Renzo Favaron, “Diario de mi e de la me luna”

Renzo Favaron

ESTRATTI
Da: Diario de mi e de la me luna

Par come te dovarìa ciamare
no’ cognosso pì ‘na paroa.
Mi no me strassio pì par mi.

La me boca parla de sienzhio.
Drento no’ piove che cue’o che no’ se pol dire
e mi me servo de ti pa’ no’ parlarghene.

Di me e della mia luna

Nei termini in cui ti definisco
non c’è posto per alcuna parola.
Io non soffro più per questo io.

La mia bocca parla di silenzio.
Non piove che l’inesprimibile dentro
ed io mi servo di te per non parlarne.

**

Me par che sia inverno
da tanto tenpo, che senpre
ghe sia stada la neve
che gà inpenìo le strade…
E cuesto insieme a on pensier
che pì se fa ciaro, pì patisso:
el pensier de no’ essere mi cuà,
ma nantro, nantro che de mio
gà la sgusssa, che parla par mi
cô no’ verzho gnanca boca,
fantasma ‘ncora mio ch’el vive
senzha dormir, anca se no ‘l xe sveio.

Mi pare che sia inverno
da molto, molto tempo,
che sempre ci sia stata la neve
che ostruisce le strade…
E questo insieme a un pensiero
che più si fa chiaro, più patisco:
il pensiero di non essere io qui,
ma un altro, un altro che di mio
ha la scorza, che parla per me
quando non apro neanche bocca,
fantasma ancora mio che vive
senza dormire, anche se non è sveglio

**

No’ dire altro cô parlo.
Se parlemo, oblighemose a fare sienzhio.
Questo xe el giusto dialogo.

No’ ghe xe paroe pa’ dire
che no’ podemo pì parlare.

‘Desso che so alegro e desperà
se carica el sienzhio
de cue’o che le paroe no’ sa dire.

Non dire altro quando parlo.
Se parliamo, obblighiamoci a fare silenzio,
E’ questo il giusto dialogo.

Non servono parole per dirci
che non possiamo più parlare.

Ora che sono allegro e disperato
nomina il silenzio
quello che le parole non dicono.

**

La xe sta longa la note in casa.
‘Desso la fame de l’inverno
te gh’è lassà. Serà su in tre,
cuatro metri, coion insemenìo,
‘spetando cissà che scato
insembrà in-te lo siroco de ponente.
Ricordando on sorasalto lesiero,
inbanboà davanti a la foto del to cuor
cofà a on catafalco onde manca
la sauma de cue’o che xe ‘ndà a patrasso.

E’ stata lunga la notte in casa.
Ora la fame dell’inverno
hai lasciato. Rinserrato in tre,
quattro metri, abulico scemo,
aspettando chissà quale sussulto
rappreso nello scirocco di ponente,
Ricordando un sobbalzo leggero,
imbambolato di fronte alla tua
fotografia del cuore, come ad un capezzale
in cui manca la spoglia del morto.

**

Serti giorni, cô no ti’ssì bon de stare
senzha pensarghe, el vento se ferma
e ndare pì pian te senti el cuore.

‘Na debolessa che no’ par vera,
alora, buta geme rosse in-te ‘l to nero
e senzha darte afano i oci se sera
pa’ essare dopo, forse, on fià pì verti.

Certi giorni, quando non sei capace di stare
senza pensarci, il vento si ferma
e andare più piano senti il cuore.

Una debolezza che non sembra vera,
allora, butta gemme rosse nel tuo nero
e senza darti affanno i tuoi occhi si chiudono
per essere dopo, forse, un po’ più aperti.

Nota a Diario de mi e de la me Luna

Nella prefazione a Presenze e conparse (Presenze e comparse), Attilio Lolini ha scritto:

«In questi ultimi anni la poesia italiana, quella più vitale, è tornata al dialetto: è un ritorno alla “semplicità” ed anche una presa d’atto che l’attuale italiano è una lingua, ormai, impraticabile. Nelle poesie “italiane”, anche quelle dei poeti migliori, si percepisce un non so che d’artefatto, di retorico, di inutilmente complicato mentre il dialetto pare restituire un’immediatezza ed una leggiadria che neppure il “pericolo” del sentimento (o sentimentalismo), del “mito” dell’infanzia, riesce a sciupare».

Diario de mi e de la me Luna è una plaquette in cui ci sono testi concepiti e composti negli anni in cui architettavo Presenze e conparse. Ad essi, poi, se ne sono aggiunti altri, quasi tutti brevi; mi cadevano in mente come parti (frammenti) di uno spartito musicale aperto e sempre più ritmato seguendo un movimento allegro e vivace, come tessere di un puzzle sonoro sotteso a un risveglio e a una rinascita. Proprio così: c’è una destinataria, la vita che passa e il desiderio che diventa una casa. In questo senso, Diario de mi e de la me Luna è un libro felice, disteso. Nonostante gli urti della Storia, c’è ancora e sempre l’amore per Lunetta e quello della poesia (in lingua e in dialetto): «Dire sì per raggiungere un altro sì».

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