Residenze Estive 2010

Dal 24 al 27 giugno 2010 si è tenuta a Duino (Trieste) e nella Regione Friuli Venezia Giulia la XI edizione di “Residenze estive, Incontri residenziali di poesia e scrittura” a cura dell’Associazione e rivista Almanacco del Ramo d’Oro in collaborazione con il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico e Il Ramo d’Oro Editore.
Il Festival di poesia e Laboratorio culturale attraversa varie espressioni e contaminazioni artistiche. Un progetto che comprende visioni e prospettive diverse tra loro, ne coglie gli aspetti specifici e crea occasioni di confronto e scambio attraverso rapporti formali e informali, con poeti, scrittori e artisti di diverse tendenze , attraverso letture, seminari, video, esposizioni, performances.
Caratteristica del progetto è la residenzialità “aperta” degli ospiti che soggiornano a Duino (Trieste) nella Foresteria del Castello (Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico) e incontrano il pubblico e gli appassionati di letteratura in diverse occasioni e luoghi, condividendo molti momenti e spazi della vita quotidiana. Il progetto punta sulla riappropriazione di un tempo più disteso, nel quale l’incontro con l’autore non avviene solo nel momento pubblico e già organizzato dello spettacolo. Le letture pubbliche si svolgono in diversi luoghi della Regione Friuli Venezia Giulia e in Istria (Montona-Montovun-Croazia).

“Residenze Estive”, la sfida di Gabriella Musetti
E’ difficile parlare di qualcosa che hai fatto con amore, con dedizione, quasi un figlio che nasce ogni anno dalle viscere di un profondo amore. Questo è per me Residenze Estive: ogni anno una sfida, una scelta di programma, un combattimento con l’incomprensione di chi dovrebbe comprendere. Sono stata insegnante per sei anni al Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico di Duino, comandata dal Ministero della Pubblica Istruzione, ho vissuto con passione questa immersione in un contesto internazionale, con studenti di altissima qualità, provenienti da oltre sessanta Paesi del mondo. Ho imparato da loro, ho scambiato con loro il mio sapere. Mi è rimasta l’utopia pregnante del progetto, la voglia di conoscere gli altri con attenzione, la sfida che non trova limiti. Da quando sono uscita dal Collegio ho il privilegio di poter contare sulle sue strutture per far incontrare poeti e scrittori, nazionali e internazionali, per alcuni giorni in questi magnifici luoghi, carichi di cultura e di storia. Ogni anno è una sfida diversa, ogni anno è una esperienza diversa perché le combinazioni alchemiche della situazione si creano e si vivono nella dimensione che le contiene. L’idea che sorregge tutta la costruzione è quella di far incontrare per alcuni giorni persone che si occupano di poesia e letteratura in modo informale, vivendo insieme in un Collegio per studenti, condividendo le operazioni della vita quotidiana nella massima libertà e calore. Ci sono, certamente, le letture pubbliche degli autori e delle autrici in varie parti della regione e anche in Croazia e Slovenia, data la vicinanza dei territori, e la relazione con diverse associazioni culturali, istituzioni e comunità linguistiche che negli anni hanno consolidato un rapporto con la manifestazione, come la Comunità degli Italiani d’Istria (Croazia), l’EDIT, Casa Editrice degli Italiani di Fiume (Croazia), la Manifestazione itinerante Acque di Acqua che lega poeti provenienti dalla macro regione Alpe Adria (Italia, Slovenia, Austria, Croazia). Quest’anno è stato interessante attraversare la cultura degli Italiani d’Istria nella Comunità di Montona, dove ci siamo recati il giorno 27 giugno, come negli anni passati a Rovigno, e a Grisignana d’Istria, senza contare Tomaj e Sezana, in Slovenia, luoghi del poeta Kosovel, che abbiamo conosciuto nelle sue dimore e scritture. Come è stato bello leggere poesia sul sentiero Rilke di Duino, attraversare con letture poetiche realtà particolari come l’ex Ospedale Psichiatrico di Trieste, o Casarsa della Delizia, negli spazi speciali di affetto e di linguaggio materno di Pasolini. La parte più significativa delle Residenze, tuttavia, è proprio nell’incontro delle persone invitate e ospiti, in quelle sezioni informali che sono i “caffé e libri sul prato” dove si parla a ruota libera di progetti in fieri, dove si propongono letture ancora in progress, dove ci si sbilancia in un confronto alla pari tra chi è presente, sia esso ospite o pubblico convenuto. Questo aspetto che consente un rapporto discreto, informale, spontaneo e nello stesso tempo organizzato, che si può protrarre a pranzo, o facendo una passeggiata sulla costiera a picco sul mare, o assaggiando un frutto o prendendo un caffé insieme ad altri, consente spazi di conversazione non rubati all’efficienza perfomativa degli eventi, e rappresenta il succo di questa esperienza, a mezza strada tra una residenza di scrittura vera e propria e un festival tradizionale. Quest’anno la manifestazione ha festeggiato il suo undicesimo anno: non so dire quali esperienze siano state più significative in questi anni trascorsi, ogni anno rappresenta una caratteristica a sé, con i suoi bagliori e le sue specificità. Posso dire che ogni anno è una scoperta nuova, un modello che si rinnova completamente anche se l’impronta è la medesima, tanto è vero che numerose autrici e autori ripropongono la propria presenza, da affezionati, nel rinnovamento generale delle presenze.


Juan Octavio Prenz
Radici

Parliamo una lingua che qualcuno ci ha portato
da tempo e da un luogo lontano.
Forse ci ricordiamo appena il colore delle labbra
e la voce del donatore o invasore.

Il mondo è pieno di portatori di lingue
come riconoscerli?

Pervertiti da ideologie e storie
trasformiamo in doni gli oggetti imposti,
li modifichiamo con garbo
(per salvare qualche antica colpa?)
per avere anche noi il diritto
di essere

donatori.
da: Antologia poetica, Hammerle Editori, Opicina (Trieste) 2006

Sui passi di Rilke
di Enzo Santese
Il Festival Residenze estive è una proposta culturale che si presenta come un caleidoscopio di moduli espressivi e di umori caratteriali (ben evidenti nelle opere dei partecipanti), aggregati per l’occasione in un complesso che, nell’eterogeneità degli invitati e nella qualità delle “voci” impegnate, esibisce il tratto di un evento importante per questa zona centrale d’Europa, eppure ancor poco considerato (a torto!) dalle istituzioni in rapporto alle potenzialità di confronto e approfondimento di cui è capace.
Sui passi di Rilke si consuma un rito ogni anno sempre diverso (si è svolta quest’anno l’XI edizione), che ha proprio nell’assenza di ripetitività il suo slancio di seduzione e di novità: persone che nella scrittura trasfondono la propria tensione di conoscenza e di comunicazione con se stessi e con gli altri, uscendo dalla referenzialità, che è la “turris eburnea” in cui spesso si genera il rischio di un atteggiamento solipsistico. Ecco, con l’auspicio forte e intenso di Gabriella Musetti – che delle lettere conosce le potenzialità di gioie e sofferenze, frequentandole con un costante approccio al fatto creativo e a quello critico – nella foresteria del Castello di Duino, solitamente sede di un’internazionalità scritta nella vocazione del luogo e della sua collocazione geografica, si struttura una temporanea coesione di stili, forme espressive, tensioni intellettuali e lungo il sentiero Rilke, nel concerto di falesie emergenti dal suolo del sentiero, nei piazzali che consentono di provare la vertigine dello strapiombo, intellettuali molto differenti tra loro hanno percorso l’incanto della coesione in un coro variegato di umori e di pensieri.
L’occasione, come poche in regione, ha uno spessore culturale leggibile non solo nelle presenze, ma negli approfondimenti effettivi che si realizzano nei giorni di svolgimento; le più varie calibrature (formative, professionali e umane) entrano in un circuito dove le frequenze intellettuali, emotive e sentimentali talora si attestano a un livello di corposa efficacia nella persistenza del ricordo, che se ne mantiene anche dopo la conclusione della kermesse.
L’apertura del festival con la “passeggiata collettiva” sul sentiero Rilke ha mostrato ampiamente come la poesia e la letteratura in genere (quella che sfugge alla logica della ricerca spasmodica di effetti “a tutti i costi” sull’uditorio), quando escono dai luoghi deputati a contenerne ufficialmente le risonanze, riesce a intercettare l’attenzione di un pubblico eterogeneo. Lo ha dimostrato anche la curiosità dei turisti che sul medesimo sentiero si sono ritrovati sulla “rotta” di poeti e scrittori, impegnati a leggere alcuni personali pensieri affidati all’armonia della poesia oppure alle cadenze della prosa.
 
