Filiberto Menna, “Il nuovo che avanza”

Filiberto Menna davanti a un’opera di Gajani. Fotografia di Pino Grimaldi, 1973

In occasione del trentennale dalla scomparsa di Filiberto Menna, la Fondazione Filiberto e Bianca Menna vuole ricordarne il lavoro teorico e critico, come pure quello di docente di Storia dell’Arte Contemporanea nell’Ateneo salernitano, con una giornata di studi che si terrà a Salerno, nella sede propria della Fondazione, in via Lungomare Trieste 13, mercoledì 6 febbraio 2019, dalle ore 10:00.

 

PROGRAMMA

 

ore 10:00

 

SALUTI

dott. Claudio Tringali, Presidente – Fondazione Filiberto e Bianca Menna

Arch. Vincenzo Napoli, Sindaco di Salerno

 

 

INTERVENTI DI

 

Achille Bonito Oliva

Angelo Trimarco

Lorenzo Mango

Paolo Balmas

Massimo Carbone

Antonio Passa

Stefania Zuliani

 

ore 15:00

 

Alfonso Amendola

Antonio Bottiglieri

Giuseppe Cacciatore

Giuseppe Cantillo

Gemma Criscuoli

Pina De Luca

Enzo Ragone

 

 

MODERA Mariano Ragusa

 

ore 18:00 – performance di Pietro Lista

 

con una testimonianza di Gillo Dorfles rilasciata nel 2009

 

ore 19:00 un ricordo di Tomaso Binga – Bianca Pucciarelli Menna

 

Filiberto Menna, nota biobibliografica

 

Archeologo del moderno e instancabile animatore di attività culturali tese a leggere le impervie contrade del presente dell’arte, Filiberto Menna (nato a Salerno l’11 novembre 1926), volto centrale nella lavagna critica del secondo Novecento, ha attraversato e intrecciato, con sicurezza e vivacità intellettuale, discorsi e saperi diversi per analizzare e verificare, di volta in volta, «i movimenti dell’arte – l’autonomia e i suoi limiti – e le stesse ragioni della pratica della critica».

Primo docente, in Italia, di una cattedra dedicata integralmente alla Storia dell’Arte Contemporanea (1965), Menna ha proposto, con fermezza, il proprio progetto teorico, i propri orientamenti e le proprie prospettive metodologiche per organizzare una costellazione riflessiva tesa a disegnare e scansire gli andamenti dell’arte, della critica e della teoria.

Dal dibattito sulla città, sui luoghi dell’abitare e sul disegno industriale, all’immagine della Pop art, dalla fotografia alla poesia visiva, dalla nuova poetica dei Gruppi nati sotto il sogno e il segno dell’Arte cinetica e visuale (1969), all’arte concettuale. E poi, gli esempi artistici di Kosuth e Beuys, la rupture tra l’artistico e l’estetico, il rapporto tra l’arte e l’educazione all’arte. O, ancora, l’impegno politico, l’ininterrotta militanza sulle pagine di Telesera, Il Mattino, Il Globo, Il Corriere della Sera e Paese sera. Ma anche, «il sodalizio con Marcello Rumma, nella casa editrice e con le iniziative artistiche amalfitane» (1966/68), che restano, tuttora, disegni e destini – per il mondo dell’arte (e non solo) – di vitale discussione e di studio. Il lungo viaggio di Menna tra le maglie ambigue del contemporaneo ha percorso, con fiducia, questi – e altri – campi d’azione, per trovare risposte o soluzioni utili a costruire un modello artistico in grado di risolvere o, quantomeno, offrire input vivaci e riqualificanti nei territori del sociale, del politico e dell’economico. Approdato ai sentieri dell’arte dopo gli studi in Medicina, ed educato alla scuola – asse familiare, poi – di Lionello Venturi e di Giulio Carlo Argan, che lo avviano alla necessità di fare dello studio dell’arte una disciplina scientifica, Menna ha trovato nel campo sconfinato dell’avanguardia un prefisso indispensabile per stabilire un contatto con luoghi dell’arte disabitati o trascurati e, nel contempo, per tracciare una maglia teorica in grado di analizzare, via via, i volti del presente dell’arte.
Nel 1962, mentre prepara una inchiesta sull’Industrial design, chiude un lungo lavoro sulla figura di Mondrian in cui esamina non solo la posizione artistica del pittore olandese, ma anche l’apparato teorico e poetico che fa da preambolo all’articolazione geometrica della sua pittura, fedele, questa, a un astrattismo ortodosso sul quale Menna ritornerà, a più riprese – nel 1975 cura, per le edizioni Feltrinelli, Tutti gli scritti di Mondrian e, nel 1990, esce postumo il saggio L’astrazione analitica – per verificare le strade e le contrade in cui s’intrecciano o si respingono i territori della teoria e quelli della pratica dell’arte.

