La poetica di Alberto Pellegatta

Alberto Pellegatta

di Lorenzo Mandelli

Ogni libro elegge i propri lettori. “Ipotesi di felicità” (Mondadori), terzo volume in versi di Alberto Pellegatta che raccoglie una cinquantina di poesie divise in cinque «parti autonome e parziali», elegge il lettore che sa, per dirla con Rimbaud, che bisogna essere assolutamente moderni o – aggiungeremo – post-moderni. L’altro lettore, quello che il libro si diverte a depistare con ironia e arguzia, è invece colui che crede che il linguaggio, perfino quello poetico, debba essere un codice trasparente, monolitico e denotativo a servizio della realtà. Il poeta parla chiaro: «L’autore qui presente inciampa nel guaio e nel fallimento / non è più attendibile ma prendendo la rincorsa / vuole dirti qualcosa». Continua a leggere

OLIMPIA, Dal grembo alla Torre

di Elio Grasso

I “libri della vita” hanno limiti soltanto davanti. Indietro, l’orizzonte cambia per sempre. E la poesia da lì in poi potrebbe farsi sempre più libera. Non si tratta di tempo, ma di spazio in cui bisogna difendersi e tirare alla svolta. Olimpia ha già le sue leggi, trovate in quelle radici che Luigia Sorrentino ha riunito una volta per tutte. De Angelis, nella prefazione, lo conferma puntandosi sul “tema della salvezza”. Anche se lui stesso intuisce che non si tratta di uno scioglimento completo. La pressione mondiale, quando ha a che fare con la vita, non dà per sempre un polo certo. La materia ha salti imprevisti: invadono la lingua del poeta, rinfacciano il dissidio originale, corrugano la poesia fino a che non si comprende che occorre ancora una volta affrontare il “mostro iniziale” (così Montale definiva il big bang della poesia). Ma all’approdo questo libro affida le diverse stazioni dell’umano femminile, dalla giovinetta che annaspa nel vuoto di “milioni di notti” alla visione finale delle città del mondo circondate da sabbie monti e boschi. La dichiarazione di essere “finalmente comprensibile” è come l’originale singolarità da cui tutto inizia. La parola fa debuttare l’antropologia di quanto definiamo vita, comprendendo occhi e bocca e corpo intero. Da lì alle mura, vicine al cielo, il salto è breve. Tutta la prima sezione si attesta sull’abitare quel che improvvisamente esiste: pareti risuonanti, incarnazioni, grembo meraviglioso cui esser grati. Controllo e abbandono rilanciano la natura stessa della poesia come fluttuazione e canto. Nel mezzo la giovinetta schiude tutto lo stupore che l’accresce, dentro la prima lezione di realtà. Continua a leggere

Paolo Maccari, “Fermate”

di Tommaso Di Dio

Un amico caro, che conosce bene la poesia e sa le sue contemporanee e plurime direzioni, qualche mese fa mi consigliò questo libro: Paolo Maccari, “Fermate”, Elliot Edizioni. Dissi: «Non conosco l’autore, non l’ho mai letto». Mea culpa, come sempre in poesia. Eppure proprio così – ragiono e provo a discolparmi – oggi e forse da tempo, proprio così si propagano i migliori libri di poesia: per contatto, per contagio. Coloro che sono stati appestati dalla bellezza di un libro non possono che fare altro che propagare il morbo, di lettore in lettore. Chi ha incontrato un libro così non può fare a meno di dirlo, di darlo, di spartirlo. E io, giunto in una radura del tempo, in uno di quei spazi minimi e porosi che i lettori di poesia conoscono essere necessari per poter farsi intridere da un libro scritto in versi, infine apro e leggo le pagine di “Fermate” di Paolo Maccari; e spero davvero che questa peste si sparga.