Più di tutto i volti, le voci, le parole
di Nicoletta Buonapace
Più di tutto i volti, le voci, le parole.
Più di tutto la luce che cade sui corpi, che illumina gli occhi, che rivela e insieme confonde.
Poesia di parola e di gesti, di espressioni improvvise e misteriose, di nuovo stupore.
Più di tutto il sogno d’un sentiero a picco sul mare, illuminato da una luna che sorge, rossa, nella notte. Più di tutto, uno stupore di bambini.
L’emozione di parole che si sollevano sulla strada, coraggiose e che attraversano il rumore, insinuandosi tra i piedi e le teste.
E il risuonare d’un canto antico.
Strade di memoria amata: Rilke, Joice, Svevo.
Trieste magica e bianca, che  vedevo per la prima volta.
Un mare così profondo e blu da immaginare subito altro mare, altre terre, altre lingue, come confini da attraversare più che da segnare, da ascoltare più che possedere: vivere e costruire la pace.
Ricordo mille suoni di-versi tra le rose.
Ricordo occhi liquidi e chiari, una saggezza timida.
Ricordo la fragilità dentro la forza, il coraggio e il pudore e il sorriso, moneta rara in questo tempo di voci gridate, senza pudore, violente.
Ricordo voci e parole e corpi di donne.
Un’intelligenza del mondo che si fa tenerezza, ribellione, coscienza lucida.
Una parola che ho sentito incarnata sempre, nel segno dell’originalità, la conquista mai gratuita d’una parola che ha trovato per sé libertà e che si è data esistenza nel mondo.
Il senso del limite, della parzialità cui ci consegna il corpo, così preziosa per poter incontrarsi nell’autenticità, di là dalla prepotenza e dalla bugia dell’universalità.
Più di tutto i volti, le voci, le parole.
Più di tutto, l’intervallo del silenzio all’ombra degli ippocastani.
Più di tutto il misterioso incontrarsi, la tessitura leggera di pensieri, di risate, di strada percorsa insieme che rimane come una specie di filo d’aquilone lieve e leggero tra noi e che scompare, tra le nuvole, per un altrove dove c’incontreremo forse ancora, le parole che ancora nasceranno.
Più di tutto, l’amore per la parola che vuol dire, oggi, per me, ancora, amore del mondo.

Marco Marangoni
Ad un presente aperto, ad un risveglio
guardi, pensi e affidi il giorno,
uno ti senti
col vicino

che non conosci, ma ti è dentro
com’ogni cosa è mondo, inesausto
desiderio. Pioggia, sole

ti seminano un raccolto,
ti fanno serio…
chi lavora a un sorriso, chi ad un sogno
Da: Per quale avventura Raffaelli Editore, 2007

Poesia con gli altri, poesia negli altri
di Monica Pavani
Più cerco di star vicino alla poesia e più mi rendo conto che è una strana bestia: se la si legge, o la si scrive, è inevitabile sentire la mancanza di qualcuno lì a fianco, che ascolta, o che a sua volta legge. E a volte, in mezzo a tante persone, o a tanto parlare, si sente la mancanza di quel silenzio assoluto, di quella solitudine che si riempie senza le parole.
Le Residenze estive hanno il grande pregio di consentire entrambi questi momenti, che vengono ugualmente rispettati. Il maggiore equilibrio, e la maggiore intensità, io li sento durante le letture: quando ognuno offre quello che ha, si denuda fin dove può e dove vuole, con umiltà e con coraggio. È un momento impagabile, ciascuno prende possesso di un frammento di tempo, prova a riempirlo di qualcosa che sia condivisibile, con serietà o con ironia, con acume o innocenza poco importa. Importa il mettersi a nudo. Ed essere pronti ad accettarlo dagli altri, con felicità e grandissima festa: la poesia è libertà. È una porta sempre aperta a patto che si sia leali con sé e con gli altri. Se non è questo a cosa ci serve?
Quello che – dall’altra parte – avverto subito è invece la pesantezza dell’ideologia, di qualsiasi ideologia. O filosofia. Per me sono equivalenti e ugualmente estranee a ciò che sento essere il territorio franco della poesia: le porte si chiudono, la verità sembra una cosa e non un’altra, una cosa e non il suo contrario, un colore e non il suo complementare. E i conti tornano, ma la poesia è quel foglio da partita doppia che si moltiplica all’infinito o si annulla, dove i conti non solo non tornano mai ma soprattutto non importano.
Ringrazio Octavio Prenz, che mi ha detto: “Per me la poesia deve cantare”. Questa frase racchiude tutto quello che vorrei dire, quello che vorrei avere da dare e da mettere in comune, sullo stesso tavolo. Uno stesso pane di cui si mangia tutti, con grande commozione e grande euforia, perché grande è la fortuna di averlo.
Quello che canta unisce, fa sentire. Quello che pensa divide, fa ragionare.

Stefano Guglielmin
18.
sui negri non ha nulla da dire, ma per principio
a nessuno volta la schiena. nemmeno al giallo crespo del tatto
quando lei, dolce, lo scuote. vorrebbe il suo cane obbediente
invece la bestia sbava dal labbro, lascia le feci in cucina.
di notte, tutto questo lo sfianca, gli bagna il nervo spinale.

23.
poi c’è l’anima universale, la ghisa su cui tutto cresce.
anche l’azzardo in bilico sul vuoto, che è altro modo d’intendere
lo spazio, quel solido nulla dove la vita trottola e canticchia.
pare che sotto ci sia un formicolio di gente, una teppa scura
che ringhia. lui però vede la luce ovunque, paga da bere ai cani.

28.
teme la morte perché non viene a mezzadria. dopocena, poi
lascia i vermi sul piatto e non dà il resto. lui preferisce
il negozio: dare e avere, comprare. ma la morte è una bocca
impagabile, una ciste che va in fregola appena la sfiora.
quando la tocca, tutta la madre trema.
da: C’è bufera dentro la madre, l’Arcolaio, Forlì 2010

Come muore la nostra lingua a due passi da casa Italia
di Loredana Magazzeni
Scrive Margaret Atwood in “Marsh languages (Lingue di palude)”che le lingue sono l’humus della terra e che esse lottano come i popoli per non morire: “Le lingue dolci e scure vengono zittite:/Madrelingua Madrelingua Madrelingua/ una dopo l’altra ricadono nella luna”.
Questo accade a due passi da casa nostra, nella verde e accogliente Croazia, dove la minoranza italiana fa sentire la sua voce attraverso editori e riviste (la casa editrice Edit di Fiume, la rivista La Battana, ad esempio), nell’indifferenza generale della madre patria, che pure si è impegnata, per legge, a garantire la salvaguardia di ogni minoranza linguistica al suo interno, ma anche fuori dai confini. Francia e Inghilterra ci hanno insegnato in passato l’orgoglio della lingua ed il senso di appartenenza che ne scaturisce. Hanno favorito una letteratura oggi fiorente di studi postcoloniali, sono impegnate a garantire la salvaguardia della lingua d’origine fuori dai confini, inglobandola nel sistema letterario nazionale.
Cosa sappiamo invece noi degli italiani di Croazia? Delle opere, dei libri di poesia e dei romanzi da essi prodotti? Quasi nulla, se non per alcuni (pochi) nomi eccellenti della letteratura istro-quarnerina che hanno fortunatamente varcato i confini (Anna Maria Mori, Nelida Milani, Giacomo Scotti, Fulvio Tomizza, Osvaldo Ramous, Mario Schiavato, Lucifero Martini, Alessandro Damiani, Ester Barlessi, ad esempio).
“I confini noi li attraverseremo”, scrive Ingeborg Bachman, sapendo che i confini si scrivono e si riscrivono continuamente, sulla pelle dei confinanti, che qui hanno casa e di là hanno parenti, che qui vivono e di là pensano, in madrelingua. Schengen è una porta enigmatica dentro la casa Europa, una porta invisibile e soprattutto culturale, una porta dell’immaginario che ancora una volta separa un qui da un fuori di qui, un noi da un altro da noi. Anche quando l’altro da noi parla la nostra stessa lingua, oltre all’altra lingua in cui è immerso, la padroneggia in modo impeccabile, ha dunque gli stessi nostri padri e madri letterari, le nostre stesse radici.
Queste brevi riflessioni mi sono scaturite dall’incontro con Silvio Forza, direttore della casa editrice Edit, a Fiume, che ci ha accolto a Montona d’Istria, in Croazia, all’interno delle intense giornate culturali di Residenze Estive 2010, organizzate ogni anno dall’Associazione Culturale e Rivista Almanacco del Ramo d’Oro in collaborazione con Il Ramo d’Oro Editore e il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico di Duino (Ts), durante le quali si sta insieme, si parla di poesia e letteratura, ospiti nella Foresteria del Collegio, si visitano luoghi letterari topici delle culture di questi luoghi di confine (la casa materna di Pier Paolo Pasolini, a Casarsa della Delizia, quest’anno, ma anche la casa natale del poeta Srečko Kosovel a Tomaj, frazione di Sežana, in Slovenia, lo scorso anno), si incontrano poeti e scrittori in lingua italiana, slovena, croata, grica e nei dialetti locali.
La Comunità degli Italiani d’Istria, di cui Forza ci ha portato in prima persona la testimonianza, sta sperimentando sulla propria pelle la “possibilità di vivere una identità multipla” (sono parole di Forza), di praticare dunque la condizione moderna per eccellenza, quella del nomadismo culturale, crosspassando da una cultura all’altra, ed in questo esercitando una elasticità mentale e una produzione in assenza che ne fa per noi un fenomeno cui guardare con vivo interesse.
Manca, a detta di Forza, un mito fondativo di questa nuova cultura italiana istriana. Mentre la Croazia ha coltivato il topos dell’incomprensione e dell’ingiustizia, del sentirsi “umiliati e offesi”, gli italiani d’Istria hanno accarezzato a lungo il tema del nostos, della nostalgia dolorosa per la casa persa ed il tema altrettanto doloroso dell’esodo. Ecco che l’Istria, da luogo di confine, praticato solo come piacevole meta vacanziera dalle nostre pacificate e inconsapevoli coscienze, ci offre un’altra chiave di lettura, più complessa e articolata, ci apre a un’altra esigenza esistenziale, fatta di recupero linguistico ed identitario: fare i conti col passato per capire un presente sempre più multiculturale.

