Maurizio Brusa, una vita scalza

Maurizio Brusa

di Maurizio Cucchi

Io lo ricordo ancora da ragazzo, con quella sua aria timida e acuta, tremante e viva, che a dispetto di tutto e di una sofferenza intima e profonda che lo ha sempre accompagnato, ha continuato a essere la più nitida e rara evidenza del suo essere, del suo carattere. Uomo sensibilissimo e poeta raffinato, nei temi e nella scrittura, Maurizio Brusa ha sempre coltivato la letteratura non come un’ancora di salvezza, ma come una prova di verità, e di una verità, quella della sua esistenza, dove il dolore, purtroppo, ha sempre prevalso. Ma tra le sue virtù c’era anche, nella piena consapevolezza della più oscura sofferenza, la nobiltà d’animo del silenzio e del distacco solitario, della discrezione nemica dell’enfasi e di ogni banale forma di retorica autoesibizione. La sua, come dice il titolo del libro che abbiamo da poco pubblicato, è stata una vita scalza, dunque asciutta, ruvida e senza orpelli o infingimenti. E così è stata la sua opera, la sua poesia, che è tutto ciò che ci rimane, e non è certo poco, ed è qualcosa da raccogliere nella sua completezza, e su cui ritornare. Con il rimpianto, si capisce, per la troppo prematura scomparsa dell’uomo, tanto amabile e intenso nella sua tenera, affabile e trasparente innocenza.

Da La vita scalza, di Maurizio Brusa, (La Collana Stampa, 2017)

Su questo angolo di strada
non si dimentica
chi porta esilio.
Per lo spicchio d’osso che ti piega
(le unghie troppo curate)
la passeggiata che finiva
al mercatino di bigiotti e ambra. Continua a leggere

In memoria di te, Carlo Porta

Ritratto del poeta milanese Carlo Porta (1774-1821), in un pastello del Bruni (1821)

Sissignor, sur Marches, lu l’è marches,
marchesazz, marcheson, marchesonon,
e mì sont el sur Carlo Milanes,
e bott lì! senza nanch on strasc d’on Don.

Lu el ven luster e bell e el cress de pes
grattandes con sò comod i mincion,
e mì, magher e biott, per famma sti spes
boeugna che menna tutt el dì el fetton.

Lu senza savè scriv né savè legg
e senza, direv squas, savè descor
el god salamelecch, carezz, cortegg;

e mì (destinon porch!), col mè stà sù
sui palpee tutt el dì, gh’hoo nanch l’onor
d’on salud d’on asnon come l’è lu.

Lei è marchese, sì, signor Marchese,
marchese, marchesotto, marchesone;
io so il signor Carlo milanese
e basta, senza briciola di Don.

Lei si fa lindo e bello e prende peso
grattandosi con comodo i coglioni;
io per campare, magro, in male arnese,
mi faccio il culo in continuazione.

lei senza saper scrivere né leggere,
senza, quasi direi, saper discorrere,
si gode smancerie, vezzi, corteggi;

io qui (porca la sorte!) su quei bei
registri tutto il dì, neanche ho l’onore
d’un saluto dall’asino che è lei. Continua a leggere

Nelo Risi

di Eleonora Rimolo

L’aura prosastica e l’impostazione urbana delle poesie di Nelo Risi non rinunciano quasi mai a una tenuta lirica di enorme spessore: la realtà, con le sue infinite sfumature che spesso travalicano i confini della fantasia, è l’elemento essenziale della sua poesia, che trae dai suoi elementi costitutivi dei simboli con cui interpretare ogni fenomeno, interiore ed esteriore, della vita umana (“ma quel battito-gong a forma di cuore / che comprendeva intera la terra e l’annulla /doveva arrivare da molto lontano / altri cieli nebulose gassose / per un cuore tanto grande / da meritare ancora di vivere”). Continua a leggere

Edith Bruck & Joëlle Gardes

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Edith Bruck fotografata nella sua casa di Roma vicino Piazza di Spagna durante l’incontro con la traduttrice e scrittrice francese Joelle Gardes, a dicembre del 2016. La sua poesia, scritta in lingua italiana, richiama molto lo stile di Primo Levi, ha la forza della testimonianza del dolore dei sopravvissuti alla Shoah.

