Valerio Magrelli: Il confine della percezione

Valerio Magrelli, nato a Roma nel 1957, è uno dei poeti più originali dell’ultima generazione. Fin dalla sua prima raccolta ‘Ora serrata retinae’, Magrelli si manifesta come una delle voci più raffinate della poesia italiana contemporanea. Partendo dalla ricerca della visione esatta – ‘dal confine della percezione’ – ma anche dalla visione deformata e deformante della realtà, il poeta raggiunge l’umoralità, l’ironia, che, anche nel vivere quotidiano, accende la riflessione filosofica, politica e civile. Magrelli, che insegna letteratura francese all’Università di Pisa, lo abbiamo incontrato a Fabriano, in occasione della prima edizione di Poiesis, il Festival di poesia curato da Francesca Merloni. ‘Nature e venature’, la sua seconda raccolta di versi, ha vinto il Premio Viareggio 1987.

Video dell’intervista

Iniziamo questa conversazione con una domanda, apparentemente banale, che nel suo caso per me è davvero necessaria: che cos’è la poesia per Valerio Magrelli?
E’ un lavoro con il linguaggio. Dentro questa officina si versa, come se fosse un lavoro di fusione, ogni tipo di metallo: pensieri, immagini, piaceri, sensazioni, piacevoli o sgradevoli. La poesia oscilla dalla lirica amorosa fino all’invettiva, alla denuncia. Ma l’importante è sapere che il punto di arrivo è sulla pagina ed è completamente costituito dalla disposizione delle parole.

La sua prima opera di poesia: ‘Ora serrata retinae’ ha rivelato da subito, fin dagli inizi degli anni Ottanta, la sua cifra. Una poesia concentrata, rivolta alle intermittenze della mente, ma anche dinamica.
Le poesie di ‘Ora serrata retinae’ contenevano molti temi. Le avevo scritte a partire dal 1975, quando ero ancora uno studente e in parte erano anche diari… Avevano un margine anche molto effusivo… Ecco, però sentii il bisogno di ricondurle sotto una cifra più fredda, quasi da catagolazione scientifica, per questo andai a ricercare nei dizionari di anatomia addirittura i termini che avessero a che fare con la percezione, con l’occhio. ‘Ora serrata retinae’ è un termine che designa la parte, il margine frastagliato della pupilla, quindi mi interessava, e potremmo tradurlo, come ‘confine della percezione’.
Potrei dire, dunque, che la poesia è l’area di accesso alla percezione del reale.

‘Ora serrata retinae’ ma anche ‘Nature e venature. Due libri caratterizzati da una scrittura che ha a che vedere con la razionalità e, soprattutto, con “l’uso del cervello”.
Sempre nella direzione che dicevo prima: il ricorso a linee guida, al tentativo di inquadrare razionalmente la riflessione, la presenza di materiali che, almeno da parte mia, erano sempre avvertiti come troppo incandescenti e caotici.
Piu’ che un ritorno all’ordine è un ricorso all’ordine nel tentativo di governare una materia altrimenti bruta e brutale.

Una poesia razionale, secondo lei, non rischia di essere un po’ fredda?
Freddo o caldo non sono essenziali alla riuscita di un testo. Parlerei invece, di mimetismo. Ci sono dei testi che assecondano l’oggetto che descrivono, ad esempio una paura, una pulsione, e che lo imitano, letteralmente. Altri testi, viceversa, che lo analizzano. L’oggetto è lo stesso, però visto da due angolature diverse.
In questo caso per me un maestro, soprattutto all’inizio, è stato un poeta francese, Francis Ponge, che non a caso ha intitolato uno dei suoi libri ‘Le parti pris de choses’ (‘Il partito preso delle cose’). In lui c’è la volontà di descrivere il reale, di contenerlo, ma il senso della sua operazione sta proprio nella spinta contro un’altra spinta, perchè è un reale vivo e tutt’altro che razionale. Una razionalità che è una sorta di rete che cerca di limitare le pressioni altrimenti laceranti.

