Giosetta Fioroni, per Paul Celan


Alla diagonale / libreria in Roma, Fogli in forma di libri e altre Carte dedicate a Paul Celan, una mostra di Giosetta Fioroni dedicata al grande poeta nato in Romania nel 1920 e morto a Parigi nel 1970, forse il maggior poeta in lingua tedesca del XX° secolo. Le opere esposte sono sette libri d’artista e 4 tavole su Carta realizzate a mano.

Per queste mie esili opere (fogli piegati in forma di libro) ispirati volta a volta a un solo verso, a più versi, o al titolo di una raccolta, ho adoperato, dunque, una serie di elementi tutti riconoscibili nella loro fisicità, legno, specchio, piume, sassi, capelli (veri), aghi di porcospino, ecc. ecc. Un approccio, oltre l’idea di leggere, di decifrare, nel tentativo di avvicinarsi, di…”andare”, toccare, stabilire un intimo contatto.”
Giosetta Fioroni

 

Alternando la chiave
tu schiudi la casa dove
la neve volteggia le cose taciute.
A seconda del sangue che ti sgorga
dall’ occhio, bocca ed orecchio
diversa è la tua chiave.

Diversa è la tua chiave, diversa la parola
cui è concesso volteggiare con i fiocchi.
A seconda del vento che ti spinge via
s’aggruma attorno alla parola la neve.

Da “Di soglia in soglia” di Paul Celan

Mit wechselndem Schlüssel
schließt du das Haus auf, darin
der Schnee des Verschwiegenen treibt.
Je nach dem Blut, das dir quillt
aus Aug oder Mund oder Ohr,
wechselt dein Schlüssel.

Wechselt dein Schlüssel, wechselt das Wort,
das treiben darf mit den Flocken.
Je nach dem Wind, der dich fortstößt,
ballt um das Wort sich der Schnee.

 

 
“Paul Celan (nato a Czernowitz, Bucovina, Romania nel 1920 e morto a Parigi suicida nel 1970) è stato forse il maggior poeta in lingua tedesca del XX secolo.
L’amica Ilana Shmueli, incontrata e prediletta negli ultimi tempi della vita a Gerusalemme, ha ben definita la lingua poetica di Celan: “…il suo tedesco incantato, arbitrario, che infrange ogni limite…”.
Figlio unico di una famiglia ebrea, trascorse la giovinezza sotto l’influenza della madre che parla tedesco e lo introduce a poeti come Hölderlin e Rilke. Nel ’42 i genitori furono deportati e uccisi dai nazisti.
Celan si rifugia a Vienna nel ’47, fuggendo dalla Romania; lì il 16 maggio del ’48 incontra Ingeborg Bachmann con la quale ebbe un travagliato amore…poi trasformato in sodalizio. Sempre nel ’48 si trasferisce a Parigi e conosce Gisele Lestrange, che si dedica all’incisione e appartiene ad una antica famiglia francese, nobile e cattolica. Si sposeranno nel dicembre del ’52. Avranno un primo figlio François, morto prematuramente e, nel ’55, Eric. Conosce poeti e scrittori francesi tra i quali Yves Bonnefoy, Henry Michaux, Jacques Dupin, André du Bouchet ma, gli amici più importanti rimangono Ingeborg Bachmann, Nelly Sachs, Franz Wurm, Jenn Bollack, Klaus Demus e Peter Szondi…suoi interlocutori nel discorso sulla poesia.
Negli anni francesci, la totale dedizione alla lingua tedesca, che non abbandonerà mai, lentamente promuove un suo costante patologico isolamento.
Alla fine del ’62 ha un primo ricovero in una clinica psichiatrica. Un secondo, nel ’65, dopo uno scontro violento con la moglie seguito da un ricovero coatto in diverse cliniche. E, ancora nel ’67, aggressione alla moglie e tentato suicidio; Gisele Lestrange chiede, nello stesso anno, la separazione.
Nell’ottobre del ’69 fa un viaggio in Israele, dove incontra Ilana Shmueli, un’amica dell’adolescenza a Czernowitz. Si rinnova un’amicizia e nasce un legame amoroso che durerà fino alla fine-prossima della sua vita.
Vent’anni dopo, Ilana scrive la storia di quei 17 giorni a Gerusalemme insieme a Paul Celan in un bellissimo libro ora tradotto in italiano (Quodlibet, Ilana Shmueli, “Di’ che Gerusalemme è. Su Paul Celan: ottobre 1969-aprile 1970″). Durante questo soggiorno, Celan intravede la possibilità di un cambiamento di vita ma, il ritorno a Parigi, lo immerge di nuovo nella dolorosa Malattia.
Sembra che solo…scrivere poesia, lo tenga ancora in vita.
Il 12 aprile del ’70 scrive un’ultima lettera con una poesia a Ilana Shmueli, la quale percependo…”…l’intensità e insieme la non usuale formalità della lettera…” parte, troppo tardi, per Parigi.
Circa il 20 aprile Paul Celan si getta dal ponte Mirabeau nell’acqua della Senna.
Il fiume restituisce il suo corpo il 1° maggio.”

