Stefano Carrai, “La traversata del Gobi”

Stefano Carrai

Scrivere un libro di poesia significa sempre fare i conti con la storia, quella personale e quella della forma che configura l’esperienza, la mette quasi in trama e la rende più leggibile di quanto non fosse, per così dire, dal vivo… È sotto questa costellazione che si colloca il libro di Stefano Carrai”.

Niccolò Scaffai

da “La traversata del Gobi”, di Stefano Carrai, (Nino Aragno Editore, Torino 2017)

Intermittenza

Per un fiasco che ho visto
sgraziato
            ​non abbastanza panciuto
vestito di brutta paglia sintetica
mi sono ritrovato
nel nostro magazzino

fatti i compiti attaccavo etichette
e mettevo sui colli
sigilli di stagnole colorate…

Ma il tempo sleale

           babbo
ti aveva surclassato
con la novità del supermercato

dall’emarginazione ci salvò
l’unico membro tuo che non sia
seppellito con te

la tua gamba amputata
buttata ancora calda
dai guardiani di Schweinfurt
tra i rifiuti

             ​per legge

ti assicurò l’impiego
mi garantì gli studi.

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Massimo Morasso, “L’opera in rosso”

Massimo Morasso

di Giancarlo Pontiggia

Anima «dedita al suo fine», giardiniere «in un giardino smisurato», fanciullo heideggerianamente «destinato-a-scrivere», l’io lirico che abita queste pagine sente l’arduo compito che gli è stato affidato: «triturare l’apparenza, / sfondare i limiti del senso», rammemorare al lettore l’unità profonda di spirito e vita, presenza e memoria. Ogni oggetto materiale, ai suoi occhi, si fa simbolo, ravviva «lontananze irriducibili», svela patti, alleanze, l’eden che fu prima della storia, e prima di ogni diaspora, «il quid che unisce rocce a scheletri».

Al pari di un monaco medievale – evocato nella poesia d’esordio – egli sa di non essere che uno strumento di potenze più alte: sul modello sublime dell’opera dantesca, si fa umile scriba, si limita a trascrivere ciò che gli viene dettato. Non gli sfugge la difficoltà del compito, l’irriducibilità della parola, la forza oscura e contraddittoria dei fatti: eppure non rinuncia alla sua caccia spirituale, a invocare i suoi nomi, i suoi luoghi fatali e privilegiati: «il mio giardino / e un bimbo, un arcipelago / in tempesta, e tutto intorno Genova, / scalena e verticale». Nel catino di un’infanzia ormai remota, nelle letture che lo emozionarono un giorno, era già la radice di ogni dopo: l’aurea isola di Stevenson conteneva ben altre mappe, ben altri tesori. Continua a leggere

Stefano Dal Bianco, “Ritorno a Planaval”

Stefano Dal Bianco

In questo libro, scritto in un ampio arco di tempo, dal 1993 al 2001,  ripubblicato nella Collana Gialla di Pordenonelegge  (LietoColle, 2018) Stefano Del Bianco riflette tra le cose e i luoghi della sua realtà quotidiana. “Ritorno a Planaval” è in un certo senso il diario lirico, la registrazione dei movimenti anche minimi di uomo – il poeta stesso – che si osserva esistere.

Uno dei libri di poesia più amati degli ultimi vent’anni viene qui riproposto con una ricca postfazione di Raffaella Scarpa, un intervento di poetica dell’autore e un saggio di Fernando Marchiori.

IL VETRINO

Una sera, ero in ritardo, con un asciugamano inavvertitamente, ho urtato una preziosa bottiglietta di profumo, che è caduta. I pezzi sono stati raccolti, quasi tutti in un primo momento, altri nel corso del tempo, a mano a mano diminuendo le proporzioni dei reperti. Dopo un mese in un anfratto del pavimento è comparso un vetrino trasparente, ma nessuno l’ha raccolto.

È passato altro tempo, ogni volta che entravo nel bagno
lo vedevo e mi ripromettevo: «Prima di uscire
lo raccolgo e lo butto»,
e nelle mie faccende lo tenevo d’occhio
perché non se ne andasse o scomparisse
tra le frange del tappeto o altro.