Dopo i primi due suoi libri si è aperta una seconda fase che l’ ha condotta verso un nuovo genere poetico, come il poemetto-filastrocca sulla paternità, dal verso più disteso, piano, più vicino alla prosa che alla poesia.  La seconda fase, caratterizzata quindi da una nuova ricerca stilistica, è partita da ‘Esercizi di tiptologia’, ‘Didascalie per la letture di un giornale’, ‘Nel condominio della carne’, fino a ‘Terranera’. Perchè questa virata, questo cambiamento di stile nella scrittura?
Ogni libro è un’avventura nuova. Ogni libro nasce proprio come allontanamento dal percorso precedente e dunque non c’è nulla di programmato, anzi… Credo che questo sia il motore della scrittura: la possibilità di perdersi, di ritrovarsi, in territori nuovi. Quindi soprattutto in “Didascalie per la letture di un giornale” c’era un intento correttivo direi, era un’ironia correttiva perchè io parlerei quasi di poesia civile. Almeno nelle mie intenzioni si trattava di questo. Spesso era talmente forte la denuncia che il sarcasmo, diciamo, interveniva per equilibrare questa deriva.

Qual è il suo rapporto con il pubblico?
Io appartengo ad una generazione che ha cominciato prima con readings poetici e poi a comporre, a pubblicare. Quindi da sempre si può dire ho letto poesie. All’inizio con timore… No… anche alla fine con timore, perchè anche dal quel punto di vista non cambia nulla… Diciamo che c’è un rapporto con la parola detta molto stretto, molto profondo… Parlo per tutti quelli della mia generazione, anzi, a partire dalla mia generazione. E dunque l’incontro con il pubblico nelle letture, ha soprattutto il senso di un collaudo. Io ho sempre molto viva questa impressione. Spesso mi è capitato di cambiare testi dopo averli letti in pubblico.

In ‘Disturbi del sistema binario’ lei prova a comprendere la banalità del Male utilizzando un famoso test percettivo basato sull’ambiguità dell’immagine, l’individuo anatra-lepre. E allora: qual è la parola doppia, binaria, in questo libro?
Tutto il libro è organizzato su due versanti. In questo testo addirittura metto a contrasto la riflessione di carattere pubblico, politico, con quella di carattere familiare e privato. E poi in fondo al libro c’è un poemetto, una specie di dialogo, di trattatello, sul tema della doppiezza, della doppiezza psicologica, della doppiezza direi proprio antropologica. Quindi è un libro molto costruito rispetto agli altri e che funziona in qualche misura come una lente di ingrandimento per mettere a fuoco questo elemento sfuggente per antonomasia. L’appendice finale ha come tema l’ambiguità. E’ stato anche difficile cercare di trattarla in forma poetica e, potrebbe essere per certi versi, anche un saggio.

Lei in questo libro affronta il tema dell’ ambiguità del doppio, di un’epoca ambigua, che oscilla tra illusione e la vulnerabilità. E, lo fa mettendo dentro anche il suo privato, la sua vita domestica… perchè questa necessità di confrontarsi con il familiare?
Arriverei a dire che non esiste materiale che non provenga da li’. Quello è l’unico giacimento possibile, solo che è un giacimento in cui si mescolano molte cose. Addirittura nella prima parte, quella dedicata alla poesia diciamo così politica, c’è un testo in cui parlo della bomba atomica però vista attraverso il dialogo di due bambini e questi bambini sono i miei figli. Quindi il tema stesso per eccellenza che infesta il dibattito dal dopoguerra in poi in realtà arriva filtrato dallo schermo familiare. Dopodichè può venire in primo piano l’argomento dei profughi della Bosnia su cui ho lavorato a lungo per una pagina, e altrove, viceversa, il rapporto diretto con una persona della famiglia. E’ quasi impossibile separare le due cose. E’ come quando guardiamo la televisione: noi assistiamo alle tragedie più spaventose però seduti sul divanetto magari accanto al nostro gruppo familiare.

Valerio Magrelli poeta cerca dei poeti. Chi sono questi poeti?
Sono i poeti che ci vengono dalla tradizione. Questa è una delle cose più importanti, cioè tenere acceso il nostro rapporto con il passato perchè si tratta di poeti vivi. Ogni poeta della tradizione rinasce dalla lettura che viene fatta da un contemporaneo. Una settimana fa mi è capitato di finire di leggere Lucrezio. Per me è fondamentale tenere aperto questo canale con la tradizione proprio perchè non lo sento come uno spazio morto, ma al contrario, proprio come un elemento attivo e vivissimo. D’altra parte poi ci sono i contemporanei. Ci troviamo qui, a Fabriano, a una lettura pubblica e sto per leggere tra poco con Roberto Mussapi e Claudio Damiani che sono due poeti che conosco da anni. Oggi pomeriggio leggerà Valentino Zeichen e tanti altri. Quindi, è una cosa complanare. Bisogna sia tener presente questa verticalità del rapporto con il passato, sia altrettanto indispensabile, lo dico soprattutto per chi comincia a scrivere, la conoscenza della propria epoca.