(di Giosetta Fioroni)

Opere di Paul Celan
Mohn und Gedächtnis Papavero e memoria 1952
Von Schwelle zu Schwelle Di soglia in soglia 1955
Sprachgitter Grata di parole 1959
Die Niemandsrose La rosa di nessuno 1963
Atemwende Svolta del respiro 1967
Fadensonnen Filamenti di sole 1968
Lichtzwang Luce coatta 1970 postumo
Schneepart Parte di neve 1971 postumo
Zeitgehöft Dimora del tempo 1976 postumo

Le fonti che hanno accompagnato Giosetta Fioroni, nel tempo e durante l’estensione delle tavole dedicate a Paul Celan nel 2010, sono:
• 2008, “Paul Celan, Poesie”, Meridiano Mondadori, cura e con un saggio di Giuseppe Bevilacqua (Questa introduzione, come pure le traduzioni delle poesie, rimangono fondamentali per la conoscenza dell’opera e della vita del poeta. L’insieme ha andamento critico…ma anche narrativo, tanto che sembra di leggere un meraviglioso romanzo).
• 2002, “Di’ che Gerusalemme è. Su Paul Celan: ottobre 1969-aprile 1970”, Quodlibet, di Ilana Shmueli (Un racconto appassionante dei giorni passati da Paul Celan in Israele).
• 2005, “Vita a Fronte”, Quodlibet Studio, saggio su Paul Celan di Camilla Miglio (Un importante saggio di grande introspezione del poeta).
• 1976, “Paul Celan POESIE”, Lo specchio di Mondadori, a cura di Moshe Kahn e Marcella Bagnasco.
• 2010, “Ingeborg Bachmann, Paul Celan. Troviamo le parole. Lettere 1948-1973”, Nottetempo (Edizione italiana a cura di Francesco Maione).
• 2010, “Oscurato”, Einaudi, a cura di Dario Borso, con un saggio di Giorgio Orelli.
• 2001, “Letture Celaniane”, Le Lettere, di Giuseppe Bevilacqua.

Giosetta Fioroni nasce a Roma, dove vive e lavora attualmente, da una famiglia di artisti. Allieva di Toti Scialoja all’Accademia di Belle Arti della capitale, è l’unica donna a far parte della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo, insieme ad artisti come Tano Festa, Mario Schifano e Franco Angeli. Nel 1956 espone per la prima volta alla Biennale di Venezia.
Ha collaborato inoltre con numerosi scrittori italiani, illustrandone i libri, pubblicato poesie, memorie, fiabe e raccolte di immagini. Le sue opere sono nei principali musei italiani.

