Claudio Pasi, “Ad ogni umano sguardo”


LA NAVIGAZIONE INTERNA NELL’88 D.C.

Per queste terre basse, nella nebbia
o sotto il sole a picco, lungo prode
inabitate e astrusi labirinti
di canali e lagune, trasportiamo
derrate e passeggeri da Claterna
agli scali di Spina conficcando
nel fondale melmoso le pagaie.

Su queste onde scorre lentamente
tutto il tempo del mondo, e allora smettano
di farci fretta consoli e mercanti
o poeti venuti da lontano.
Vanno così le nostre vite e senza
né dolore né gioia proseguiamo,
pigri Argonauti verso nessun dove.
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SOPRA LA COROGRAPHIA DI G. B. ALEOTTI STAMPATA NELL’ANNO 1603

Qui è dove convergono le piene
dei torrenti discesi dai calanchi
franosi d’Appennino che, travolti
gli sbarramenti e le fragili dighe
fatte di malta e di fascine, vanno
a spagliare per tutta la pianura.

Qui, quando aumenta la marea, nei pozzi
e nelle vene d’acqua dolce entra
un rivolo salmastro dalle valli
costiere; qui le torbide ostruiscono
le norie dei mulini galleggianti
come neri castelli alla deriva.

Qui di anno in anno gli affluenti mutano
il loro corso e allagano i villaggi
di capanne, le pietre confinarie,
i terreni boschivi – e qui è un cartiglio
vuoto, una sbavatura dell’inchiostro,
la scala in miglia, la rosa dei venti.

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LA RACCOLTA DELLA CANAPA NEL 1741

Dopo la terza rugiada di agosto,
con i falcetti lunghi hanno tagliato
gli steli alla radice e li hanno stesi
incrociandoli a X sul campo vuoto,
e rivoltati e messi ad asciugare
in pieno sole per alcuni giorni.

Poi, scrollate le cime sul terreno
fino a togliere i grappoli dei fiori
e i ciuffi delle foglie inaridite,
li hanno legati insieme ed appoggiati
gli uni con gli altri a forma di piramide,
perché, se mai piovesse, l’acqua scorra
sopra la scorza verde delle piante.

Hanno quindi diviso i fusti secchi
in mannelli di uguale dimensione,
riuniti in grossi fasci e trasportati
ai maceri specchianti, dove li hanno
sovrapposti a più strati e come zattere
sospinti verso il fondo limaccioso
con il peso dei tronchi e delle pietre.

La canapa è rimasta qui sommersa
per una settimana a fermentare,
finché il tiglio fibroso si è staccato
dai gambi scoloriti. Solo allora
gli uomini sono entrati dentro l’acqua,
e incuranti dei miasmi hanno levato
i sassi e sciolto i nodi dei fastelli,
che ora vengono a galla come pesci.

Per tre volte rituffano gli steli
ormai molli, sfregandoli tra loro,
e li gettano a riva e in mezzo ai prati
li aprono a cono a sgocciolare. A notte
sembreranno capanne biancheggianti
al lume della luna, oppure spettri
immobili, avvolti nei mantelli.

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NOTIZIA DELL’ALLUVIONE DEL 1902

Riversata dagli argini dell’Idice,
l’acqua che adesso inonda le campagne
autunnali continua a tracimare
da savenelle e gore, e piano smotta
zolle arate e scoline, sommergendo
gli alberi radi e i pali del telegrafo,
desolati ancoraggi per le barche
che vanno lente alla deriva in mezzo
ai casolari, riaffioranti dallo
specchio cavo del cielo come isole
attorno a una laguna. Nelle corti
rurali o sopra i botri dove il flusso
più ristagna, si allungano i ragazzi
e a mani nude afferrano le anguille
e le carpe fangose, imprigionate
tra le buche ricolme e le barriere
dei canneti schiomati. Scivolando
nella corrente, dirigono verso
la piazza del paese – che ora sembra
una baia in bonaccia – larghe zattere
caricate di stie e di masserizie,
mentre, simili a uccelli di palude,
braccianti torvi e silenziosi, dritti
a bordo di leggeri sandolini,
si sostengono ai remi. C’è con loro
Giuseppe, l’uomo dalla barba rossa.
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UNA FOTOGRAFIA DEL 1956

È una fotografia in bianco e nero
di mia madre da giovane che porta
una gonna leggera di tessuto
à pois, stretta alla vita
da una cintura con la fibbia tonda.
Vanno verso lo sfondo prospettive
di pioppi che fiancheggiano il canale
e sul colmo dell’argine sono
appoggiate l’una all’altra due
biciclette, appena lucidate.
Vicino c’è mio padre,
il maglione annodato intorno alle
spalle, i capelli con la sfumatura
alta sopra la nuca e rilucenti
di brillantina. Esprime nello sguardo
l’ironia di un desiderio d’amore
trattenuto, mentre lei gli sorride
di timidezza vera e lo respinge
per scherzo.
Sul retro, nell’angolo
in basso, scritta a inchiostro di china
scolorito, la data: primavera
del ’56, forse il pomeriggio
di un aprile ventoso o una domenica
di marzo, quando io non esistevo.