Luigia Sorrentino
il cerchio legato alle caviglie batte
alla forma del piede
che imprime da sé fino all’altro
non ci sono che piedi,
camminamenti
come obbedendo

avvicinandomi
ogni volta mi hanno detto allontànati
non distendere la lingua
sullo steccato

forma ripetuta molte volte sulla muratura
ho sbagliato la pronuncia
le gambe
hanno tenuto
il nome della ferita
palpebre chiuse hanno asciugato
il fiore del mandorlo o più lontano
il movimento nella corteccia
nel feretro,
con la bocca piena di terra
(Inedito)



Il programma
Giovedì 24 giugno
Ore 18:00 Duino (Trieste) – Sentiero Rilke
Conversazioni letterarie e letture poetiche di Marina Giovannelli, Giulia Ciarpaglini, Monica Pavani, Marina Moretti, Christian Sinicco, Luciana Tufani, Roberto Dedenaro, Luca Visentini, Marko Kravos, Enzo Santese, Melita Richter, Silvio Cumpeta, Alberto Princis, Cristina Miceli, Maurizio Mattiluzza e altri. 
Ore 19:00 Duino (Trieste) – Lecture Room del Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico
(In collaborazione con la Fondazione Cesare Pavese)
Visione del documentario “Cesare Pavese. Ritratto” di Andrea Icardi.
La breve vita dello scrittore piemontese, nato a Santo Stefano Belbo (nelle Langhe) il 9 settembre 1908 e morto suicida a Torino il 26 agosto 1950, raccontata da amici, parenti e colleghi, nel centenario della sua nascita.
 
Venerdì 25 giugno
Ore 10.30 Casarsa della Delizia (Pordenone) – Casa materna di P. P. Pasolini
(In collaborazione con il Centro Studi Pier Paolo Pasolini)
Itinerari nei luoghi della vita del giovane Pasolini. A cura di Angela Felice e Piera Rizzolatti.
Visita della mostra “Scatti per Pasolini” di Mario Dondero. Trentun foto in mostra, in cui il fotografo ha fissato l’ amico Pier Paolo, nel fervore creativo della Roma degli anni Sessanta, sul set del film “La ricotta” nelle riprese per l’inchiesta “Comizi d’amore”, alla moviola nel 1963 per il dibattuto film-documentario “La rabbia”, o ancora, in momenti di silenziosa rilassatezza privata, con l’amata madre Susanna e con i confidenti di una vita, Moravia, Parise, Penna, la Maraini e, naturalmente, Laura Betti.
Letture poetiche. Partecipano, tra gli altri, Octavio ed Elvira Prenz.
Ore 19:00 Trieste – Parco di San Giovanni – Roseto del Parco
(In collaborazione con Oh, Poetico Parco e festival Itinerante della poesia “Acque di Acqua”)
Letture poetiche di: Mila Bratina, Marco Marangoni, Miha Obit, Brenda Porster, Maria Pia Quintavalla, Giacomo Sandron, Luigia Sorrentino
Ore 20:00 – Spazio Rosa
Visione del cortometraggio “La taranta” di Gianfranco Mingozzi (Italia, 1962).

Il primo documento filmato dal tarantismo salentino. Commento poetico alle immagini di Salvatore Quasimodo. Breve introduzione del volume di Giuseppe Pinna, “Lo sguardo della taranta, il Salento nelle fotografie di Franco Pinna” (Edizioni Kurumuny, Archivio Franco Pinna, Calimera/Roma 2010).
 
Sabato 26 giugno
Ore 10:00 – 12:00 Duino (Trieste) Prato della Foresteria del Collegio
Caffè e libri sul prato, coversazioni letterarie, presentazioni di libri e letture poetiche informali.
Ore 17:30 Trieste – Antico caffè Tommaseo
Conversazioni su “Poesia contemporanea italiana e traduzione di poesia”
Introducono: Fabrizio Fantoni, Stefano Guglielmin e Marco Marangoni
Con: Mariella Grande, Marko Kravos, Loredana Magazzeni, Gabriella Musetti, Monica Pavani, Brenda Porster, Aleksij Pregarc, Octavio Prenz, Maria Quintavalla, Luigia Sorrentino, Mary Barbara Tolusso.
Intermezzi musicali di Adriana Giacchetta – voce, percussioni, Max Jurcev – fisarmonica.
 
Riportiamo la poesia in strada e in piazza per far comprendere ai politici che è cosa viva, davanti alla libreria di Umberto Saba.
 
Domenica 27 giugno
Ore 10:30 Montona-Motovun (Croazia)
Visita alla cittadina istriana e incontro con la Comunità degli italiani in Croazia.
Ore 16.30 Piazza Municipale
“Panorama sulla letteratura degli italiani in Croazia e Slovenia” a cura di Silvio Forza. Letture poetiche dei partecipanti con la partecipazione di Giacomo Scotti, Laura Marchig, Nelida Dilani.
Ore 18:00 Comunità degli italiani
Visione del cortometraggio “Appunti inutili” (Italia, 2006) di Diego Cenetiempo e Daniele Trani. Liberamente tratto dall’omonimo diario poetico (1946-1955) di Virgilio Giotti.
 
Hanno partecipato: Mila Bratina, Nicoletta Buonapace, Diego Cenetiempo, Giulia Ciarpaglini, Silvio Cumpeta, Roberto Dedenaro, Claudio Domini, Fabrizio Fantoni, Silvio Forza, Marina Giovannelli, Mariella Grande, Claudio Grisancich, Stefano Guglielmin, Loredana Magazzeni, Marco Marangoni, Laura Marchig, Maurizio Mattiuzza, Cristina Miceli, Nelida Milani, Jolka Milic, Marina Moretti, Gabriella Musetti, Miha Obit, Marko Kravos,  Monica Pavani, Brenda Porster, Aleksij Pregarc, Octavio Prenz, Alberto Princis, Maria Pia Quintavalla, Melita Richter, Giacomo Sandron, Enzo Santese, Giacomo Scotti, Christian Sinicco, Luigia Sorrentino, Mary Barbara Tolusso, Luciana Tufani, Luca Visentini.
 
Con il patrocinio della Casa della letteratura di Trieste

Ingeborg Backmann e Paul Celan

Ognuno parla con la colpa dell’amore: è il titolo del convegno sulla profonda e tormentata relazione tra due dei più grandi poeti del Novecento, Ingeborg Bachmann e Paul Celan.
Il 15 e il 16 giugno 2010, presso la Villa Sciarra-Wurts sul Gianicolo (via Calandrelli 25, Roma), sono previste due giornate di studio e discussione sull’intenso carteggio tra i due autori, appena pubblicato dalle edizioni nottetempo con il titolo Troviamo le parole. Lettere 1948-1973 (pagine 336, euro 25,00).
Promosso dall’Istituto Italiano di Studi Germanici e dall’Università Sapienza di Roma, in occasione della pubblicazione del libro, il convegno ospiterà gli interventi di traduttori, scrittori, germanisti, latinisti, curatori, filosofi ed editori: da Franco Serpa, latinista e musicologo, al filosofo Giorgio Agamben; dallo studioso Clemens Härle al germanista Franz Haas; da Ginevra Bompiani di nottetempo a Thomas Sparr di Suhrkamp Verlag.
Durante gli incontri si parlerà dell’intensa storia d’amore e d’amicizia che legò Ingeborg Bachmann e Paul Celan per quasi 25 anni, dal loro incontro a Vienna nel 1947 al tragico suicidio del poeta nella Senna nel 1970. Il legame tra i due fu senza dubbio uno dei capitoli più drammatici della storia della letteratura contemporanea, testimoniato icasticamente dal quel loro primo, folgorante incontro: lei era una diciottenne austriaca, “in fuga” dalle ingombranti colpe di una patria e un padre nazisti; lui un giovane ebreo, fuggito dalla Romania e scampato ai campi di concentramento, dove aveva appena perso tutta la famiglia.
Oltre al dibattito, il convegno sarà arricchito da una mostra fotografica e documentaria, a cura di Christine Koschel e Inge von Weidenbaum, con le fotografie di Garibaldi Schwarze.