Che cos’è per lei la poesia lirica? Esiste ancora l’io lirico?
Si, io trovo che esista, e esisterà in forme sempre più strane e forse inconcepibili per noi oggi. Esisterà dopo i trapianti di cuore, dopo i trapianti di ossa, dopo i trapianti di cervello, magari dopo l’ampliamento della memoria che si fa oggi con il computer che verrà applicato all’uomo. Il problema è che siamo in un periodo in cui l’identità è mutante ed aperta ad ogni tipo di metamorfosi. Quindi il lirismo secondo me continuerà a svilupparsi, anche se in forme inimmaginabili.

Che cos’è per lei l’identità?
E’ la domanda l’identità. L’unica cosa che ci può certificare è questo rovello, questo interrogativo. Tanto più in un periodo come quello di questi anni che ha visto per esempio, l’esplosione dell’ingegneria genetica. Sono momenti di trapasso, veramente di transizione che però ci fanno capire quanto prezioso possa essere questo tempo.

Lei ha sperimentato molto anche la traduzione. E l’ha sperimentata con grandissimi poeti come Mallarmè, Verlaine, Valery, Debussy. Che cosa vuol dire per un poeta tradurre un altro poeta?
Questo è un discorso davvero immenso… Tra l’altro io ho diretto una collana di traduzione a cui tengo molto… Direi soltanto come ha affermato uno studioso con parole che io condivido totalmente che la traduzione è l’operazione più complessa che esista nell’universo perchè ci obbliga a scontrarci con il rapporto tra il linguaggio e pensiero. Chi esercita la traduzione, a certi livelli, ovviamente, ma forse anche quando si tratta di portare in italiano le istruzioni per l’uso di un elettrodomestico si trova a che fare con i principi che governano l’essenza stessa del linguaggio.

La mattina, quando si sveglia, qual è la prima cosa che fa?
E’ pensare che posso prendere solo un caffè al giorno e quindi decidere quando.

Davvero? E perchè?
Sono condannato all’insonnia! (Fabriano, 2008) 

 

Poesie di Valerio Magrelli

da Ora serrata retinae (Feltrinelli 1980)

 Rima palpebralis

Molto sottrae il sonno alla vita.
L’opera sospinta al margine del giorno
Scivola lenta nel silenzio.
La mente sottratta a se stessa
Si ricopre di palpebre.
E il sonno si allarga nel sonno
Come un secondo corpo intollerabile.

 

da Nature e venature (Mondadori 1987)

 La forma della casa

I.
In una camera
c’è la fontana
dove perpetuamente
scorre l’acqua.
Sorgente di clausura
abitacolo freddo
lacustre
sede settentrionale.

 

Amori

Ogni volto fotografato
È un’immagine bellica,
il punto di tangenza
tra l’aereo nemico e la nave
nell’attimo che precede l’esplosione.
Fermo nell’istantanea,
nel contatto flagrante tra due sguardi
immacolato, ripreso
mentre le fiamme covano già
nella fusoliera crescendo
dentro i suoi tratti, vive
soltanto il tempo necessario
a compiere la missione del ricordo.


Link esterni:
Il Porto di Toledo Biennale e Festival della traduzione

Il 29 gennaio 2009 l’Università di Napoli “L’Orientale”, nella sala conferenze dell’Hotel Royal di Napoli, presenta e inaugura il progetto Biennale E.S.T., “Europa Spazio di Traduzione – Incontri Internazionali e Festival della Traduzione”.

La conferenza stampa sarà accompagnata da una tavola rotonda sul tema “Vivere e scrivere tra le lingue”. L’incontro, moderato da Valentina Di Rosa, raccoglierà attorno al tavolo alcuni tra i più importanti scrittori-traduttori italiani: Antonella Anedda, Franco Buffoni, Laura Bocci, Lisa Ginzburg, Gabriele Frasca, Helena Janeczeck, Marco Ottaiano, Silvio Perrella.

