Emily Dickinson, la poesia come possibilità

COMMENTO DI BIANCA SORRENTINO

Margine, silenzio, ellissi: ecco le parole chiave tradizionalmente associate alla produzione letteraria – e alla vicenda esistenziale, che la rispecchia – di Emily Dickinson. Eppure, la lettura attenta dei suoi versi rivela una tensione costante verso ciò che non conosce confini: il microcosmo della stanza entro la quale la scrittrice sceglie di vivere i suoi ultimi anni è lo spazio privilegiato dal quale è possibile osservare le ambiguità del mondo e restituirle sulla pagina attraverso una lingua che, al contrario, risplende nella sua trasparenza. Nelle pause del respiro, nella sincope che caratterizza il metro, Emily Dickinson impara a evadere dalla prigionia della prosa e a proiettarsi verso una possibilità altra, verso una dimora che può essere abitata anche da chi non sa stare ferma – da chi ha imparato a dire la verità, ma a dirla obliqua, perché “il vero deve abbagliare per gradi”. È questa la sua “lettera al mondo”. Continua a leggere

Elena Salibra, “Dalla parte dei vivi”

ESTRATTO DALLA PREFAZIONE DI MARCO SANTAGATA

Lette in successione, le cinque sillogi raccolte in questo libro mostrano una impressionante maturazione: in quel bruciare i tempi viene progressivamente incenerito ciò, che, pur essendo significativo, non è essenziale. Emerge con nettezza un percorso che dalla sincerità approda alla verità, percorso non a caso speculare, e quindi in apparente contraddizione, a quello che dalla focalizzazione linguistico-espressiva approda alla apparente facilità comunicativa.

Non è una conquista di autenticità, è l’effetto di un fenomeno più profondo, che quasi con violenza ha imposto al soggetto di rivedere le proprie gerarchie di valore e, nello stesso tempo, lo ha costretto a denudarsi. Questo qualcosa è la malattia.

Da qui parte la seconda stagione poetica di Elena Salibra, caratterizzata da un impietoso cadere di veli, di schermi e di alibi. Il nucleo è la rinuncia, forse più imposta che voluta, alla pretestuosa distinzione fra l’io lirico e l’io biografico, dunque al pudore e alla vergogna.

Chi è consapevole di non avere un futuro, non trova più consolazione nel passato: nutre la sola imperiosa esigenza di comunicare questo suo presente, questa sua condizione, l’unica che riesce a concepire. Lo schermo dell’io letterario cade. La voce di Elena si accampa sola. Sola e straordinariamente limpida, ferma, consapevole, ferocemente sincera, e spudorata.

Da “NORDICHE” (2014)

LEGGENDO STEVENS

calpestavamo la gramigna estiva
dietro la casa mentre esplodevano
nuovi germogli oltre la barriera d’alloro.

il sole era alto già quando la piccola
elena di anni due s’accostò alla panchina
per chiedermi cos’era quel tondo di fuoco
in mezzo al cielo. risposi che serviva
per riscaldare la terra ma lei

non era convinta e m’incalzò
con nuove domande. poi d’un tratto
si mise a inseguire la flottiglia
di colorati velieri dentro la vasca

colma col suo sguardo di seta liscio
come una marina di luglio Continua a leggere

Le parole che risuonano nella Bibbia

RISVOLTO

Questo libro racconta una storia che comincia prima di Adamo e finisce dopo di noi, attraversando la Bibbia da capo a fondo, come un mondo a sé. Dove un uomo, che si chiamava Saul, può diventare il primo re di un popolo perché il padre lo aveva mandato a cercare certe asine smarrite. Dove la regina di un remoto regno africano guida per tre anni una carovana foltissima, composta da giovani e giovanette vestiti di porpora, nonché da animali e spezie in quantità, per rispondere all’invito del re di Gerusalemme e porgli alcune domande. E dove un altro uomo, che si chiamava Abramo, udì queste parole da una voce divina: «Va’ via dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che ti mostrerò». Parole che rintoccano in tutta la Bibbia, storia di un distacco e di una promessa, seguiti da altri distacchi e nuove promesse. Il succedersi dei nomi e dei fatti è turbinoso, spesso sconvolgente. E ogni volta la grazia e la colpa, l’elezione e la condanna appaiono intessute nelle vite dei singoli e della loro stirpe.