Il programma
Martedì 15 giugno, ore 15.30
Francesco Maione (traduttore, Napoli)
Urs Faes (scrittore, Zurigo)
Clemens Härle (germanista, Università di Siena)
Franz Haas (germanista, Università di Milano)
Rita Svandrlik (germanista, Università di Firenze)
Camilla Miglio (germanista, Sapienza Università di Roma)
Inge von Weidenbaum (curatrice dell’opera di Ingeborg Bachmann, Roma)

Mercoledì 16 giugno 2010, ore 15.30
Ginevra Bompiani (nottetempo, Roma)
Giorgio Agamben (filiosofo, Roma)
Franco Serpa (latinista e musicologo, Roma)
Thomas Sparr (Suhrkamp Verlag, Berlino)
Marianne Ufer (germanista, Roma)

Ingeborg Bachmann e Paul Celan, due fra le più grandi figure letterarie e poetiche del ‘900, si sono scritti per 19 anni tra amore e dissapori, amicizia e incomprensione, silenzi e disperazione, sempre alla ricerca delle parole che li facessero incontrare. Quegli anni tormentati furono, per Celan, anche i più cupi: il poeta affondava lentamente nel suo dolore, chiuso in se stesso per l’incomprensione dei critici, l’infedeltà degli amici e per «hitleria, hitleria…», fino al tragico suicidio nella Senna. All’intenso carteggio tra la Bachmann e Celan, si uniscono, verso il 1960, le voci di Gisèle Lestrange, sposa di Paul, e Max Frisch, nuovo compagno di Ingeborg. Leggere queste lettere vuol dire assistere impotenti e abbagliati alla nuda vita di uomini e donne straordinari, autentici, straziati. Il lettore accederà con impudicizia ai loro pensieri ed emozioni segreti. Con meraviglia e, forse, con timorosa vergogna.
Ingeborg Bachmann (1926-1973) è autrice di romanzi, poesie e opere teatrali. Tra i suoi libri ricordiamo Malina, Il trentesimo anno e Invocazione all’Orsa Maggiore. Per nottetempo nel 2008 è uscito Lettere a Felician.

Paul Celan (1920-1970), figlio di genitori ebreo-rumeni morti in un lager nazista, e sopravvissuto lui stesso a un campo di lavoro, è un altissimo poeta di lingua tedesca e grande traduttore. Le sue opere sono raccolte in Poesie, Mondadori, 1998.
Il convegno Ingeborg Bachmann – Paul Celan. Ognuno parla con la colpa dell’amore è promosso dall’Istituto Italiano di Studi Germanici e dall’Università Sapienza di Roma, in collaborazione con Casa di Goethe, Forum Austriaco di Cultura, Istituto Svizzero di Roma ed Edizioni nottetempo.

Parola di poeta: Giovanni Raboni

Martedi 8 giugno ore 21:00 alla Casa della Poesia di Milano (Palazzina Liberty, Largo Marinai d’Italia 1) “Parola di poeta, Giovanni Raboni”, a cura di Maurizio Cucchi.
Una serata dedicata alla figura del poeta e intellettuale milanese.
Interventi di: Maurizio Cucchi, Giancarlo Majorino, Patrizia Valduga, Cesare Viviani.
Letture di: Fabrizio Bernini, Amos Mattio, Mary Barbara Tolusso.

AUTORITRATTO
di Giovanni Raboni
Quando io sono nato, i miei genitori abitavano in via San Gregorio. Era una casa né vecchia né nuova, credo che risalisse – come tante altre case in quella zona di Milano – agli anni intorno alla prima guerra mondiale. Una volta, da quelle parti, c’era la stazione ferroviaria; credo che dalle finestre di casa mia si vedessero i binari. Ma nel 1932, quando io sono nato, i binari non si vedevano più, non c’erano più: e dalla finestra della stanza dove dormivo con mio fratello più grande si guardava su un terreno vago che ricordava la periferia anche se, in realtà, non eravamo in periferia. Questo terreno vago si animava – soprattutto di pomeriggio, e soprattutto di sabato pomeriggio – di giochi di ragazzi. Giocavano al pallone, alla guerra, agli indiani. Forse dovrei dire: giocavamo; mi sembra molto probabile di aver partecipato a quei giochi, ma non ne ho nessun ricordo preciso. Quello che ricordo, invece, è di aver guardato altri ragazzi giocare. Erano giochi deliziosi. Quella finestra è, sicuramente, uno dei luoghi, o meglio delle situazioni, che mi hanno spinto a voler essere un poeta, a voler scrivere delle poesie. Per molto tempo ho pensato che una poesia dovesse essere come quella finestra. Mi sembrava che una poesia fosse un vetro attraverso il quale si potevano vedere molte cose – forse, tutte le cose; però un vetro, e il fatto che il vetro fosse trasparente non era più importante del fatto che il vetro stesse in mezzo, che mi isolasse, mi difendesse. I giochi erano al di là del vetro, mentre io ero al di qua. Credo che non riuscirò mai a far capire la straordinaria delizia di questa situazione. Quello che è certo, comunque, è che quando ho cominciato a scrivere poesie la mia più grande aspirazione era di ritrovare quel tipo di delizia o, se si vuole, di privilegio. Di ogni poesia avrei voluto fare un osservatorio difesissimo e trasparente, un osservatorio per guardare la vita – cioè, forse, per non viverla. Naturalmente, la storia di quella che io considero adesso la mia poesia comincia dopo; comincia, immagino, proprio con la negazione, con la rinuncia a tutto questo: la finestra, l’osservatorio, la trasparenza. Ma la faccenda non dev’essere ancora del tutto risolta, almeno nel mio inconscio, se ancora pochi anni fa mi è capitato di scrivere questa poesia dopo averla, credo, almeno in parte, veramente sognata.

Come cieco, con ansia, contro
il temporale e la grandine, una
dopo l’altra chiudevo
sette finestre.
Inportava che non sapessi quali.
Solo all’alba, tremando,
con l’orrenda minuzia di chi si sveglia o muore,
capisco che ho strisciato
dentro il solito buio,
via San Gregorio primo piano.
Al di qua dei miei figli,
di poter dare o prendere parola.

La vera storia della mia poesia comincia con la rinuncia al sogno di felice autoemarginazione che ha dominato la mia adolescenza e che appartiene, forse, agli inizi di ogni poeta. È inutile precisare che questa rinuncia ha coinciso, per me, con l’ingresso nell’età adulta. Piuttosto vorrei cercare, e non solo per civetteria o per nostalgia, di legare anche questa fase diversa e più matura della mia poesia e della mia vita al luogo dove sono nato – alla mia città e, dentro la mia città, alla mia casa. Nel 1821, quando morto, il grande poeta milanese Carlo Porta è stato sepolto nel cimitero di San Gregorio. E io vorrei ricordare di sfuggita che proprio con Porta comincia, nella poesia italiana, quella tradizione lombarda che passa attraverso Manzoni e arriva fino a Tessa, a Sereni, a Rebora, che credo sia qualcosa di sostanzialmente diverso da quella che la storiografia dei Novecento intende come “linea lombarda” – che non ho mai capito bene cosa sia.

Poi, sul conto di via San Gregorio, c’è stata un’altra scoperta: la scoperta che, per un tratto, la via dove vivevo coincideva con il perimetro del Lazzaretto – il Lazzaretto della grande peste di Milano, quella di cui parla Manzoni nei Promessi Sposi e nella Storia della colonna infame. Un pezzo del muro di cinta del Lazzaretto è ancora visibile. Sono convinto che questa seconda scoperta sia stata, per me, ancora più importante della prima. Grazie al Lazzaretto, al fatto di essere nato, per così dire, ai suoi margini, credo di essermi reso conto in un modo concreto, fisico – un modo che nessun libro, nessuna lettura mi avrebbe consentito – che la mia città non era solo quella che vedevo, case, strade, piazze, gente viva, ma era anche piena di storia, cioè di case, strade, piazze che non c’erano più e di gente che non era più viva, di gente morta. Mi sono reso conto, insomma, che la mia città visibile era piena di storia invisibile, e che questa storia era, a sua volta, piena di dolore, di minacce, di paura. Da quel momento, credo, è entrato nella mia poesia il tema della peste: peste metaforica, si capisce: peste come contagio e condanna, come circolarità e anonimato dell’ingiustizia. (“L’approdo letterario”, XXII, n. 77-78 n.s., giugno 1977)

Manzoni deve esserci, non può non esserci, nelle mie poesie – esserci, è chiaro, come un tenue, degradato riflesso, o solo come un rimorso. Se non ci fosse, vorrebbe dire che non ci sono neanch’io, che le mie poesie sono, letteralmente, di qualcun altro. Ma al di là di questa fede o, se si vuole, di questa petizione di principio, suppongo che sia possibile rintracciare qualche indizio, qualche elemento più oggettivo. I temi dell’ingiustizia, della persecuzione, del processo iniquo, dell’innocenza ingiustamente perseguitata e punita; l’immagine, esplicita o implicita, della città come teatro della peste, come contenitore di ogni possibile contagio fisico e morale; il gusto di nominare luoghi, circostanze e documenti con scrupolosità impassibile e segreta passione; l’attenuazione, la reticenza e l’ironia usate per rendere pronunciabili l’indignazione, lo sgomento e la pietà: tutte queste cose (…) vengono, non ho dubbi, da Manzoni, sono le prove, le stigmate della mia passione manzoniana, della mia manzonità (o, parafrasando Gianfranco Contini: le spie d’attività, nel mio sentire e scrivere, della “funzione Manzoni”). Senza contare, per un eccesso di evidenza, gli omaggi letterali, le citazioni: gli untori di “Una città come questa” per esempio. (Raboni-Manzoni, Il ventaglio, 1985)

Una città come questa

non è per viverci, in fondo: piuttosto
si cammina vicino a certi muri,
si passa in certi vicoli (non lontani
dal luogo del supplizio) e parlando
con la voce nel naso
avidi, frettolosi si domanda: non è qui
che buttavano loro cartocci gli untori?