 

Infanzia

Il tuo latte era già avvelenato
da un presagio minaccioso
le tue braccia stanche
non mi offrivano protezione
i tuoi occhi erano consumati dal pianto
il tuo cuore batteva per paura
la tua bocca s’apriva solo per pregare
o maledire me l’ultima nata che chiedeva rifugio
dalle sagome umane che colpivano nel buio
dai cani aizzati contro dai padroni taciturni e grevi
dallo sputo di bambini nutriti d’ignoranza
dagli idioti lasciati liberi
dalle vergogne e dalle catene familiari
per sfogarsi con gli ebrei
all’uscita della sinagoga. Continua a leggere

Per un profilo provvisorio di Jolanda Insana (1937-2016)

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di Carmelo Princiotta

Con Jolanda Insana se ne va l’ultima fattucchiera della lingua poetica novecentesca, la poetessa dell’alterco espressionista, il rovescio di Quasimodo e l’altra faccia di una terra, come la Sicilia, feconda di grandi narratori ma avara di veri poeti. È pur vero che Insana, nata nel 1937 a Messina, dove si sarebbe poi laureata in filologia classica, era originaria di Monforte San Giorgio, dunque di quel lembo tirrenico del messinese segnato dalle presenze di Lucio Piccolo e Bartolo Cattafi, al cui cospetto i versi di Insana stanno come la prosa di D’Arrigo a quella di Vittorini (e non è, sia chiaro, un giudizio di valore). La lingua poetica di Insana non nasce soltanto da un’applicazione della funzione Gadda o dalla mislettura del magistero di Amelia Rosselli, ma anche dalla riduzione a filologia inventiva, se mi si passa l’ossimoro, dell’indole espressiva dei siciliani, sempre oscillante fra incantesimo e crudezza, fra gelsomini e coliche renali. Il fondo paremiologico di Sciarra amara, la silloge con cui Giovanni Raboni scoprì Insana nel 1977, e dei libri successivi ne è la dimostrazione. Quel titolo d’esordio, come spesso accade ai poeti, è davvero emblematico, riassuntivo e insieme premonitore, in quanto condensa il tema fondamentale di Insana, cioè l’alterco, la struttura dominante della scrittura, cioè il dibattito in forma di bisticcio che introverte e polemizza un genere originario della poesia siciliana e, più in generale italiana, come il contrasto e insieme lo trasforma in un teatro tutto mentale, e la sigla stilistica di quest’autrice, un espressionismo amaro e sciarrero. La corporeità, anzi la vera e propria carnalità, della poesia di Insana passa attraverso la prevalente sollecitazione del gusto, a fini non esclusivamente metaletterari (benché, si sia parlato, a ragione, di parola agra, aspra e, per l’appunto, amara). La Sicilia, che Insana ha lasciato nel 1968 per trasferirsi a Roma, in quella via dei Greci ch’era tutta sua (come ha ricordato l’amico Elio Pecora in un’indimenticabile poesia di dedica) e dove ieri è morta, rivive nella sua poesia perché si è impressa una volta per sempre non già nelle pupille ma nelle papille: gli unici momenti di struggimento di questa poesia sono legati al gusto, che per un siciliano veicola irrimediabilmente la nostalgia della madre, figura cui del resto pertiene il probabile capolavoro di Insana, Più non riconcilierà Abele e Caino ne La tagliola del disamore (2005). È questo un libro del materno fra i più toccanti e tremendi nel nuovo millennio, a partire dall’insostenibile poemetto d’apertura, La pietanza votiva, chiuso da una delle rarissime comparse del dialetto nella poesia di Insana, ovvero dalla straziata invocazione «matri bedda / matri ranni». Continua a leggere