La mostra si inaugura mercoledì 24 novembre (ore 18.30) presso la diagonale/Libreria dove sarà allestita sino al 15 gennaio 2011.

la diagonale / libreria
Via dei Chiavari 75
00186 Roma
tel. 0645432226 – 3334559125
info@ladiagonale
www.ladiagonale.it

Orari: martedì – sabato 11-13 15-20

Inedito Mario Schifano al Macro di Roma

Con l’esposizione ‘Laboratorio Schifano’, il Macro di Roma presenta una vera e propria immersione nel cuore della creatività di una delle figure più innovative del panorama artistico internazionale della seconda metà del XX secolo.

Per la prima volta e grazie alla collaborazione fra il Museo e l’Archivio dedicato a Mario Schifano, più di duemila immagini, esposte secondo uno speciale allestimento, coinvolgeranno il pubblico, da domani fino al 6 febbraio, nell’inarrestabile flusso creativo dell’artista: un grande labirinto trasparente e percorribile, nel
quale si susseguiranno sospese inedite polaroid, fotografie e fotocopie a colori, insieme a immagini manipolate tratte da giornali e riviste e fogli di appunti, nonchè filmati inediti realizzati con materiali audiovisivi originali.

Per Schifano la fotografia fu strumento e fine di esplorazione dei nuovi linguaggi e statuti dell’informazione e della comunicazione, secondo la straordinaria attualità e contemporaneità della sua visione, espressa dalle immagini manipolate attraverso la pittura e il loro intrecciarsi e ripetersi variando.

In occasione della mostra, sarà pubblicato da Electa Mondadori un catalogo bilingue (italiano e inglese), con un testo di Luca Massimo Barbero e Francesca Pola, un’intervista a Achille Bonito Oliva e un contributo dell’Archivio Mario Schifano.

Arte e Poesia, Tano Festa 18 ritratti di Mao

Tano Festa 18 ritratti di Mao

I 18 ritratti inediti furono realizzati da Tano Festa nel 1980 da “Mastino”, stabilimento balneare di Fregene, vicino Roma, dove l’artista usava passare l’estate. I lavori, tutti realizzati a pennarello su un blocco da disegno, prodotto dalla Cartotecnica Industriale del Tirreno (cm 24×34), provengono dalla collezione privata di Francesco Soligo, storico gallerista e archivio legale di Tano Festa, nonché autore del primo tomo del Catalogo Ragionato del lavoro del maestro.

 

La vicinanza di Tano Festa a Andy Warhol in questo caso appare evidente sia per il soggetto ritratto (ricordiamo i celebri Mao dell’artista americano), sia per la ripetizione quasi ossessiva dell’oggetto che diviene mezzo e messaggio della rappresentazione artistica.

Tano Festa è stato uno dei protagonisti della scena romana degli anni Sessanta. Insieme a Mario Schifano e Franco Angeli (tra gli altri), appartenenva alla così detta Scuola di Piazza del Popolo, gruppo oramai storico dello scenario artistico contemporaneo.
I temi prediletti dall’artista sono tratti dall’iconografia dei mass media e della storia dell’arte.

999Gallery
da mercoledì 20 ottobre 2010 al 9 novembre
Vicolo Sugarelli, 5 – 00186 Roma
Lun-Sab 10.00-20.00
Tel/Fax: 0696845976
info: info@999gallery.com – www.999gallery.com

Michele Melotta, il mondo interiore

“De Forma” è il titolo della personale di Michele Melotta, a cura di Fabrizio D’Amico. A Roma dal 20 ottobre 2010 alla “Diagonale”, la Galleria di Luca Bellocchi. In esposizione 25 sculture in bronzo e 13 sculture in gesso dell’artista.