Le mie poesie più remote (…) risalgono all’infanzia, all’adolescenza. Sono poesie scritte intorno agli anni Cinquanta, quando avevo 18 anni, che raffigurano episodi della Passione di Cristo. Intorno al 1950, quando l’adolescenza stava diventando maturità sono successe per me delle cose fondamentali. Alla Scala c’è stata una stagione di concerti stupenda in cui si sono ascoltati tutti i capolavori della musica sacra, da Vespro della Beata Vergine fino al Requiem tedesco di Brahms. Esperienza per me assolutamente fondamentale. Poi si respirava nel campo letterario, e nel campo della poesia in particolare, quella voglia di rottura, di uscire dal lirismo degli anni Trenta su cui mi ero formato. Si sentiva l’esigenza di una poesia più discorsiva, più narrativa, più dentro la realtà. E in quel periodo, oltre alla straordinaria esperienza della musica sacra, oltre alle prime esperienze di appassionato di pittura e di scultura – per cui l’aver visto per la prima volta il portale di San Zeno a Verona o i bassorilievi di Chartres rientra in questo apprendistato – c’è stata soprattutto la lettura di grandi poeti anglosassoni, soprattutto Eliot, che in tutta la sua opera dimostrava la possibilità e l’esigenza di fare poesia parlando di sé e del proprio tempo, ma attraverso il correlativo oggettivo, qualcosa oggettivamente già esistente o già raccontato. Tutte queste cose mi hanno messo sulla strada del Vangelo come fonte di ispirazione, come possibilità di ri-racconto e di ri-espressione. Poi ho scritto altre poesie in cui c’è il ripercorrere la narrazione evangelica spiazzandola, inserendo degli elementi di contemporaneità, facendone anche uno specchio dell’oggi. Era uno stratagemma, un modo di parlare di me, finalmente, e del mio tempo e di quello che vedevo intorno a me senza tuttavia ancora espormi a un’esplorazione diretta della realtà, cioè, appunto, valendomi di un potente correlativo oggettivo che tanto era già servito nella storia dell’umanità in pittura, in scultura, in musica. Ecco, questa iniziazione al coraggio di parlare con la mia voce e non più prendendo in prestito le voci dei poeti che ammiravo e che amavo, credo mi sia venuta da questa idea di ripercorrere il racconto evangelico con quella distanza, quella lontananza, quelle diverse angolazioni, quella tendenza a prendere di sbieco, a inquadrare diversamente e anche, a poco a poco, a tagliare fuori il personaggio principale e puntare sui personaggi di contorno come avevo imparato dai grandi modelli del passato.
E’ stato poi importantissimo il fatto di scoprire la città come metafora, diciamo, come metafora della vita, come contatto con tutto quello che l’esistenza offre di problematico, di inquietante, di esaltante. E sono diventato a quel punto, dopo esser stato, nei primi anni di scrittura poetica, un… un ri-raccontatore di storie già raccontate, sono diventato un poeta di storie urbane, di racconti legati alla città, ai suoi problemi, ai suoi drammi, alle sue inquietudini. È il periodo che probabilmente ha segnato definitivamente la mia personalità di scrittore e di poeta. (Lo stratagemma della Passione, in Le parole del sacro. L’esperienza religiosa nella letteratura italiana, Atti del convegno, S. Salvatore Monferrato, 8-9 maggio 2003)

Cinema di pomeriggio

Quasi sempre a quest’ora
arriva gente un po’ speciale (però
di buonissimo aspetto). Chi si siede
ma poi continua a cambiar posto,
chi sta in piedi, sul fondo della sala, e fiuta,
fiuta rari passaggi, la bambina
mezzo scema, la dama ch’entra sola,
la ragazza sciancata… Li guardo per sapere
che storia è la loro, chi li caccia. Quando
viene la luce penso come il cuore
gli si deve contorcere cercando
d’esser salvo più in là, di sprofondare
nel buio che torna tra un minuto.

Ecco, un esempio di… di poesia urbana, insomma di poesia in cui l’inquietudine della vita di una grande città, le sue stranezze, i suoi aspetti anche sordidi, a colte, le sue figure di emarginati, di infelici, di spostati eccetera, prende, direi, prende il primo piano, ecco. È di nuovo, se si vuole, un modo di raccontare se stessi attraverso altro, attraverso quello che c’è intorno a noi. Ancora in quegli anni – siamo alla fine degli anni ’50, primi anni ’60 – ancora stento a parlare di me in prima persona, ancora quello che mi interessa è certificare il mio rapporto con la realtà: come prima attraverso la sublime metafora del racconto evangelico, così adesso attraverso le figure, attraverso la realtà della città riscoperta, della città amata, anche, perché, come dicevo prima, effettivamente è stato un innamoramento per me quello della città: un innamoramento che dura ancora adesso, a distanza di tanti anni, anche se la città è cambiata, anche se è molto meno vera (almeno mi sembra) di quanto fosse allora, molto meno ricca di umanità e anche di drammi. Però appunto è ancora il luogo in cui non riesco a non vivere.(Pantheon. Le ragioni della vita, intervista a G. Raboni, RAI Nettuno SAT 1, 4 gennaio 2004)

Se passo per via Andegari penso che lì abitavano i miei nonni che non ho mai conosciuto, tutti morti prima che nascessi. Questo fatto di non aver mai vissuto con i vecchi scombussola un po’, non si hanno istruzioni per la vecchiaia. E sono già nonno. (“la Repubblica”, 3-4 febbraio 1991)
I morti e i veri

Nella casa umida, il poco
ch’è asciutto sembra più asciutto ancora:
nelle stanze da letto al primo piano
il pavimento d’assi quasi bianche
non lucidate con la cera e
un po’ distanti; sotto, nella sala
del bigliardo, l’avorio dei birilli
messi in croce… (Prima o dopo ci torno
a vedere la casa degli amici
dove a momenti ti nasceva un figlio
– è nato due giorni dopo – e s’aspettava,
di sera, che il temporale portasse
un po’ di fresco anche a Milano. Smorti
lungo i muri, con facce da lenoni
o da tartufi, oscuri
antenati lombardi
controllavano il conto delle uova
e dei formaggi: usando astuzia, e quantità
di penne d’oca. Si rideva di loro
con ribrezzo. Ma in fondo, che sia giusto
così? Meglio dei nostri veri, gente
distratta, malinconica
per vizi più sottili, chi può dire
che non sia quello il tipo d’antenati
che nostro figlio fingerà d’avere, ridendo
di loro, voltandogli le spalle
come nessuno è mai riuscito a fare!)

Milano continua a essere lo scenario della mia vita e dunque della mia immaginazione, della mia sensibilità, del mio modo di reagire a ciò che accade nella realtà e nella mia mente. Ma rispetto ai tempi de Le case della vetra penso che questo scenario si sia molto interiorizzato, che abbia perso, se così si può dire, gran parte della sua “letteralità” e, dunque, della sua pronunciabilità immediata; e questo, credo, perché – come succede a tutti, forse, quando si invecchia – da alcuni anni tendo a guardare molto di più dentro di me e molto meno fuori di me, ossia, in altri termini, perché la Milano che più mi riguarda e mi emoziona la ritrovo, ormai, soprattutto nella memoria. (Milano, la città e la memoria, 2001)

La poesia La guerra è assolutamente autobiografica, è un ricordo di mio padre, dello straordinario spirito di sacrificio con cui, lui che non poteva abbandonare la città, viaggiava continuamente ogni sera e ogni mattina fra la città e la campagna dove eravamo rifugiati, pur di non interrompere la vita in comune. Questo spirito di sacrificio, di dedizione, che mi commuove sempre, è messo a confronto con le mie personali inadempienze nei confronti dei miei figli. In generale la mia vita entra nella poesia, e ci è entrata in maniera crescente: quando ero molto giovane da una parte avevo meno vita da mettere nella poesia, dall’altra avevo più paure a mettercela. Questo spiega il sistema di correlativi oggettivi di cui è impastata la prima fase della mia poesia. Poi la mia vita è entrata o come ricordo, ripensamento del passato, o in presa diretta come registrazione di emozioni. Adesso torno invece un po’ a rispecchiarmi, forse a nascondermi, dentro storie già codificate”. (Conversazioni d’autore. Dialoghi fra scrittori e studenti di un liceo, a cura di G. Prosperi, prefazione di G. Armellini, Bologna, Pendragon, 2003):