Il Festival della traduzione si svolgerà a Napoli dal 22 al 29 novembre 2010. Momento culminante di un progetto biennale itinerante, sarà un evento di rilievo internazionale ma anche un modo per proporre la traduzione (nel suo senso più generale, tra musica, teatro, cinema, fumetto e letteratura).

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Il poeta della vita

Valentino Zeichen, uno dei più raffinati poeti contemporanei italiani, racconta la sua “pagina di storia”. Era ancora bambino quando alla fine della Seconda guerra mondiale con l’esodo massiccio degli Italiani d’Istria lasciò Fiume, la città dove è nato, per trasferirsi con la famiglia a Roma, dove tuttora vive. La casa in cui Zeichen abita e che fin da quando ci siamo conosciuti, nel 1986, definisce con sottile ironia “una baracca”, si trova sulla via Flaminia, una delle strade più antiche della capitale, luogo ideale per il poeta che ha riconosciuto in Roma e nella Romanità la sua vera origine. Abbiamo incontrato Valentino Zeichen, “il poeta che a volte sorride, a volte si incupisce, in una densità varia di umori e negli scatti di un’intelligenza sempre agli antipodi dell’ovvio”, a Fabriano, nelle Marche, alla prima edizione di Poiesis, il Festival dedicato alla poesia curato da Francesca Merloni.

Il video dell’intervista

Intervista di Luigia Sorrentino

Ci siamo conosciuti nel luglio del 1986 a Ortona, a un incontro collettivo di poesia e d’arte organizzato da Cecilia Casorati, Giovanni Iovane, Renato Minore e Francesca Pansa. Vi parteciparono alcuni tra i più importanti poeti e artisti visivi contemporanei: tra i poeti, ricordo, oltre te e Dario Bellezza, c’erano anche Milo De Angelis, Amelia Rosselli, Giuseppe Conte, Anna Cascella, Valerio Magrelli, Elio Pecora e Patrizia Valduga. Tra gli artisti visivi italiani, ricordo anche, Enzo Cucchi, Nino Longobardi e Mario Schifano. Io arrivai a Ortona invitata da un giovane poeta, Marco Tornar.

In quella occasione lessi sul programma della manifestazione intitolata ‘Lo specchio di Nausicaa’, per la prima volta, una tua poesia: ‘Crimini’. “Se gli assassini del sentimento/avessero la mira infallibile/gli amanti sorpresi patirebbero/anche nell’aldilà un/perpetuo e inconoscibile affanno;/ma essendo errato il puntamento,/i colpi destinati al cuore/deviano in fortuita traettoria/colpendo l’elevato osservatorio della testa./Lì i proiettili producono dei fori/non dissimili da piccoli oblò/attraverso cui penetra la luce,/sorella al lume della ragione:/che diffonde ponderati dubbi/e dirada i fumi della passione.”

Ecco, ad Ortona incontrai la tua poesia, dall’ironia tagliente. Tu, però, avevi già pubblicato diversi libri di poesie: Area di rigore (1974), Ricreazione (1979), Pagine di gloria, (1983) e il romanzo, Tana per tutti (1983).

E’ vero. Il nostro primo incontro è stato a quella lettura di poesie, a Ortona. Eravamo io, tu e Milo De Angelis. Lì nacque, anche, dall’antipatia che avevo per De Angelis, (eravamo antitetici e antipatici reciprocamente), un sentimento di amicizia tra me e De Angelis. Tu eri una specie di donna della poesia. Donna esaltata dalla poesia. Pensavo che tu potessi diventare una specie di vestale della mia casa.

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Le storie marginali di Alessandro Moscè

Con “Stanze all’aperto” (Moretti e Vitali, 2008) lo sguardo di Alessandro Moscè torna a soffermarsi sui Luoghi in cui il poeta vive: il mare di Ancona e la collina marchigiana.

Con una parola piana, innamorata, Moscè fissa storie marginali e domestiche in cui si immerge totalmente. Il vissuto diviene il centro dell’opera rimarcando la distanza del poeta da ogni ideologia.

Nell’introduzione alla raccolta Alberto Bertoni aggiunge il nome di Moscè al gruppo dei poeti marchigiani d’eccellenza: Piersanti e Scarabicchi, D’Elia e De Signoribus, Garufi e Gezzi, “sostenuti dalla viva intelligenza critica di Massimo Raffaeli”.