La densa memoria
“È un mondo segreto e ansioso, quello che Michele Melotta mette in figura: da anni, da decenni chiuso in un suo bozzolo, ripiegato in sé, geloso del proprio silenzio, della propria appartatezza. Non sono valse, a spezzare quel silenzio – tranne che in casi rari e distanti – le episodiche sollecitazioni che ha ricevuto a mostrare il suo lavoro: sollecitazioni che egli ha di volta in volta ricevuto a Roma, dove vive e lavora. Né è venuta per caso questa solitudine a tutto tetragona: che inerisce nel profondo non solo al suo animo, ma alla forma della sua scultura, com’essa oggi finalmente si svela in questa mostra sorprendente. Ha memorie dense, Melotta. Troppe, forse, per poter reggere sulle sue spalle quel carico senza tremarne. Giacometti, e Leoncillo: ma anche più in là, ricorda: fino a Matisse, fino a Medardo, fino a Rodin, cui sembra aver rubato la digitazione veloce ed eccitata sul gesso, sul bronzo. “Non posso simultaneamente vedere gli occhi, le mani, i piedi della persona che sta a due o tre metri da me, ma quell’unica parte che guardo trascina con sé la sensazione dell’esistenza del tutto”, ha scritto Giacometti nel 1960. La “parte per il tutto” era stato per lui un limen di verità – non semplicemente un divertissement surrealista – almeno dal ’47 (La main), e a quella soglia era sovente tornato: ne La jambe, bronzo fuso nel ’58, ad esempio. Melotta ricorda quell’ansia di verità di Giacometti, nei suoi torsi mutili, nei suoi corpi acefali, nelle sue gambe appoggiate in precario equilibrio, come stessero per spiccare il balzo da un trampolino. Assieme, ascolta la lezione di Leoncillo, il suo ostinato prendere distanza dal demone tentante dell’ “astratto”, il suo voler cercare sempre la “figura”, il suo intendere la materia non come nume intoccabile, ma come ansa dove lasciare una nuda impronta di sé (“voglio la tua orma, quella dei tuoi anni, dei tuoi patimenti, della tua storia, di quello che ti è accaduto e che senti oggi”, annotava Leoncillo nel 1958 nel suo Piccolo diario, rammentando un incontro di pochi giorni avanti con Toti Scialoja, e un dialogo accaldato con l’amico, denso di pensiero e di conflitti). Credo che le radici di Melotta siano in quegli anni oggi lontani e densi di esiti straordinari; che egli cerchi ancora adesso in quel clima che vedeva spegnersi l’orgoglio della matericità informel, e dell’espressionismo astratto, e a tentoni scavava in una coltre di cenere per trovare nella materia un luogo, soltanto, per lasciar traccia di sé, testimonianza delle proprie speranze, della propria esistenza.

Del corpo, nel suo lavoro, Melotta ha fatto misura per ogni suo gesto formatore: somigliano a corpi infatti i gessi riuniti oggi in una magica sala della “Diagonale”. Corpi esili, diafani, sussurrati nell’aria, quasi. Non so se Melotta li costruisca con la spatola, o lasci soltanto gocciare, con la mano, il gesso su altro gesso, appena rappreso: certo che essi sfiorano l’imponderabilità, la trasparenza. Si allungano filiformi accanto al muro, quei corpi snudati di peso, da cui poi appena divaricano, flettendosi in inchini; sorridono allora, forse, alla luce che qua e là li svela, esaltando il loro biancore. Si confessano innocenti, nonostante la vita che hanno alle spalle; anche se poi, quando qualcuno d’essi sarà trasposto in bronzo, il grumo di materia da cui nascono e dal quale non vorranno separarsi li trascinerà a significare altro, e opposto, dolore: come intrisi adesso, nel nuovo materiale, di una vita gremita e pesante, non più di un sogno leggero, impalpabile. Nel nero di cui ricopre sovente i suoi bronzi, Melotta figura l’esistenza: dal grumo d’essa originario e indifferenziato – quasi un’oscura nascenza – degli Studi per zampa d’elefante, alle immagini forti, simboliche e drammatiche, delle Menadi, alla teoria delle Figure: torsi acefali e privi degli arti superiori che si dispongono adesso in sequenza ottusa, paratattica, alterna solo all’ombra di sé che proiettano sul muro retrostante. Rigorosamente frontali, aliene dall’intento di testimoniare la ‘bravura’ della mano che ne ha alzato le sagome trepide (e del pari lontanissime – ovviamente – da ogni ambizione monumentale), queste Figure – spoglie, immote, silenti – attestano solo la vita che è trascorsa: impronte sulla rena dell’esistenza; impronte – come voleva Scialoja – che serbano, nel loro breve e lento mutare, memoria di quanto è stato pensato, sofferto, vissuto.”
di Fabrizio D’Amico
.