La guerra

Ho gli anni di mio padre – ho le sue mani,
quasi: le dita specialmente, le unghie,
curve e un po’ spesse, lunate (ma le mie
senza il marrone della nicotina)
quando, gualcito e impeccabile, viaggiava
su mitragliati treni e corriere
portando a noi tranquilli villeggianti
fuori tiro e stagione
nella sua bella borsa leggera
le strane provviste di quegli anni, formaggio fuso, marmellata
senza zucchero, pane senza lievito,
immagini della città oscura, della città sbranata
così dolci, ricordo, al nostro cuore.
Guardavamo ai suoi anni con spavento.
Dal sotto in su, dal basso della mia
secondogenitura, per le sue coronarie
mormoravo ogni tanto una preghiera.
Adesso, dopo tanto
che lui è entrato nel niente e gli divento
giorno dopo giorno fratello, fra non molto
fratello più grande, più sapiente, vorrei tanto sapere
se anche i miei figki, qualche volta, pregano per me.
Ma subito, contraddicendomi, mi dico
che no, che ci mancherebbe altro, che nessuno
meno di me ha viaggiato fra me e loro,
che quello che gli ho dato, che mangiare
era? non c’era cibo nel mio andarmene
come un ladro e tornare a mani vuote…
Una povera guerra, piana e vile,
mi dico, la mia, così povera
d’ostinazione, d’obbedienza. E prego
che lascino perdere, che non per me
gli venga voglia di pregare.

Credo che questo sentimento di inadempienza, che a un certo punto si è focalizzato sul rapporto con i figli, fosse in qualche modo preesistente. In effetti anche prima di essermi allontanato da loro avevo il sentimento, del tutto irrazionale, di aver mancato qualche appuntamento importante, con i miei genitori ad esempio, con cui pure ho avuto un rapporto molto buono. Forse il fatto che mio padre e mia madre siano scomparsi così rapidamente ha fatto sì che inconsciamente io mi sentissi un po’ in colpa, come se non fossi stato in grado di trattenerli. Poi questo senso di inadempienza si è concretizzato più ragionevolmente sui miei figli, nei confronti dei quali sono stato veramente manchevole. Però credo che qualcosa, sia pure irrazionalmente, si fosse formato prima”. (Intervista in “Poesia”, XVI, n. 168, gennaio 2003):

Parti di requiem (…) è dedicato alla memoria di mia madre e si chiude con una poesia che si riconnette anch’essa, in qualche modo, al dilemma fra responsabilità e irresponsabilità della poesia di fronte alla vita (e alla morte, naturalmente). (“L’approdo letteraio”, cit.)

Amen

Quando sei morta stavamo
in una casa vecchia.L’ascensore non c’era. C’era spazio
da vendere per pianerottoli e scale.
Dunque non t’è toccato di passare
di spalla in spalla per angoli e fessure,
d’essere calcolata a spanne, raddrizzata
nel senso degli stipiti. Sparire
era più lento e facile quando tu sei sparita.
Parecchie volte, dopo, mi è sembrata
una bella fortuna.
Eppure, se ci pensi, in poche cose
c’è meno dignità che nella morte,
meno bellezza. Scendi a pianterreno
come ti pare, porta o tubo, infìlati
dove capita, scatola di scarpe
o cassa d’imballaggio, orizzontale
o verticale, sola o in compagnia,
liberaci dall’estetica e così sia.

Questa poesia scritta pensando, ripensando alla morte di mia madre è in qualche modo conclusiva di una serie di testi diciamo di carattere familiare: sulla storia della mia famiglia, sulla scomparsa dei miei genitori. È anche una poesia in cui in qualche modo tento di uscire da questo viluppo di emozioni e di ricordi, come se sentissi il bisogno di avvicinarmi di più alla vita non riflessa, alla vita “in diretta”, si direbbe oggi, o in prima persona. (Pantheon. Le ragioni della vita, cit.)

Pensavo
polvere, non cenere; non
arso, pensavo, né centrifugato;
polvere: e diventarlo
a poco a poco, a poco a poco sperdere
il duro delle ossa. E che la terra
non fosse poca né tanta,
né pesante né lieve a cancellare
lo scempio della fossa.
E che la terra fosse consacrata…
E che la terra fosse consacrata
e condivisa, lotto
numerato e introvabile
d’uno dei fiochi immensi cimiteri
che da nord, da nord-ovest
assediano Milano, che ci salvano,
barricate di croci,
d’angeli mutilati, dall’orrore
di marcire in privato, in un giardino.

Uno dei pochi pilastri della mia fede – ammesso che di fede si possa parlare – è l’idea della comunione dei vivi con i morti, che non vuol dire che io pensi che c’è un oltrevita nel quale si incontrino i morti. Penso che i morti ci siano, cioè penso che si continui a vivere anche con le persone che non ci sono più, che continuino a fare parte della nostra vita… Attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni. Se li coinvolgevano quando erano vivi, perché non dovrebbero coinvolgerli poi quando sono morti? Noi non cambiamo perché una persona non la vediamo più, rimaniamo noi stessi. Quindi, non ci sono dubbi. Non ho dubbi su questo… o, comunque, voglio non averne”. (Intervista a Giovanni Raboni, Firenze, 29 maggio 2003)

La commemorazione dei defunti

Con i tuoi, lo sappiamo, un modus
vivendi l’hai trovato. Non era né facile
né difficile, quasi non c’era scelta. ma quei tizi di cui
non ti frega niente, carbonizzati
nella carcassa di un caccia sbocconcellati dall’uomoleone falciati
dal tifo sull’altipiano, che
salvezza c’è per te in loro? che sugo
per loro nel tuo strizzar gli occhi e indugiare
a fitte sul giornale?
Siano rimessi, dico (i morti) nel nostro impasto quotidiano, piega il giornale,
lascia che lontano i vivi seppelliscano i vivi.
Pensare all’anima – non per salvarla: per goderne.

È impossibile guardare il tempo senza vedere la morte, così come è impossibile guardare il mare aperto senza vedere l’orizzonte. Uno, per non vederla, dovrebbe passare tutta la vita di profilo come l’ one-eyed jack, il povero fante monocolo delle carte da gioco. E il bello è che anche la morte, come l’orizzonte, è sempre alla stessa distanza.

Ho sempre pensato che l’ultimità (so che questa parola non esiste, ma per il momento non sono disposto a rinunciarvi o a sostituirla) sia la più preziosa, la più inebriante delle dolcezze. Ma come calcolarla senza spavento? Un condannato a morte potrebbe essere per una notte il più felice degli uomini se la felicità non gli fosse nascosta o per dir meglio ostruita dall’immaginaria traumaticità e “oscenità” della morte. Insomma, è probabile che il dono dell’indeterminatezza – la facoltà che a ogni uomo è concessa, ma che non molti possono o sanno sfruttare sino all’ultimo, di vedere la morte sempre alla stessa distanza – non sia indispensabile soltanto per vivere senza tormento, ma anche per avvicinarsi con gioia alla morte. Si può assaporare la fine solo a patto di percepirla come un bene esiguo ma non contato, uno spazio breve e ultimo ma infinito.

Sono quello che eravate, sarò
quello che siete, sussurro a chi spia
i miei passi da un letto di corsia
d’un padiglione di Niguarda o

del vecchio policlinico di via
Sforza, mi sopravalutate, ho
un rene solo, presto perderò
l’ultima battaglia con la miopia

e il cuore, eh, il cuore…No, perdono, care
anime, perdono! non posso fare
l’unto della Morte qui, non si deve

insegnare a morire a chi già tanto
muore e così poco spera, soltanto
un’altra primavera, un’altra neve.