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Sulla parola di Giorgio Bassani

IL LIBRO

Le cinquantuno conversazioni qui raccolte offrono un Giorgio Bassani in presa diretta e a figura intera: e restituiscono al lettore i suoi talenti indomabili e l’altezza – in tutti i sensi – della sua voce. Alcune di esse, appena ritrovate, compaiono in volume per la prima volta; altre, realizzate con la complicità di amici quali Mario Soldati, Enzo Siciliano, Manlio Cancogni e Claudio Varese, si svolgono come autentici happening; altre ancora ci presentano Bassani attraverso lo sguardo di beninformati cronisti americani, svedesi, brasiliani, inglesi, argentini e francesi. Autore di un’opera poetica, narrativa e saggistica fra le memorabili del Novecento, Bassani è innanzitutto l’inventore di una voce. Qui, lungo quattro decenni all’incirca, il lettore può ascoltarla mentre va prendendo forma, seguendone i guizzi di genialità critica e autocritica, i progetti irrealizzati che balenano per accenni, le illusioni e le delusioni, le impuntature e le gioie, le rabbie e gli slanci, il partito preso di contraddire e la fame di complicità, in breve: la progressiva scoperta di sé e del mondo nei momenti in cui si trova intercettata dalla pubblica notorietà, da un interlocutore equipaggiato di taccuino o di magnetofono o magari della sola memoria. Da oggi in avanti, Interviste 1955-1993 – volume curato da Beatrice Pecchiari e Domenico Scarpa, con una premessa di Paola Bassani – si aggiunge al canone dell’opera di Bassani come un diario vocale ininterrotto, come un autocommento su pungolo altrui. Il libro assertivo e antagonista di un uomo che seppe coltivare il raro dono della “distrazione interiore”. Continua a leggere

La virtù dei buoni libri

Un libro che riapre sentieri interrotti

di Franco Ferrarotti

Ecco un libro geniale e originale. Per questo va segnalato, letto e meditato. È un libro che parla di libri, ma, come dice bene l’Autore nell’avvertenza posta all’inizio, non è un libro di recensioni. Non è, in altre parole, uno di quei libri – temo che si tratti della maggioranza – che sono prodotti, oserei dire, incestuosamente mercé altri libri.

Contro tutte le apparenze e le prime impressioni, che a torto Voltaire riteneva le più giuste, (méfiez-vous de la première impression; c’est la bonne), questo libro non fa parte e non rientra nella cultura libresca. È vero che spesso, troppo spesso, quando gli scrittori parlano dei loro colleghi lo fanno in termini molto libreschi e intellettuali. Parlano e scrivono come se dovessero venir letti, e giudicati, solo da colleghi e intellettuali.

Questo libro è diverso. È un’altra cosa. Ha la virtù che hanno i buoni libri – una esigua minoranza nella sterminata produzione di molti editori, degradati ormai a meri stampatori, portati a vendere libri come se fossero carciofi o patate o altra frutta di stagione. Questo libro fa parlare i morti. Ne resuscita l’intento profondo. È una chiamata dall’oltretomba; richiama un passato ormai ritenuto lontano, che invece ha ancora cose importanti da dire nel presente o addirittura contiene i semi dell’avvenire.

C’è un merito ulteriore, che non va sottaciuto. Questo libro non parla solo di libri best-seller. Parla anche, se non soprattutto, di libri poco noti al gran pubblico. Oppure parla di libri divenuti noti o anche celebri per le ragioni sbagliate. Ma parla anche di «rivisitazioni» critiche necessarie, non più rinviabili, vale a dire di libri riscoperti pienamente, valutati solo generazioni dopo la loro prima pubblicazione.

Il successo commerciale non è ritenuto un test decisivo per il valore di un libro. Tutti sanno che Honoré de Balzac fu subito famoso. La sua «comédie humaine» vendeva molto. I suoi contemporanei – la borghesia francese in ascesa – vi si rispecchiavano come in uno specchio di alta fedeltà. Stendhal, invece, del suo trattatello De l’amour, aveva venduto tre copie in otto anni. Non solo nessuno lo comprava. Non lo toccavano neppure. Lo sconsolato Stendhal confessa, a malincuore: «On dirait qu’il est sacré. Car personne n’ytouche». Curioso com’era, si fa dare dal libraio – una specie di libraio in via di rapida estinzione – nomi e indirizzi dei compratori. Li va a trovare. Che delusione! Almeno due di loro avevano comprato il libro credendo che si trattasse di un Kamasutra. Ma Stendhal, con La Certosa, Il Rosso e il nero e i Souvenirs d’égotisme dava un appuntamento ai lettori di centocinquant’anni a venire. Inutile dire che l’appuntamento è puntualmente scattato. Continua a leggere