Michele Melotta è nato a Cerreto Sannita (Benevento).
Si è formato presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli.
Vive e lavora a Roma. 

 

DIAGONALE GALLERIA
Via in Caterina 83/c (angolo via Giulia)
00186 Roma
tel. +390668300482 – 3334559125
ladiagonale@ladiagonale.it
www.ladiagonale.it
Orari: martedì – sabato 16 – 20

Vincent van Gogh: il genio assoluto

“Vincent van Gogh. Campagna senza tempo – Città moderna”: dall’8 ottobre 2010 al 6 febbraio 2011 il Complesso del Vittoriano di Roma riporta a Roma dopo ventidue anni il genio assoluto di Vincent van Gogh, che ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte e nell’immaginario collettivo dell’uomo moderno.
Il percorso scientifico dell’esposizione analizza per la prima volta le due inclinazioni contraddittorie che spesso guidarono il pittore nella scelta dei soggetti dei suoi dipinti: il suo amore per la campagna, come ambiente fisso e immutabile, e il suo legame con la città, centro della vita moderna e del suo rapido movimento.
Saranno esposti oltre settanta capolavori tra dipinti, acquarelli e opere su carta del maestro olandese e circa quaranta opere dei grandi artisti che gli furono di ispirazione – tra i quali Millet, Pissarro, Cézanne, Gauguin e Seurat.
La mostra, che nasce sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, in collaborazione e con la partecipazione del Comune di Roma – Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione -, della Provincia di Roma – Presidenza e Assessorato alle Politiche culturali -, della Regione Lazio – Presidenza e Assessorato alla Cultura, Arte e Sport -, con il patrocinio del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, del Ministero degli Affari Esteri, dell’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi a Roma e dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
La rassegna è organizzata e realizzata da Comunicare Organizzando di Alessandro Nicosia.

L’esposizione vanta la collaborazione ed il supporto delle più grandi istituzioni museali del mondo, insieme ad importantissime collezioni private. Tra esse spiccano: Van Gogh Museum, Kröller-Müller Museum, Rijksmuseum, The Art Institute of Chicago, The Solomon R. Guggenheim Museum, The Museum of Modern Art, Hammer Museum, The Detroit Institute of Arts, National Gallery of Canada, Tate, Musée du Louvre.

La mostra “Vincent van Gogh. Campagna senza tempo – Città moderna” è a cura di Cornelia Homburg, studiosa nota a livello internazionale per le sue ricerche su Vincent van Gogh, e si avvale di un prestigioso comitato scientifico composto da Sjraar van Heugten e Chris Stolwijk, Van Gogh Museum, Jenny Reynaerts, Rijksmuseum, Judy Sund, City University New York, Tsukasa Kodera, Osaka University, Joan Greer, University of Alberta, Cornelia Peres, conservatrice, Liesbeth Heenk, storica dell’arte.

La mostra

Pittore di paesaggi traboccanti di luce, ma anche di vibranti ritratti, Vincent van Gogh era un artista impetuoso e appassionato che, all’occorrenza, dimostrava un altezzoso disprezzo per le convenzioni.