Solo adesso comincio forse a intravedere il significato di un’immagine che da molti anni inesplicatamente nutro e mi nutre, quella di mio padre che dopo il primo attacco cardiaco (il secondo, pochi mesi dopo, lo avrebbe ucciso) se ne sta a letto, di buonissimo umore, ben appoggiato a due cuscini, e legge, legge ininterrottamente, legge o rilegge tutti i romanzi possibili… Rivedo le pile di libri sul comodino, l’azzurro dei vecchi Einaudi, il verde della “Romantica”, il giallo dei Classiques Garnier… E ricordo la mia sorpresa, il mio superstizioso sgomento: perché leggere tanto, perché impadronirsi di tante storie, di tante verità se gli restava così poco tempo per “usarle”, per metterle a profitto? Forse, pensavo, legge soltanto per “passare il tempo”… Ma no: finito un libro, diceva sorridendo che era contento, che ne era “valsa la pena”… Ma come? era la mia stessa reazione – ma io avevo vent’anni, e se ero contento d’aver letto un nuovo libro o d’averne capito meglio uno che avevo letto troppo presto, con troppa foga e innocenza, era perché ogni volta mi sentivo un po’ più forte, più ricco, perché sentivo di avere qualcosa in più da smerciare, da investire, da far fruttare nel corso del mio vergine e inesauribile futuro, a profitto del mio orgoglio e a edificazione del genere umano: tempus edificandi… Beh, adesso comincio a capire – forse, più semplicemente, comincio a essere mio padre. Quest’anno lui avrebbe cento anni, l’anno prossimo io avrò la sua età, l’età di quando è morto. Se mi sono trascinato dietro, di casa in casa, tanti libri era, comincio a rendermene conto, per metterli un giorno o l’altro in pila – gli azzurri, i verdi, i gialli – sul comodino. A proposito, dovrei avere un comodino accanto al letto. Dovrei avere un letto, un vero letto – un letto con una spalliera di noce a cui appoggiare due cuscini. Non assaporo ancora, ma già immagino la gioia di accumulare silenziosamente dentro di me beni infruttiferi e intrasmissibili e sento che potrebbe essere la più pura, la più sottile, la più perfetta delle gioie. (“Legenda”, aprile 1992)

Ombra ferita, anima che vieni
zoppicando, strisciando dal tuo fioco
asilo a cercare nei sogni il poco
che rosicchio per te all’andirivieni

dei risvegli e degli incubi, agli osceni
cortei delle sciarade, così poco
che qualche volta quando arrivi il fuoco
è già spento, divelte le imposte, pieni

di insulsi intrusi o infidi replicanti
l’immensità della cucina, il banco
di scuola, il letto, dammi tempo, non

svanire, il tempo di chiudere i tanti
conti vergognosi in sospeso con
loro prima di stendermi al tuo fianco.

Comunque è un tema, questo dei rapporti familiari, dei ricordi familiari, che poi è continuato, anche andando avanti, anche fino alle ultime cose. Però in qualche modo sentivo il bisogno di uscirne, di affrontare forse un modo più autobiografico di frequentare e di usare la poesia. E probabilmente quello che doveva succedere era che entrasse, con forza, con violenza, nella mia ispirazione e nella mia pratica poetica il tema dell’amore. Alle poesie di pietà familiare, diciamo così è subentrata poi negli anni successivi una poesia di racconto amoroso, di autobiografia amorosa.

“Canzonette mortali”. Sono poesie d’amore, e a questo punto direi che il privato, e il racconto di me, è entrato addirittura in modo spudorato nella mia poesia. Non sono, queste, le prime poesie d’amore, sono in un certo senso le ultime, cioè quelle dell’ultimo amore, quello che continua a essere nella mia vita. Però sono in qualche modo la conclusione di un avvicinamento alla confessione diretta, diciamo così; e probabilmente occorreva proprio questo rapporto traumatico che si ha con l’oggetto del proprio amore, con la persona amata, per farmi uscire così allo scoperto. Da questo punto in poi in un certo senso anche le mie poesie di argomento non amoroso, le mie poesie di argomento… riflessivo, meditativo, o addirittura civile sono decisamente poesie in prima persona. Ho in qualche modo rotto il diaframma del correlativo oggettivo; sono diventato uno che parla di sé, sono diventato un poeta in prima persona. Io non credo che questo sia un progresso; credo che la poesia possa essere altrettanto sincera, altrettanto autentica, altrettanto rivelatrice anche se si mantiene, appunto, al coperto, se mantiene la finzione o… il gioco di sponda con la realtà oggettiva. A me è successo questo; ed è abbastanza probabile che sia qualcosa che riguarda anche proprio le età di una persona, cioè che ci sia qualcosa di… addirittura di biologico, no? in questo andare da un rapporto privilegiato con la realtà esterna, con la realtà oggettiva, con le immagini del mondo, diciamo così, verso una… verso la meditazione sempre più interiore, sempre più in prima persona. Alla fine si rimane soli di fronte alla solitudine, alla morte, questo è il destino credo di tutti noi; e quindi che anche la poesia segua in qualche modo questo tracciato – dalla vita alla morte, dal collettivo al drammaticamente individuale – credo sia abbastanza nella natura, nella natura delle cose”. (Pantheon. Le ragioni della vita, intervista a G. Raboni, RAI Nettuno SAT 1, 4 gennaio 2004)

Canzonette mortali

Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro
e solo del futuro, di nient’altro
ho qualche volta nostalgia
ricordo adesso con spavento
quando alle mie carezze smetterai di bagnarti,
quando dal mio piacere
sarai divisa e forse per bellezza
d’essere tanto amata o per dolcezza
d’avermi amato
farai finta lo stesso di godere.

Le volte che è con furia
che nel tuo ventre cerco la mia gioia
è perché, amore, so che più di tanto
non avrà tempo il tempo
di scorrere equamente per noi due
e che solo in un sogno o dalla corsa
del tempo buttandomi giù prima
posso fare che un giorno tu non voglia
da un altro amore credere l’amore.

Un giorno o l’altro ti lascio, un giorno
dopo l’altro ti lascio, anima mia.
Per gelosia di vecchio, per paura
di perderti – o perché
avrò smesso di vivere, soltanto.
Però sto fermo, intanto,
come sta fermo un ramo
su cui sta fermo un passero, m’incanto…

Non questa volta, non ancora.
Quando ci scivoliamo dalle braccia
è solo per cercare un altro abbraccio,
quello del sonno, della calma – e c’è
come fosse per sempre
da pensare al riposo della spalla,
da aver riguardo per I tuoi capelli.

Meglio che tu non sappia
con che preghiere m’addormento, quali,
parole borbottando
nel quarto muto della gola
per non farmi squartare un’altra volta
dall’avido sonno indovino.

Il cuore che non dorme
dice al cuore che dorme: Abbi paura.
Ma io non sono il mio cuore, non ascolto
né do la sorte, so bene che mancarti,
non perderti, era l’ultima sventura.

Ti muovi nel sonno. Non girarti,
non vedermi vicino e senza luce!
Occhio per occhio, parola per parola,
sto ripassando la parte della vita.

Penso se avrò il coraggio
di tacere, sorridere, guardarti
che mi guardi morire.

Solo questo domando: esserti sempre,
per quanto tu mi sei cara, leggero.

Ti giri nel sonno, in un sogno, a poca luce.

Non ho grandi letture, scientifiche, ma mi ha sempre colpito, in quelle poche cose che ho letto di fisica, l’idea che l’irreversibilità del tempo non possa essere dimostrata. Viviamo rispettando questa realtà, però la fisica non è in grado di dimostrare che il tempo sia irreversibile. E questo mi ha sempre molto colpito: un po’ terrorizzato, un po’ consolato. Siamo sempre in bilico. Non è detto che non si possa tornare indietro, a visitare il passato. Credo di averlo anche scritto da qualche parte, in una poesia di A tanto caro sangue, Scongiuri vespertini, dove si parla di tornare a visitare sepolcri e lazzaretti. Questa idea, che ho trovato anche in libri di fisici famosi, che si può anche viaggiare nel tempo, non con le macchine del tempo, ma in qualche luogo del possibile… Questa è forse la volta in cui sono riuscito a dirla meglio”. (C. Di Franza, intervista a Giovanni Raboni ,Venezia-Napoli, 2002-2003)

Dopo la vita, cosa? ma altra vita,
si capisce, insperata, fioca, uguale,
tremito che non si arresta, ferita
che non si chiude eppure non fa male

– non più, non tanto. Lentamente come
risucchiati all’indietro da un’immensa
moviola ogni cosa riavrà il suo nome,
ogni cibo apparirà sulla mensa

dov’era, sbiadito, senza profumo…
Bella scoperta. E’ un pezzo che la mente
sa che dove c’è arrosto non c’è fumo
e viceversa, che fra tutto e niente

c’è un pietoso armistizio. Solo il cuore
resiste, s’ostina, povero untore.