Intervista di Luigia Sorrentino 

Lei è molto giovane, ma il suo nome viene già affiancato al gruppo dei poeti marchigiani più importanti. Credo che questo ‘essere a fianco’ derivi da una comune formazione poetica?
Senz’altro. Mi sono formato incarnando idealmente il concetto di residenzialità coniato da Franco Scataglini, il grande anconetano morto prematuramente nel 1994. Che senso ha vivere qui e non altrove? Scataglini alludeva a Kant e alla sua Könisgberg prefigurante. Questa domanda me la sono sempre posta anch’io, sin dagli anni dell’adolescenza. La conoscenza di Umberto Piersanti e Massimo Raffaeli, in particolare, un poeta e un critico notevoli della mia terra, le Marche, ha accentuato la “sonda” della scrittura ambientata nei luoghi della nascita e della crescita fisica e spirituale.

Perché le sue poesie raccontano storie dai ‘margini’?
E’ un’intuizione che condivido la sua, in effetti, perché marginali sono i personaggi dei miei libri: i nonni che non ci sono più e che vivono in un ricordo “terso come l’aria”, i giovani che passeggiano nel tardo pomeriggio, la donna della porta accanto, il vecchio della casa di riposo. Penso che la vita provinciale e marginale sia il vero motore della mia scrittura, come il dialogo immaginario tra i vivi e i morti. Ma a volte il margine diventa centro e il centro periferia. Ce lo ha dimostrato il più grande antropologo vivente, Marc Augé. Ecco allora che l’universalità di luoghi e figure si trasforma in simboli perfino storici.

Qual è il simbolo della sua ispirazione poetica?
Ho in parte risposto. Luoghi e ambienti domestici, piazze e sentimenti lontani. Credo che in fondo il mio scenario sia fortemente esistenziale e un po’ neo-crepuscolare. Il giardino comunale, per esempio, è un luogo riflessivo, mai contemplativo o naturalistico. Il correlativo oggettivo è tra il sentire e lo spazio dell’autunno, del buio, della sensitività di ombre e immagini riflesse, per questo immaginifiche, oltre che concrete.

Qual è la differenza tra poesia e linguaggio?
La poesia è l’altro linguaggio, l’anti-comunicazione, una parola anacronistica. Il linguaggio comunica, la poesia nomina, fissa il tempo, la memoria. Quello che non è esprimibile con un linguaggio ridotto in pillole, retorico e sintetico, sbrigativo, svela, di converso, il mondo nascosto e taciuto della poesia, che può essere rappresentato anche attraverso i gesti.

Come definirebbe la sua poesia?
Mi definirei un poeta lirico lungo la linea della tradizione italiana, quella che nasce dalla poesia ‘onesta’ di Umberto Saba.

I poeti ‘amati’, quelli che maggiormente hanno influito su di lei, quali sono?
Li nomino affastellandoli, ma sono stati la mia guida, consapevolmente: Leopardi, Saba, Caproni, Betocchi, Penna, Gatto, Pasolini, Volponi, Luzi, Bertolucci. Fino ai poeti d’oggi, con i quali anche attraverso il dialogo personale, ho appreso molto.

Perché si scrivono poesie al giorno d’oggi?
Le ragioni possono essere molteplici: io sono sempre stato ossessionato dalla morte, probabilmente per una rielaborazione del lutto, paradossalmente, dove aver superato una grave malattia infantile. Il poeta lotta per rimanere, e il tempo con la nascita e la morte, è il destino che si insegue. Ma si scrive anche per altre ragioni: per esempio per una tensione di tipo erotico. Lo diceva Moravia, e credo avesse ragione.

 

 ‘Diario di mare’

….

Ad Ancona spunta lattiginosa

la mattina dei viaggiatori,

le navi fremono

nello scintillio del porto.

Marocchini e algerini rimangono inerti

come foglie secche

nel bar davanti alla banchina.

Qualche traffico illecito

lo vedi dagli sguardi torvi,

te ne accorgi come con gli amori

degli adulti in vacanza:

nascono e non si dicono,

sono di passaggio nelle vie del mare.