Nonostante i più vedano Van Gogh come un artista maledetto e guardino alle sue opere come al prodotto stupendo della sua follia, egli era, invece, un uomo di grande cultura, un pensatore raffinato che parlava perfettamente varie lingue, come il francese e l’inglese, e che aveva studiato per diventare mercante d’arte. La sua sorprendente memoria visiva gli permetteva di ricordare fin nei minimi dettagli dipinti o stampe già visti e dalle sue lettere apprendiamo quanto importante sia stata questa conoscenza storico artistica per lo sviluppo del suo personale stile. Sin dall’inizio della sua esperienza di pittore, egli si avvicinò ai maestri del recente passato, come Eugene Delacroix, Charles Daubigny, Jean-François Millet – che egli chiamava addirittura Père, padre -; Vincent ne copiò le incisioni più e più volte nei suoi disegni e ne riprodusse le composizioni anche nei propri dipinti. Se Rembrandt era il suo modello, Van Gogh riteneva, però, vitale anche l’incontro con i colleghi artisti e il dibattito sui temi legati alla contemporaneità, all’epocale rivoluzione artistica portata dagli Impressionisti, come Camille Pissarro e Paul Cézanne, e dai pittori post-Impressionisti della sua generazione, come Paul Gauguin e Georges Seurat. Proprio a testimonianza di questa fitta rete di rapporti e dell’importanza cruciale di queste fonti di studio ed ispirazione per Van Gogh, viene presentata in mostra una selezione accurata e puntuale di opere di questi ed altri artisti, cui il maestro olandese fece riferimento. Tra essi spiccano il capolavoro di Gauguin, Lavandaie al Canal Roubine du Roi, dal MoMA di New York ed il bellissimo I raccoglitori di fieno di Millet dal Louvre.

Pur spesso tormentato da profondi dubbi, in parte originati dalla malattia, Van Gogh era anche un uomo molto ambizioso ed aveva, in fin dei conti, una percezione estremamente chiara della propria opera nel suo insieme e del ruolo che avrebbe ricoperto nella storia dell’arte.

Queste posizioni apparentemente contraddittorie caratterizzano gran parte della vita e della produzione artistica di Vincent. Ad esse si ispira questa importante esposizione, che analizza l’opera del grande pittore olandese approfondendo due aspetti fondamentali della sua identità artistica: l’amore per la campagna, vista come un ambiente fisso e immutabile, e l’attaccamento alla città, centro del movimento frenetico e della vita moderna.

Van Gogh costruisce, da un lato, un’immagine idealizzata della vita rurale, dimostrando così di credere che la natura e la vita dei contadini, dura ma onesta, fossero valori senza tempo; questo concetto trova chiara espressione nei suoi ritratti di coltivatori, nelle immagini del lavoro nei campi, che segue il ritmo regolare e rassicurante delle stagioni, nelle descrizioni della campagna olandese e francese, come, ad esempio, nell’imponente La semina delle patate dal Von der Heydt-Museum di Wuppertal e nei bellissimi disegni di contadine chine al lavoro, in prestito dal Kröller-Müller Stifting.

D’altro canto, anche la città era importante per il pittore dal punto di vista visivo, perché era il luogo dell’esperienza contemporanea, in cui era possibile venire a contatto con i più recenti sviluppi in campo artistico e progredire nella propria carriera. Non solo, in città il progresso dell’industria stava cambiando per sempre il destino dell’uomo e fu proprio lì che l’artista imparò a esprimere il sentimento della modernità, come in Strada con sottopassaggio (Il viadotto), dal Guggenheim Museum.

Questa dicotomia ispirò a Van Gogh un importante numero di dipinti, disegni ed acquerelli. L’artista esplorò in modi molto affascinanti il suo universo di immagini; egli, infatti, non ritraeva pedissequamente ciò che aveva davanti agli occhi, ma ne offriva spesso un’interpretazione originale e dipingeva esattamente ciò che voleva che l’osservatore vedesse. I suoi ritratti e paesaggi non sono tanto una traduzione spontanea della sua esperienza visiva quanto piuttosto un repertorio di avvincenti composizioni consapevolmente costruito.