Ho cominciato a riflettere sulla morte… direi prima addirittura sul racconto evangelico, sulla morte di Cristo, poi sulla morte dei miei, sulla morte che ha colpito molto presto la mia vita con la scomparsa prima di mio padre e poi di mia madre. E quindi era in un certo senso la morte degli altri, era la morte come scomparsa di persone care, di riferimenti indispensabili. Poi col tempo, credo naturalmente, è diventata la riflessione sulla mia morte, su che cosa significa, su che cosa significherà; e direi che è diventata però, almeno credo, sempre più serena, la mia riflessione, nel senso che insieme all’idea della morte come… come traguardo che si avvicina, come esperienza che si fa sempre più prossima, si è fatta sempre più forte in me l’idea della comunione dei vivi e dei morti, per dirla in modo sintetico. Cioè non faccio più molta distinzione tra vivi e morti, non soltanto nelle persone della famiglia ma nelle persone care, negli amici che a un certo punto scompaiono. Io non li sento, devo dir la verità, più lontani di quando erano vivi, e quindi mi si è, appunto, fatta sempre più essenziale, sempre più cara l’idea che esiste non so se un aldilà o un aldiquà o un dentro-di-noi in cui i morti continuano a vivere con noi. Questo è diventato uno dei temi proprio anche espliciti del mio ragionamento e della mia poesia”. (Pantheon. Le ragioni della vita, intervista a G. Raboni, RAI Nettuno SAT 1, 4 gennaio 2004)

Ho sempre pensato che la vita non sia qualcosa da cui si entra e si esce, qualcosa che si attraversa come uno spazio finito, ma come qualcosa in cui si sta indefinitamente. Questo non implica, secondo me, per forza di cose, un’idea di trascendenza: semplicemente la vita è questa cosa, la cosa in cui si sta, in cui non si può non continuare a stare anche quando teoricamente la vita finisce. Questa è la mia – se volete – la mia fede. Non so se sia una fede nel senso plausibile della parola. È il mio modo di stare dentro questa realtà che secondo me non può chiamarsi in altro modo che la vita. Una volta in una poesia ho scritto che “cerco” a volte “di immaginare la felicità dei morti” e penso che anche per i morti la felicità sia la vita. (Rai, estate 2003)

Tanto difficile da immaginare,
davvero, il paradiso? Ma se basta
chiudere gli occhi per vederlo, sta
lì dietro, dietro le palpebre, pare

che aspetti noi, noi e nessun altro, festa
mattutina, gloria crepuscolare
sulla città invulnerata, sul mare
di prima della diaspora – e si desta

allora, non la senti? una lontana
voce, lontana e più vicina come
se non l’orecchio ne vibrasse ma

un altro labirinto, una membrana
segreta, tesa nel buio a metà
fra il niente e il cuore, fra il silenzio e il nome…

L’importante è essere ben convinti che la poesia non è né uno stato d’animo a priori né una condizione di privilegio né una realtà a parte né una realtà migliore. È un linguaggio: un linguaggio diverso da quello che usiamo per comunicare nella vita quotidiana e di gran lunga più ricco, più completo, più compiutamente umano; un linguaggio al tempo stesso accuratamente premeditato e profondamente involontario capace di connettere fra loro le cose che si vedono e quelle che non si vedono, di mettere in relazione ciò che sappiamo con ciò che non sappiamo.

Svegliami, ti prego, succede ancora
d’implorare in un sogno a questa tenera
età, aiutami, fa’ che non sia vera
l’oscena materia del buio. Sfiora

allora davvero una mano il mio
corpo assiderato e di colpo so
d’averti chiamata e che non saprò
più niente

in “Almanacco dello Specchio”, Mondadori 2006

Bob Dylan al Festival di Parma

Scrittori, artisti e musicisti dal 15 al 19 giugno a Parma porteranno il pubblico alla riscoperta della parola poetica esplorata in tutte le sue straordinarie potenzialità espressive.
Uno degli appuntamenti più attesi è quello di venerdì 18 giugno, alle 21.30. Ospite d’eccezione il cantautore americano Bob Dylan che si esibirà al Parco Ducale per un’imperdibile tappa del suo “Never Ending Tour”. Un concerto spettacolo in cui il menestrello del rock proporrà brani storici della propria carriera artistica che lo hanno reso simbolo della protesta contro il sistema americano degli anni Settanta. Un intreccio di musica e poesia, in equilibrio tra parole, folk e rock.Ad accompagnarlo ci saranno Denny Freeman (chitarra), Tony Garnier (basso), Donnie Herron (pedal steel/violin) e Stu Kimball (chitarra). Le sue canzoni ormai sono di fama leggendaria, basti pensare a Blowin in the wind, Mr Tambourine Man, Knockin’ on Heaven’s Door, Maggie’s Farm.
Per la poesia internazionale, ogni giorno all’interno del Cortile del Guazzatoio (Palazzo della Pilotta), alcuni dei più celebri nomi della poesia internazionale offriranno al pubblico letture dei propri versi in lingua originale, tradotti e reinterpretati da attori professionisti. Saranno presenti la poetessa e scrittrice canadese Janice Kulyk Keefer e il poeta e traduttore statunitense Jonathan Galassi (entrambi il 15 giugno), il Premio Nobel per la letteratura 2009 Herta Muller, il poeta, scrittore e traduttore di etnia e lingua mapuche Elicura Chihuailaf Nahuelpan (entrambi il 17 giugno), il drammaturgo e poeta nigeriano Wole Soyinka (Premio Nobel per la letteratura nel 1986) e il poeta e saggista spagnolo Luis Garci’a Montero (entrambi il 16 giugno).
Per i poeti italiani, Giuseppe Marchetti condurrà l'”Almanacco dei Poeti” (tutti i giorni alle ore 11.30 in piazza Garibaldi): incontri che vedranno ospiti i poeti italiani Alba Donati, Elena Salibra, Franco Buffoni, Tiziano Rossi, Alberta Bigagli ed Ennio Cavalli.

Il Fuoco, l’Ombra, la Morte

Il Fuoco, l’Ombra, la Morte: nove incisori e nove poeti a confronto.
Adalberto Borioli, Italo Bressan, Elisabetta Casella, Piermario Dorigatti, Valeria Manzi, Pierluigi Puliti, Luciano Ragozzino, Elena Strada, Luiso Sturla e Maurizio Cucchi, Nicola De falco, Roberto Dossi, Paolo Frigerio, Giancarlo Majorino, Elio Pecora, Fabio Pusterla, Silvio Ramat, Arturo Schwarz.
Incisioni di grande formato realizzate con varie tecniche calcografiche (acquaforte,acquatinta, puntasecca) e testi poetici di nove voci diverse per sensibilità e espressione.
(Nella foto Roberto Dossi e Luciano Ragozzino nella ex  Gelateria di Via Guinizelli, 14 a Milano)Galleria della Biblioteca Angelica di Roma – Via Sant’Agostino, 11-  dal 12 giugno al 9 luglio

I
naugurazione
: sabato 12 giugno ore 17:00
Introducono Silvia Bordini e Fabrizio Fantoni
Letture di  Elio Pecora

Orari di apertura
Lunedì, venerdì e sabato 10:30 -13:30
Martedì, mercoledì e giovedì: 10:30 – 13:30, 15:30 – 18:30

“La mostra Il Fuoco l’Ombra La Morte propone una sinestesia originale tra l’arte incisoria e la poesia. Artisti di formazione diversa si confrontano su tre grandi temi che, se da una parte sono stati a lungo indagati per la loro ancestralità archetipica, dall’altro dimostrano di non aver affatto esaurito la loro potenzialità nel saper evocare nuove prospettive nell’immaginario moderno.
Le parole di Maurizio Cucchi, Nicola dal Falco, Roberto Dossi, Paolo Frigerio, Giancarlo Majorino, Elio Pecora, Fabio Pusterla, Silvio Ramat ed Arturo Schwarz si fondano e trovano completamento nelle immagini di Adalberto Borioli, Italo Bressan, Elisabetta Casella, Piermario Dorigatti, Valeria Manzi, Pierluigi Puliti, Luciano Ragozzino, Elena Strada e Luiso Sturla, in un dialogo di Prometei contemporanei che si esprimono in filosofie personali ed insieme universali, scoprendosi nel fuoco, nascondendosi nell’ombra, negandosi nella morte.
Nata attorno alla piccola casa editrice milanese “Il ragazzo innocuo”, che da anni ormai promuove l’arte incisoria nel suo rapporto con l’espressione poetica, la mostra è stata inaugurata alla Palazzina Liberty – Casa della Poesia di Milano ed ha iniziato la propria esposizione itinerante presso la Villa Bertarelli di Galbiate, in provincia di Lecco; approda adesso alla Galleria della Biblioteca Angelica di Roma, dove si inaugurerà il 12 giugno 2010 alle ore 17.00 e dove rimarrà fino al 7 luglio, per poi spostarsi a Trento.
L’idea del progetto è apparentemente semplice: a nove poeti vengono richieste tre poesie, una per ogni tema trattato; allo stesso modo, nove incisori illustrano i tre temi. Tuttavia il risultato è notevole: non solo per il forte impatto delle incisioni, tutte di grande formato, ma anche per la grande varietà poetica, tecnica ed espressiva. Le voci che si sollevano sono molto differenti, le letture personali molteplici, le rese calcografiche diversificate, dando vita ad una galleria completa e curiosa che tocca tutte le corde interpretative, come in un concerto armonico che si recita e si illustra sinergicamente. Si crea così un’esegesi tematica a più voci, dove l’astratto ed il figurativo perdono i propri confini, dove la poesia soggettiva sfuma in quella generale e generalizzabile, dove l’arte della parola e quella del tratto si compendiano e si descrivono vicendevolmente, si richiamano e si sostengono.
Fuoco , ombra e morte si rivelano come il desiderio, il dubbio e la rassegnazione o, in un processo inverso come la follia, la presa di coscienza e il raziocinio, in un andamento evolutivo intimo e personale che corre parallelo al procedimento individuale della produzione artistica.
Forse è proprio questa la chiave del fascino dell’esposizione: la capacità di proiettare l’osservatore in un immaginario che è allo stesso tempo nuovo eppure condiviso, dove lo spettatore può trovare nuovi stimoli ed ugualmente sentirsi rassicurato nell’universo emozionale di un sentire comune.”
(Gabriella Ragozzino)