Franco Manzoni, “Angelo di sangue”

Franco Manzoni

FRANCO MANZONI nella traduzione di ELIZA MACAN
da Nella febbre di Eros – În febra lui Eros

La tana

dove ti annidi tutta nera
a filigrana rosa
la pioggia bianca fa le fusa
linfa di miele e mulino
sul fieno nel cespuglio
un’orma di farina
prezioso capezzolo di ghiaccio
il corpo tuo la tana
si arrende al mio faro silenzioso
si dona e va per la pianura piana

Bârlogul

unde te cuibărești toată neagră
în filigranul roz
toarce ploaia albă
limfă de miere și moară
pe fân în desiș
o urmă de făină
sfârc prețios de gheață
bârlogul corpul tău
se predă farului meu tăcut
se dăruiește și pleacă pe cîmpia întinsă

Curva a mandolino

bambola insonne
come dovrò toccarti
certo di seduzione
la curva a mandolino
morbide linee scogli
mentre ti apri mite
ora della vendemmia
sibilando un lamento
immagine del piacere
voltandoti di schiena
nel godere

Curbă de mandolină

păpușă insomniacă
cum va trebui să te ating
sigur că te seduc
curba de mandolină
linii moi obstacole
în timp ce te deschizi încet
ora culesului
șuierând un geamăt
imaginea plăcerii
când te întorci cu spatele
în orgasm

A ventre acceso

schiocco di ciglia
per abbracciarci il sangue
nei luoghi dell’amore
a ventre acceso
uscendo allo scirocco
di profilo in punta saresti
ubriaca un po’ bianca
di dolce dolore
quando ripensi il viso
di una spoglia vela
che si dispone a notte

Cu pântecele arzând

bat din pleoape
să-ți îmbrățișez sângele
prin locurile amorului
cu pântecele arzând
ieșind în vântul cald și lipicios
din profil în vârf ai fi
beată puțin palidă
de dulce durere
când redesenezi fața
unei pânze goale
care se pregătește de noapte

Carlo Alessandro Landini

Sulla poesia di Franco Manzoni
di Carlo Alessandro Landini

Un critico ha definito quella di Manzoni una poesia dell’assenza. A tanto riducendola, si rischierebbe di fare un torto gravissimo all’autore laddove la definizione non fosse completata da due ulteriori e necessitanti connotazioni: il desiderio e il movimento. Si è portati ad associare all’assenza (a quest’ultima è dedicata una poesia della raccolta Stanze d’argilla) la stasi assoluta, il rigurgito della morte, di ciò che è freddo e senza vita. La poesia di Franco Manzoni è, tutto all’opposto, calda come il ferro arroventato sul quale si abbatte il maglio del “miglior fabbro”. E proprio a tale riguardo, un esame anche superficiale delle occorrenze lessicali evidenzia, a farla da padrone in questa bella silloge, di fondamentale importanza per gustare appieno l’originalità di Manzoni, sono verbi indicanti calore (in tutte le sue forme e conseguenze) come incendiarsi, bruciare, accendere. Il fuoco è, giusta gli etnoantropologi di estrazione fenomenologica (Mircea Eliade, Gaston Bachelard) la prima impronta dell’umano che si raccoglie in clan, che forgia la propria identità tribale, conferendo un marchio alla notte (che la vampa delle torce rischiara). Si ravvisa in questo ricorrere di Manzoni – soprattutto, però, nella prima fase della sua attività poetica – alla determinazione organotopica, coi suoi verbi esprimenti la vivace attività degli organi di senso (il tatto e la vista sopra tutti), una netta predominanza della propriocezione di tipo aptico, prensile, manuale, simile a quella che guida l’esperienza neonatale e informa la curiosità degli infanti, o che ispira e conduce il gioco degli amanti (“potessi venire a prenderti”). Ad essa si accompagna il ricorso continuo, reiterato, quasi estenuante, a verbi indicanti moto a luogo (una sola volta Manzoni si contraddice voluttuosamente: “tutto è immobile” (nella poesia Concerto). Verbi quali rincorrere, salire, scendere, cadere, esplorare (che è fra i primissimi stades de développement cognitif, come Piaget li definisce), precipitare, partire. Questa vera e propria tensione centrifuga perviene al suo climax nella poesia Il viaggio (“Si parte…”), che, se esteriormente adombra il tema spinoso della migrazione, se non addirittura della fuga precipitosa dalla madrepatria in cerca di destini migliori, sub specie symboli essa designa il senso di radicale inadeguatezza che induce il poeta, e forse tutti gli esseri umani, a migrare, a spingersi altrove, “fra ombre e naufragi” (la suggestione virgiliana è palese, e come non ricordare il Manzoni umanista, traduttore dei grandi classici?).

