ti giochi magari uno scherzo
mentre bevi mangi chiacchieri e non sai
uno spirto in bottiglia non c’è ma fuori è scuro
tutto è già cominciato, tutto
scivola a farsi mettere al sicuro
Corre il sedile bruciando il minuto
c’è chi dorme e chi prega e chi
nascostamente certo dopo aver scolato
parecchie bottigliette ora sparse
a lui d’intorno come
salme ora dorme o pensa ai bambini
basterebbe fumare in questi tempi
igienisti smarrito è il senso del divino
tuonano i maestrali, no, mi scusi
abbiamo perso il senso del ridicolo
questo dice la macchina volando e volando
attenta come sa esserlo il metallo, grandi
s’allargano aeroporti tutto intorno
ai luoghi deputati, sacri
per miracoli e ierofanie e apparizioni e madonnine
che ti fanno ciao ciao con le manine
nascostamente dopo aver scolato
le mille bottigliette d’acqua
salutarmente benedetta, vai
ci sono appuntamenti e affari e brevi incontri
t’aspettano un minuto dopo la dogana
compila il questionario per l’immigrazione
sia questa solo la tua laica preghiera
dimenticate sono le nuvole, fuori è buio
hai forzato le porte della sera
e della notte, rimetti a posto l’orologio
sì che ti sia di viatico e testimone, tu della recente
epochè colta perplessa esibizionista
teste assai reticente, bande
di coraggiosi vanno a caccia di empori
in nome delle pie vacche normanne
aborriscono l’emme gigantesca
loro è il martirologio, la bistecca
te lo spiega cortese il tuo compagno
e sono tutti eroi, sognano
battaglie grandi e generose anche
se la vita è stressante piena d’impegni
great queen, what you command me to relate
renews the sad remembrance of our fate
narrami di Enea, che versò sangue nell’Ade

Dalla postfazione di Giovanni Tesio

Il libro dei “Colloqui” è certo parente stretto dei due che lo precedono (tra l’altro, a enorme e oraziana scansione d’anni), ma percorre di suo una più ludica strada fatta di dérapages metrico-sillabici. Accompagnandosi a un gioco di rime spesso mascheratamente clownesche e sottilmente palazzeschiane, fino a qualche esito di canzonetta, come nell’ultima deliziosa quartina di un tempo della suite che s’intitola Affidato alla voce: “Amò un’ombra, così / non ebbe più da pensare / gli bastava vederla / qualche volta tornare”. Un tempo nuovo, in definitiva, che senza smentire i precedenti, affronta con più marcata insistenza i temi dell’incertezza e della negatività, se a colpire sono i tanti “forse”, i frequenti “se”, i fitti “non so” (a cominciare dal primo verso), i molti “senza”. Non per questo il viaggio (un altro dei motivi fondanti) risulta bloccato da una semplice presa d’atto, ma si muove alla mai smentita ricerca (la medioevale queste) di una rivelazione sempre illusiva. Come nei ritmi lievi di Arlequin. Come nel concertato più complesso di Brindisi, che evoca l’attesa di un passaggio di temporale estivo, “ospite” densamente metaforico, correlativo. (….)
Dopodiché, pur sempre agganciato ai motivi prediletti, a stabilire un vero e proprio punto di svolta è il quarto libro, ” Aeropoema” (2006). Il titolo è futurista e fa pensare ai tempi degli elogi macchinistici, ai miti modernisti, agli avvenirismi e ai simultaneismi poetici, allo slancio ascensionale, alla religione della velocità. Fa pensare ai nitriti, ai ruggiti, ai barriti, che animano “la vita aerea”, come scrisse proprio Marinetti, nel Decollaggio a mo’ d’introduzione che precede le sei “simultaneità” del “romanzo” L’aeropoema del Golfo della Spezia, del resto evocato dall’io narrante con cui Baudino tiene le fila del suo percorso in quindici “canti” con Epilogo.
E invece quasi niente di tutto ciò, se è vero che qui la pesantezza dell’essere si raggruma in variazioni più o meno grottesche sulla pancia dell’aereo più postmoderno. S’intende che l’aereo non è che la figura, mentre i motivi di fondo sono il viaggio e il volo, che appartengono ai sogni di sempre (e, specie il viaggio, al mondo di Baudino): partire, librarsi, liberarsi, l’oltre, l’altrove, lo stupore, il cielo, le nuvole, la meraviglia, l’estasi, la libido amorosa, gli slittamenti analogici (le foglie, le parole, le voci, il mito). Tutto apparentemente intatto, ma tutto invece così desolante e desolato… Finito il tragico, solo il tragicomico può convenire.

Mario Baudino

Vive a Torino dove fa il giornalista. Oltre alle raccolte di poesia (ha esordito nell’antologia “La parolai Innamorata”, Feltrinelli,1978, e pubblicato, per Guanda, “Una regina tenera e stupenda, Grazie” – premio Montale -, “Colloqui con un vecchio nemico” – Premio Volterra e premio Brancati -, Aeropoema) è autore di romanzi: “In volo per Affari”, Rizzoli 1994, “Il sorriso della Druida”, Sperling & Kupfer 1998, “Per amore o per ridere”, Guanda 2008, “Lo sguardo della farfalla”, Bompiani, 2016. Tra i saggi: “Al fuoco di un altro amore” (Jaca Book 1986), “Voci di guerra, sette storie d’amore e di coraggio” (Ponte alle Grazie 2002), “Il Mito che uccide” (Longanesi 2004), “Il Gran rifiuto, storie di autori rifiutati dagli editori” (Longanesi 1991, Passigli 2009), “Ne uccide più la penna” (Rizzoli 2010), dedicato ai detective bibliofili nella letteratura di genere, “Lei non sa chi sono io” (Bompiani 2017), sulla pseudonimia letteraria.

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