Van Gogh era fermamente convinto di dover realizzare un’opera radicalmente moderna, che però resistesse ai mutamenti del tempo per poter essere per sempre attuale. Se, da un lato, egli ammirava la pittura di paesaggio tradizionale della Scuola di Barbizon di metà Ottocento, dall’altro, negli anni ottanta del secolo, intendeva occupare una posizione di avanguardia in campo artistico.

In Olanda si unì ai giovani membri della Scuola de L’Aia, come Mauve e Van Rappard, rappresentati in mostra, dipingendo il paesaggio olandese, ma esplorò anche gli ambienti proletari della città in continua espansione. Nel 1886 si trasferì a Parigi e qui scoprì le opere degli Impressionisti e dei colleghi più giovani, che avevano trovato un modo sorprendentemente moderno di ritrarre la campagna, utilizzando colori intensi e una nuova pennellata. Tra i loro soggetti vi erano anche i nuovi prodotti della tecnica e scene di vita moderna e di svago nella capitale francese e nei dintorni. Le loro opere proponevano temi, stili e tecniche che Vincent van Gogh studiò a fondo insieme ad altri pittori conosciuti a Parigi. Poi, nel periodo trascorso nel sud della Francia, egli seppe fondere l’esperienza olandese e quella parigina per articolare ulteriormente la propria visione in modo autonomo ed originale.

Van Gogh scelse uno specifico repertorio di temi e immagini con l’intento di presentare al tempo stesso valori eterni e situazioni contemporanee. Il suo ritratto della campagna come luogo immutabile non si basava sulla semplice osservazione e sul resoconto di quanto aveva visto, era piuttosto il risultato della sua vasta cultura artistica e delle precise idee che intendeva trasmettere. Per celebrare l’intima felicità della vita rurale, ad esempio, egli dipinse casette col tetto di paglia, ignorando consapevolmente che quelle dimore erano in realtà baracche miserabili, cadute in disuso già ai suoi tempi. L’artista non era interessato tanto a ritrarre la verità oggettiva, quanto, piuttosto, a divulgare quelli che, a suo parere, erano i valori della vera vita di campagna.

Anche la città moderna fu descritta da un punto di vista ben specifico. Van Gogh si dedicò di rado alla rappresentazione delle vie affollate o delle pittoresche piazze di Parigi; preferiva ritrarre le stradine dei sobborghi, all’epoca in rapido sviluppo, come negli Orti a Montmartre dal Van Gogh Museum e dallo Stedelijk Museum di Amsterdam, inondati di luce purissima, o la gente a passeggio nei parchi pubblici, raffigurata, ad esempio, nella tela dalla Collection Noro Foundation.
Sia che esplorasse le periferie di Parigi, meta dei cittadini in cerca di quiete e divertimenti nel fine settimana, sia che dipingesse moderne strutture industriali, Van Gogh interpretava i propri soggetti alla luce di considerazioni politico-sociali, all’epoca ritenute decisamente moderne, e vi aggiungeva la propria personale interpretazione. Anche dopo aver lasciato Parigi, nel 1888, l’artista continuò a cercare immagini peculiari della città moderna, ma anche della vita rurale, anzi, cominciò persino a combinarle nella stessa composizione con risultati straordinari, come nel Seminatore dall’Hammer Museum di Los Angeles, in cui un seminatore si staglia in giallo su un campo di un blu ricco e profondo, mentre sullo sfondo spiccano le sagome nette delle ciminiere di moderne fabbriche, o nelle vorticose pennellate, tanto tipiche del maestro olandese, dei Cipressi con due figure femminili, capolavoro assoluto dal Kröller-Müller Stifting.