Insomma, il movimento è sì, in Manzoni, un moto verso l’altro ma è, più spesso, un moto verso l’ignoto (il partir n’importe où di Tahar Ben Jelloun) e la spia di un’insofferenza e di un disagio radicali, forse un involontario omaggio alle nebbie padane che aleggiavano, negli anni Cinquanta e Sessanta, sui tetti di una Milano esistenzialista, la grande e anonima metropoli che ruotava attorno ai caffè di Brera e che nella fenomenologia di Enzo Paci aveva il suo fulcro teoretico. Il viaggio, dunque. Come a suffragare l’ipotesi della divina mania che Platone espone nel Fedro, ipotesi che fa i conti con uno stato prepotentemente alterato della coscienza (il topico fuori di sé degli alienati, degli eroi greci, dei santi di tutte le epoche), Manzoni predilige i verbi indicatori dell’ansia e dell’urgenza (vitale, amorosa, animale, prosociale). Come involarsi, urgere, precipitare. Culminando nel verbo assalire (“dove ogni cosa ci assalirà…”) che accorpa il senso del movimento e quello dell’automutilazione, dell’aggressione autodiretta (l’assalto è portato, nel testo di Felici liquidamente…, all’interno di un’immaginaria coppia). A smentire l’appello di una carnalità plumbea, pesante come lo sono la colpa e la successiva espiazione che essa comporta, la poesia di Franco Manzoni è colma di un non sottacibile richiamo al divino, all’esperienza religiosa aurorale, non mediata da confessioni e fedi particolari, ma piuttosto da ricondursi al numinosum, alla subitanea apparizione del dio che atterra e che, allo stesso tempo, suscita e consola. Che la poesia sia sempre anche una ierofania, una manifestazione sensibile del divino, è ben dimostrato dalla nostra letteratura tutta, in ispecie da quella manierista e barocca, ma non solo (lo prova la poesia, altissima, di Campana, Rebora, Onofri, amatissimi dal Nostro).

Qui Manzoni pare come sospeso fra due mondi, quello della toponomastica legata all’infanzia del poeta, di Milano e dei ricordi ad essa collegati, e quello di un aldilà dai contorni sfuggenti, per lo più tenebrosi (“ora che non è più sole”, “dovrò salire nel buio…”) e non sempre rassicuranti, qualche volta persino opprimenti (perché oltre la soglia lo attende l’eponimo “angelo di sangue”). Nel lessico di Franco Manzoni un posto a tutto tondo è ritagliato alla panoplia dell’estasi, alla nominazione, a volte solo decorativa, altre volte drammaticamente essenziale, che accompagna e che illustra il personalissimo memento mori del poeta. Come Francisco Goya, anche Franco Manzoni tratteggia i suoi dèi in sembianza di baluginii spettrali e la morte, non diversamente da come fa Leopardi in uno dei suoi Canti più belli, viene spesso accostata all’amore (ma diversamente dal Recanatese, per Manzoni l’esperienza amorosa è salvifica nella misura in cui essa ottiene, o può ottenere, la salvezza, peraltro non garantita appieno dalla morte). La carne, la morte, il divino. Manzoni segue Praz nell’equivocare, intorbidando volutamente l’idea che la civiltà occidentale si è andata costruendo dell’ideale religioso a partire dalla formidabile smentita operata da Hegel e dal posteriore positivismo teologico. Fino a erompere in un monito al tempo stesso laico e pitocco, alla Baschenis: “si accetta sai / più concretamente / di dover morire”. L’avverbio concretamente è molto lombardo, indice forse di una supina, agostiniana accettazione del mondo e dei suoi trabocchetti, come qualcuno osserverà, ma anche, più probabilmente, di un pragmatismo tutto meneghino e febbrilmente industrioso (si noti che la categoria del concreto è quella prediletta da un romanziere anseatico ed alto-borghese come lo è Thomas Mann). Proprio allo scopo di imprimere “una scossa all’anima” (Una piccola canzone…, v. 6), a quell’anima che “non pesa” (Sei venuta intera…, v. 5) e che perciò si lascia agevolmente trascinare sursum, verso l’alto, con afflato mistagogico, quasi gnostico (“è tutta una luce / in essa affogo…”), Franco Manzoni moltiplica i suoi vocativi, in guisa di esortazione e fin di aperto comando.