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IL PASSO SUL RENO FINO ALLA FINE DEGLI ANNI SESSANTA

Prima che costruissero sul fiume
la passerella in ferro per le bici
e i pedoni – che adesso è stata chiusa
al transito e che per divertimento,
da ragazzi, aggrappati alla ringhiera,
facevamo oscillare fino a quando
i tiranti d’acciaio non vibravano
come corde di un’arpa, e tra le grate
nell’acqua balenavano i riflessi
della luna d’agosto – prima c’era
uno che traghettava da una riva
all’altra le persone, sospingendo
con un palo una barca a fondo piatto,
avvolto in un tabarro e sulla testa
un cappello di paglia a tesa larga.
Ogni giorno scendevano dagli argini
frotte di donne con le sporte della
spesa, scolari coi grembiuli neri
e le scarpe infangate, un uomo in sella
ad un mosquito, che fumava solo.
Aspettavano, fermi sul pontile,
di attraversare, mentre le garzette,
le lunghe zampe simili a dei rami,
tutte insieme sbattevano le ali
bianche, come le anime dei morti.

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PER A., APICOLTORE DAL 1990

              casus apibus quoque nostros
              vita tulit
(Virgilio, Georgiche IV, 251-252)

Ti ringrazio di avermi regalato
questo vaso di miele, granuloso
e compatto, che le tue api hanno
distillato dal nettare dell’erba
medica e del tarassaco, vagando
sopra le biolche e i fossi di drenaggio,
e che poi tu hai staccato dalle arnie
inondate di fumo con la lenta
pazienza del dolore, perché dentro
è come se vi stessero racchiusi,
insieme ai fiori, anche tutti i volti
di coloro che apparvero e disparvero
qui, nella terra dove siamo nati.

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CONGEDO SENZA DATA

ad Alessandro Fo
per questa poesia e altro

Io non lo so cosa può dire a un altro
questa terra, ma è dove sono nato:
un piccolo paese ed una casa
che brucia, culla e mondo dell’infanzia.
Come un ramo dal tronco, sono stato
qui generato e qui sarò sepolto.

È la mia casa. Qui conosco i nomi
dei cespugli, conosco i loro fiori,
so dove va chi cammina per strada,
so che cos’è il dolore che fluisce
nei tramonti d’estate e arrossa i muri.

Dall’oblò dell’aereo uno distingue
solo una trama di villette a schiera
e capannoni; io vedo grilli e rondini,
un campanile storto ed una torre,
la casa che fu abitata da un poeta.

Dall’alto si apre poi lo spazio vuoto
dell’ex fabbrica e i campi coltivati;
io vedo un uomo che lavora, i pioppi,
frutteti cinguettanti, vigne, tombe,
il pianto silenzioso di una madre.

Ai lati della ferrovia dismessa
mi appare ancora il casellante, in mano
la bandierina rossa arrotolata,
i bambini che guardano passare
il treno merci, i cani nei cortili.

Nel parco c’è la traccia del suo bacio,
mora di rovo e miele sulle labbra,
la pietra su cui caddi mentre andavo
in bicicletta, pietra ormai scomparsa
che più nessuna mappa può mostrare.

Noi, come tutti, abbiamo fatto errori,
sappiamo cosa e quando, dove e come,
ma adesso qui vive altra gente, forse
altri bambini senza colpa, chiusi
nel buio di una stanza, finché un giorno
risponderanno con parole nuove
alle nostre parole. Tu, notturna

nuvola,
sopra di noi distendi le tue ali.

 

(ESTRATTI da: Ad ogni umano sguardo, Torino, Nino Aragno Editore, 2019
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Claudio Pasi è nato a Molinella (Bologna) nel 1958. Vive a Camposampiero, in provincia di Padova. Ha pubblicato la plaquette di versi In linea d’ombra (Niemandswort, 1982) e la raccolta La casa che brucia (Book Editore, 1993). Altre poesie sono successivamente apparse su varie riviste cartacee e on-line. Ha collaborato a «Poesia», a «Testo a fronte» e ad altre riviste con traduzioni da poeti antichi e moderni. Nel 2016 è uscita, in traduzione inglese, una breve silloge di testi editi e inediti dal titolo Osservazioni / Observations, a cura di Tim Smith e Marco Sonzogni (Wellington NZ, Seraph Press). Le raccolte più recenti sono Nomi propri (Amos Edizioni, 2018) e Ad ogni umano sguardo (Nino Aragno Editore, 2019).

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Commenti

  1. grazie della tenerezza di questi versi, della vita e della nostalgia che vi alitano.
    poesia che si può capire, che parla, un dono raro

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