Ma il bagno libera i pensieri e al momento
di uscire dalla stanza un’altra
memoria ne prendeva il posto,
e il vetrino è rimasto e negli ultimi giorni
è diventato un’ossessione, un’ossessione
all’ultimo secondo regolarmente rimossa.

E oggi mi sono impuntato,
mi sono concentrato più di ieri
e più dell’altro ieri e ce l’ho fatta:
è stata una vittoria graduale
di una memoria su altre memorie.

Ho allungato la mano e con sorpresa
il vetro non ha opposto resistenza:
è stato docile, si è fatto raccogliere
come se per tutto questo tempo
avesse atteso me, il mio intervento.

Adesso non so se per pietà, per un senso del dovere
per rispetto o per amore l’ho posato
sul nero della scrivania, davanti a me,
e scrivendo lo contemplo e raccolgo
la sua storia di cosa legata alla mia,
uno stesso appartamento ci contiene.

Sono orgoglioso di averlo salvato
e lui risponde alla luce e manda timidi bagliori.
Ma io ci vedo dentro il firmamento e questa notte
lo metto all’ aperto e me lo guardo
perché c’è la luna, perché ritorni,
nella chiara altezza di cobalto, il cielo. Continua a leggere

Daniela Attanasio, “Vicino e Visibile”

Daniela Attanasio /credits ph Dino Ignani

Di Luigia Sorrentino

La poesia di Daniela Attanasio è epigrammatica, si concentra sulla realtà con versi brevi e arguti che hanno un tono caldo della voce. La sua è una voce estranea all’enfasi, anzi, la sua poesia si concentra sul silenzio che sgancia la parola e per lasciare sulla pagina uno spazio bianco, tra un verso e l’altro. Uno spazio meditativo per lei che scrive, ma anche per chi legge. Nel tempo della meditazione e dell’ascolto entra tutta la vita e ciò che cattura la nostra osservazione ci immerge in una realtà potente.  Nei momenti in cui la sua poesia si fa “fisica” le emozioni arrivano nel nostro sguardo come “un’ultima  goccia di luce lunare scivolata sugli occhi con il gusto delle lacrime”.

da VICINO E VISIBILE di Daniela Attanasio, (Aragno, 2017)

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Maurizio Brusa, una vita scalza

Maurizio Brusa

di Maurizio Cucchi

Io lo ricordo ancora da ragazzo, con quella sua aria timida e acuta, tremante e viva, che a dispetto di tutto e di una sofferenza intima e profonda che lo ha sempre accompagnato, ha continuato a essere la più nitida e rara evidenza del suo essere, del suo carattere. Uomo sensibilissimo e poeta raffinato, nei temi e nella scrittura, Maurizio Brusa ha sempre coltivato la letteratura non come un’ancora di salvezza, ma come una prova di verità, e di una verità, quella della sua esistenza, dove il dolore, purtroppo, ha sempre prevalso. Ma tra le sue virtù c’era anche, nella piena consapevolezza della più oscura sofferenza, la nobiltà d’animo del silenzio e del distacco solitario, della discrezione nemica dell’enfasi e di ogni banale forma di retorica autoesibizione. La sua, come dice il titolo del libro che abbiamo da poco pubblicato, è stata una vita scalza, dunque asciutta, ruvida e senza orpelli o infingimenti. E così è stata la sua opera, la sua poesia, che è tutto ciò che ci rimane, e non è certo poco, ed è qualcosa da raccogliere nella sua completezza, e su cui ritornare. Con il rimpianto, si capisce, per la troppo prematura scomparsa dell’uomo, tanto amabile e intenso nella sua tenera, affabile e trasparente innocenza.

Da La vita scalza, di Maurizio Brusa, (La Collana Stampa, 2017)

Su questo angolo di strada
non si dimentica
chi porta esilio.
Per lo spicchio d’osso che ti piega
(le unghie troppo curate)
la passeggiata che finiva
al mercatino di bigiotti e ambra. Continua a leggere