Eliza Macadan

Punto di forza della poesia del Nostro è il saper coniugare la funzione emotiva e puramente denotativa (che non si limita, tuttavia, alla semplice descrizione, ricorrendo più spesso alla callida iunctura di accostamenti inopinati, inanellati a sorpresa) a quella conativa dell’ingiunzione gnomica (che si direbbe quasi mutuata dagli esametri di Focilide e dai distici di Teognide): guardami, sfiorami, leccami, rincorrili, vivi, asciugami, apri, prendi, non voltarti…. (ma l’elenco sarebbe lungo) sono ingiunzioni secche ma accorate, spesso disperate, talora solo maliziose, tali da non sfigurare nell’Ars amandi ma anche come un’eco lontana di taluni imperiosi e stravolti accenti del grande Dylan Thomas, nel quale l’esortazione appare come il correlativo adeguato, osserva Heaney, per la riflessività del sentimento. Ancora una volta dobbiamo porre l’accento sulla valenza sensoriale di questi imperativi, facilitanti la fuga del poeta, vagheggiata se non attuata (così come avviene per Leopardi), dalla claustrofobia emotiva di un’esistenza sofferta, il più delle volte subita, ma anche (cristianamente?) accettata. La maggior parte dei lemmi che Franco Manzoni utilizza in questa splendida raccolta si lasciano assaporare e godere a motivo della persistente anfibolia di senso che la pervade (a ciò contribuisce una fraseologia liberamente paratattica, che procede per franche e avulse associazioni e che solo a fatica si potrebbe definire ermetica, mentre essa è, invece, più vicina all’espediente surrealista del cadavre exquis, tutto affidato al goloso gioco d’incastro acriticamente operato dall’inconscio). Se l’equivoco è alla base di ogni grande poesia, l’imperativo sta viceversa a bucare, a squarciare, anzi, la sottile linea d’ombra che vela il mondo sublunare delle imitazioni imperfette e che sostenta le mistificazioni imposteci non solo dalla nostra stessa condition humaine, ma anche dal dubbio radicale che pervade quest’ultima e che finisce per erodere, col passare degli anni, le nostre coscienze tremule. L’ingiunzione poetica di Manzoni (il quale, non a caso, nel 1987 pubblicò una silloge dal rivelatore titolo imperatore!, con tanto di punto esclamativo), con l’invocazione e la preghiera che ne sono la declinazione eufemizzante, attenuata, sta all’ispirazione come l’exhortatio che conclude l’intervento del retore, definitiva e dirimente, sta all’oggetto del contendere.

Montalianamente precisandosi in abstentia, più per ciò che essa esclude e respinge da sé che per ciò che essa mostra di gradire e di voler accogliere in sé. Tra queste affabili, insinuanti ingiunzioni v’è come uno scarto, un salto di qualità spiccato da questo verso un altro e più lontano piano dell’esistere. Vi è nella poesia di Franco Manzoni una tensione irrisolta, stridente, quasi bellicosa, fra il piano della fede e quello di una molto umana carnalità. In realtà, una terminologia espressamente dedicata al sacro non dà, qui, un’ampia e convincente testimonianza di sé. Locuzioni apparentemente rivelatrici quali donna di dio, febbre del dio, seme di dio, serva di dio, sacra abitudine, cristo morente, guglie benedette, paradiso, sono tutte adoperate – con rigore che nulla concede a facili sdilinquimenti – con l’iniziale minuscola, quasi che si tratti di interiezioni gergali, modi di dire colloquiali, solecismi. Manzoni si annette il sacro come un attributo della realtà, piegandola alla ragion pratica di una laica ed ebbra inquietudine (lo fanno sempre i grandi poeti, ché altrimenti essi avrebbero indossato l’abito talare). Diremo che il sacro è una soglia alla quale si accede, in casa Manzoni, in punta di piedi, senza fiatare, in silenzio, col cappello in mano. Una volumetto del 1990, Faccina, nel quale il Nostro parla della figlioletta Beatrice morta ancora neonata, è forse quello nel quale con maggiore potenza espressiva, con un incanto quasi rilkiano, Manzoni ingloba prospettive noetiche apparentemente differenti e lontane nel tempo per unificarle e armonizzarle alla luce di un dolore che non riuscirà mai a placarsi e nemmeno, a ben vedere, potrà precisarsi a parole. La poesia Oltre gli oggetti, del 2001, dedicato all’amico Roberto Sanesi, tocca forse la vetta più alta di questa religiosità laica nella quale l’intuizione di un oltremondo, di una realtà che va molto al di là di quanto la sola poesia è in grado di esprimere (può forse la musica farlo? ne dubitiamo, benché quella di Bach sembri provarci), è sempre in agguato. Ben rappresentato è l’eros, al quale il Nostro dedica la parte conclusiva dell’antologia, quella in cui sono raccolti gli inediti più recenti. Entrambi, sia il sacro (però a dimensione d’uomo) che l’eros (però sacralizzato, elevato a tantrico motore di conoscenza) hanno lo scopo, qui, di sollevare gli occhi del proprio ideale interlocutore verso le altezze del mondo spirituale, ovvero, dando credito a una felice intuizione di Pavel Florenskij, di aprire quest’ultimo, il mondo soprannaturale, alla coscienza. In questo senso Franco Manzoni – che proprio nel 2018 festeggia, con questa raccolta, il quarantesimo anniversario della sua attività di poeta – può dirsi oggi il migliore dei poeti possibili, e la sua poesia un tentativo, perfettamente riuscito, di alternare “la vita nel visibile” a quella nell’invisibile. Se l’anima è il luogo della poesia, come scrive Keats, Milano è per Franco Manzoni il genius loci della poesia civile così come Roma lo era stata per Pasolini. Sporcarsi le mani con la vita di tutti i giorni, quella che ci impone la fatica di vivere, di tirare avanti, di credere, di sperare, di amare, anche di pregare, se e quando occorre. Questo è il miracolo operato dalla poesia di Franco Manzoni. Se quest’ultima è “un’infinita accoglienza di dolore”, si tratta di un dolore consumato e redento dalla parola che si fa vita.

 

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