Mai messa in discussione, l’avanguardia ricompare nel 1967, con insistenza, in un lavoro monografico – dedicato alla figura di Prampolini – in cui Menna non solo dispiega le vicende intellettuali e gli interessi pluridisciplinari dell’artista (al quale ritorna, poi, nel 1980), ma ricostruisce, evidenziandone l’importanza, uno spaccato nevralgico dell’arte italiana tra le due guerre che spingerà oltre, quasi a trovare risposte e affrancamenti dagli imbarazzi postbellici, con un lavoro, ancora inedito, su Margherita Sarfatti.

Agli anni sessanta del Novecento appartiene anche la Profezia di una società estetica (1968) in cui l’Autore rafforza «una linea eudemonistica della cultura contemporanea (per cui l’arte passa nella vita come esteticità diffusa, col compito di reintegrare individuo e ambiente)» e propone, così, un modello d’intervento artistico capace di «trasformare anche la realtà sociale» (Sinisgalli). La regola e il caso. Architettura e società (1970) raccoglie, invece, i suoi interventi più direttamente rivolti al tema della progettazione architettonica.

Guardando all’arte e alla critica come strumenti privilegiati in grado di cambiare il mondo, sulla stregua della lezione avanguardistica e della modernità, Filiberto Menna ha tracciato, così, una parabola riflessiva, privilegiando, di volta in volta, i territori mobili del presente dell’arte, l’attualità tellurica delle cose, le linee chiare e impervie della contemporaneità.

Lungo questa prospettiva si configurano anche le sue scelte e i suoi interessi. Risale all’anno accademico 1972-73, per esempio, quello mostrato per il Surrealismo che è al centro delle attività dell’Istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Salerno con un Convegno internazionale di studi al quale segue, nel 1977, una maestosa pubblicazione.

Al 1975 risale La linea analitica dell’arte moderna. Le figure e le icone che resta, certo, uno dei libri più apprezzati dagli stati generali della critica e uno dei nodi centrali del suo pensiero. Un lavoro, impostato in chiave strutturalista, che affronta alcuni andamenti ben precisi dell’arte per evidenziare – da Seurat all’arte concettuale – un atteggiamento specifico che l’artista assume spostando «i procedimenti dal piano immediatamente espressivo o rappresentativo a un piano riflessivo, di ordine metalinguistico, impegnandosi in un discorso sull’arte nel momento stesso in cui fa concretamente arte».

Nel 1980, mentre chiude il suo mandato come Preside della Facoltà di Magistero dell’Ateneo salernitano, città del suo primo impegno politico (tra le fila del Fronte Popolare e, poi, tra quelle del Pci), e decide – con un po’ di tristezza e rammarico – di trasferire la propria attività d’insegnante alla Facoltà di Architettura di Roma, pubblica il volume Dentro e Fuori. Intellettuali e istituzioni in cui raccoglie una serie di articoli e interventi che documentano, appunto, la sua vasta attività politica e istituzionale. Dello stesso anno è Critica della critica, un saggio in cui Menna tende a ricucire lo strappo (e ad analizzare il violento scollamento) che si è verificato tra la pratica dell’arte e quella della critica.

È del 1982 il suo progetto editoriale che si attua con la messa in campo, nel panorama giornalistico, di una rivista dedicata all’arte e alla critica d’arte, sua compagna di strada, per sviluppare un discorso avviato nel 1980, con la pubblicazione del volume Critica della critica. In piena temperie postmoderna, fonda, infatti, Figure. Teoria e critica dell’arte, affiancata, si da subito, da una collana di testi che accoglie un suo nuovo volume, Quadro critico. Dalle avanguardie all’arte informale, una raccolta di saggi apparsi, in varie occasioni, tra il 1960 e il 1981.

Il progetto moderno dell’arte e William Hogart. L’analisi della bellezza – pubblicati ambedue nel 1988 – rappresentano non solo l’ultimo baluardo felice del suo navigare nei mari della modernità di cui ha voluto ancora una volta analizzare criticamente prospettive future e profonde radici, ma anche una sorta di lascito testamentario e la chiara dimostrazione di un’avventura intellettuale che si chiude, inaspettatamente, il 6 febbraio 1989. (testo di Antonello Tolve)

 

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