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Noemi De Lisi, “La stanza vuota”

NOEMI DE LISI

di Maddalena Lotter

Il libro d’esordio di Noemi De Lisi, uscito nel 2016 per Ladolfi con il titolo “La stanza vuota” e finalista al Premio Carducci 2017, è un’opera sinistra, che ci pone di fronte alla stortura che giace tranquilla, e poi inquieta appena arriva alla sua saturazione, in ogni dinamica famigliare (considerato che ogni dinamica famigliare sviluppa nel tempo una dinamica nevrotica); “La stanza vuota” ci riconduce in ogni momento a quel vissuto perturbante che abita nella quotidianità di ogni relazione con l’altro e con il sé; Das Unheimliche nella terminologia freudiana. Chiamo in causa Freud giusto perché è impossibile non riconoscere che la raccolta di De Lisi è intrisa di riferimenti voluti o inconsapevoli ad alcuni topoi della psicanalisi. Basterebbe già dire che le tre sezioni che compongono il libro si intitolano: Io e mia madre, Io e Anna, Noi: una dialettica morbosa che si risolve in un Noi finale non propriamente felice e tantomeno risolutivo. “La stanza vuota” è infatti una storia assolutamente non lineare, quanto piuttosto circolare, concentrica, e che procede per saturazione: ogni lirica sembra montare su se stessa fino a un punto di sfinimento per poi sgonfiarsi. Vengono in mente alcune pagine della musica di Béla Bartók, una per tutte “Musica per archi, percussioni e celesta” (1936) , che non a caso viene definita dalla critica una musica dell’incubo o musica della notte; con questo lavoro, infatti, Bartók indagò le possibilità ‘kafkiane’ del linguaggio musicale, ideando una macchina dell’incubo perfetta (l’orchestra) che, per dipingere l’evento onirico, si riempie fino a un apice di saturazione cromatica di disperazione, in cui tutti gli strumenti – compresa l’inquietantissima celesta – partecipano forsennatamente, e piano piano poi si svuota fino a far risuonare nell’aria pochissime note, come in un’uscita dal sogno. Continua a leggere

Emilio Rentocchini, “Lingua madre”

EMILIO RENTOCCHINI

di Guido Monti

Con LINGUA MADRE Ottave 1994-2014 libro pubblicatonel 2016 da Incontri editrice (pp. 290, euro 14) Emilio Rentocchini fa confluire in un unico volume, vent’anni di produzione poetica racchiusa in 256 ottave. Si è molto parlato e scritto di questo poeta puro ed anche puro dicitore, che ha ricevuto a suo tempo attestati di stima e sicuro affetto tra gli altri da uno dei grandi del secondo novecento Giovanni Giudici. E nella sentita prefazione che Gianni D’Elia scrisse sul libro Ottave edito da Garzanti nel 2001 si legge: “Uscito nei primi anni Novanta sulla rivista “Lengua”, Rentocchini colpiva immediatamente per la voce sicura, fin dal primo verso, dove la consumazione della lingua dei parlanti è la dichiarazione della verità dialettale, ma non solo di quella…” e D’Elia ha pienamente ragione perché se indubitabilmente le ottave sono scritte nella forma del dialetto sassolese, esse proprio per profondità di sentire ed apoditticità di dettato, ci restituiscono quel brivido senza scampo, quella consapevolezza definitiva sull’esistere che deve possedere e trasmettere la poesia tout court, non importa se dialettale o in lingua. Torno un attimo indietro, perché poeta puro? perché penso e questo accade raramente ai poeti, perché i più in verità divengono tali, come si dice, sviluppando i propri talenti ed affinandoli anche in maniera encomiabile, che Emilio Rentocchini invece sia posseduto in nuce da un alto spirito artistico che poi è spirito dei tempi, dei secoli, che sembra d’un tratto convergere nei suoi testi quasi chiamandolo a scrivere nel metro dell’ottava ariostesca e chissà forse è azzardato dire che Ludovico Ariosto, contiguo anche territorialmente, parli in lui? o è lui a interrogarlo ed il poeta rinascimentale a rispondere ma comunque questo intreccio di lingue, di spazi, è lampante, nel fiume impetuoso del testo dove si potrebbe parlare di brusio, rumore dell’intertestualità, per citare Ezio Raimonidi ed i suoi memorabili studi sul Petrarca lettore di Dante. Continua a leggere