Questa cornice concettuale offrì a Van Gogh l’opportunità di esplorare anche il ritratto e lo studio di figura. All’inizio della sua carriera il pittore si dedicò a raffigurare l’immagine del contadino “ideale”: ispirato ai modelli di Millet e alle teorie contemporanee sulla frenologia, il suo contadino della regione del Brabante aveva un aspetto brutto e rozzo, la fronte bassa e le labbra grosse, come a evocare vita difficile e duro lavoro. Quasi intraprendendo uno studio antropologico di questo ceto sociale, Van Gogh intendeva diventare lo specialista indiscusso nel campo, come ben testimoniano in mostra le teste di contadino dell’Art Gallery of New South Wales di Sydney e del Saint Louis Museum of Art.

Tuttavia presto si rese conto che a Parigi, dove sperava di far carriera, queste teste brutali dai colori scuri non erano molto apprezzate e passò, quindi, ad interessarsi del ritratto “moderno”. Il pittore sperimentò l’uso del colore e della pennellata in numerosi autoritratti, in cui si raffigura alternativamente in vesti di gentiluomo o di contadino, a seconda del ruolo che voleva assumere in quel momento, come mostrano in mostra i due Autoritratti dal Van Gogh Museum; raffigurò, invece, il mercante d’arte Alexander Reid, nella splendida tela dalla Glasgow Art Gallery and Museum, nei panni del cittadino per eccellenza, moderno e sofisticato, e, nelle speranze dell’artista, intenzionato a promuovere la sua opera in tutto il Regno Unito.

Più tardi, nel Midi francese, Van Gogh giunse all’idea che questi ritratti dovessero essere moderni, ma anche eterni. Consolidare la posizione di artista moderno e al tempo stesso realizzare opere intramontabili erano due aspetti che egli riteneva essenziali per il suo successo. Nello straordinario Ritratto di Madame Roulin con la figlioletta dal Philadelphia Museum of Art è evidente il rimando ad una classica Madonna con Bambino, ma lo stile è decisamente attuale. Van Gogh reinterpretò persino Le quattro età dell’uomo di Daumier nell’eccezionale tela dall’Art Institute of Chicago: alla composizione originale egli aggiunse su un lato uno sfondo di alberi in fiore e sull’altro una fabbrica dalle ciminiere fumanti, evocando così ancora una volta la città e la campagna, l’antico e il nuovo.

Pur lavorando in modo veloce e spontaneo, l’artista aveva una chiara idea dell’immagine e del messaggio che intendeva trasmettere; sia la scelta del tema che la forma della composizione, ispirate alla sua conoscenza della realtà, erano deliberate e mai casuali. Van Gogh rifiutava l’idea della pittura d’invenzione, eppure non rifuggiva dalla costruzione delle immagini. Specialmente nell’ultimo periodo, a St. Rémy e a Auvers-sur-Oise, diede sempre maggiore spazio all’invenzione in composizioni ispirate a diverse fonti visive e artistiche. La fusione di aspetti moderni e tradizionali fu stimolata dal suo straordinario uso del colore e da una tecnica pittorica assolutamente sorprendente per l’epoca e ricca ancora oggi di grandissimo fascino.

Partner: Il Gioco del Lotto – Lottomatica, Eni, Ferrovie dello Stato, Scholtès, Telecom Italia
Collaboratori ufficiali: Gestore Servizi Energetici – GSE, British American Tobacco – Italia, AXA Art – assicuratore ufficiale -, KLM, Cinecittà Luce, Rai Teche
Collaboratori tecnici: Maggiore, Dimensione Suono2, Hotel Eden, The Duke Hotel, Hotel Splendide Royal, Progress Fineart
Organizzazione e produzione: Comunicare Organizzando S.r.l.
Catalogo: Skira; € 35,00
Costo del biglietto: € 12,00 intero; € 8,50 ridotto
Orario: dal lunedì al giovedì 9.30 – 19.30; venerdì e sabato 9.30 – 23.30; domenica 9.30 – 20.30. La biglietteria chiude un’ora prima
Per informazioni: tel. 06/6780664