 (da ‘Stanze all’aperto’ di Alessandro Moscè)

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Jeanne d’Arc e il suo doppio

‘Jeanne d’Arc e il suo doppio’ (Guanda, 2008) è il titolo che Maurizio Cucchi ha scelto per il riadattamento de ‘La luce del distacco’ (Crocetti 1990), un testo teatrale scritto nel 1989 per l’attrice Jolanda Cappi, che lo portò in scena con il titolo ‘Nel tempo che non è più e che non è ancora’.

Al centro dell’opera di Cucchi vi è la figura di una donna reclusa che vive un processo di identificazione con Giovanna d’Arco. “La mistica che sentiva le voci – come spiega Fabrizio Fantoni nella sua recensione pubblicata da La Poesia e lo Spirito – diventa, nei versi di Cucchi, una voce che sgorga dall’inconscio, che viene a confortare e a lenire le sofferenze della protagonista, una voce assimilata all’urlo della mandragora, la radice a forma d’uomo dalle proprietà anestetiche che “getta un grido che sembra quasi umano quando la estirpi’.”

Nel monologo teatrale in versi, scritto per voce recitante, Cucchi ci porta dentro la storia di una donna che ha una voce piana, realistica, a volte anche delirante. Una donna laica, non una Santa, che decide attraverso un complesso processo di identificazione, di riscattare la dignità degli umili.

Accanto a Jeanne l’autore inserisce l’orribile figura di Gilles de Rais – prototipo di Barbablu – il cavaliere, nobile e criminale, luogotenente di Giovanna d’Arco nella guerra di liberazione di Orléans, ma anche assassino di bambini: “La sua non era un’anima / insanguinata, ma un gorgo nero / una vertigine assoluta, un’ossessione […] Le cavità, le larve e le serpi, / i grandi coperchi dell’incubo… / Era l’orrore fiabesco che costella / l’infanzia”, che diviene nell’opera di Cucchi il prototipo del male. Gilles de Rais è l’abisso, l’abiezione, l’ipogeo dell’anima che si contrappone alla luce abbagliante e totale di Giovanna d’Arco.

Cucchi, raccontando il martirio di Giovanna d’Arco (che il poeta immagina con il volto di Reneé Falconetti dello storico film di Dreyer), comprende anche, che non vi è nessuna coincidenza tra l’eroismo di Jeanne e la triste condizione della donna che è parte di un destino che non si afferma: “Questa luminosa demenza verticale / non è che un anno,/ una lama./ Un’idea, è stata. Tu non sei storia”.

Nei versi che chiudono il poemetto, la vicenda di Jeanne si distacca definitivamente da quella della donna, e, in tale distacco, dice il poeta, ‘è totale/la luce.’ (Luigia Sorrentino)

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Un sms con una poesia per salvare la Foresta Amazzonica

“Un sms per salvare la Foresta Amazzonica con una poesia”. E’ il titolo del concorso indetto dall’Accademia mondiale della poesia, organizzazione costituita a Verona nel 2001 da una cinquantina di poeti provenienti da tutto il mondo, fra cui i Premi Nobel per la letteratura Wole Soyinka, Seamus Heaney, Derek Walcott e Gao Xingjian e che ha, tra i soci fondatori, il grande poeta Mario Luzi.

Il concorso realizzato in collaborazione con Vodafone, Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura), Accademia Kronos Onlus (promotrice del Premio internazionale “Un Bosco per Kyoto”) e Tam Airlines ha preso il via lo scorso 1° febbraio e fino al 10 marzo consentirà ai partecipanti d’ inviare una poesia dedicata alla Foresta Amazzonica, al numero 3404399777 della lunghezza massima di 800 caratteri.

Il primo classificato vincerà un viaggio in Brasile, in collaborazione con il Servizio Forestale Brasiliano, la Fao e Tam Airlines. Tutte le poesie verranno pubblicate sul sito dedicato.

Fra i membri della Giuria, due candidati per il Premio Nobel della Letteratura, la poetessa brasiliana Marcia Theophilo e il poeta italiano Andrea Zanzotto; il giornalista Osvaldo Bevilacqua; Alberto Del Lungo, della Fao.

L’iniziativa, è inserita nell’ambito delle celebrazioni della Giornata Mondiale della Poesia proclamata dall’Unesco: “Alla scoperta della poesia brasiliana dalle origini ai giorni nostri” che l’Accademia organizzerà il 21 marzo a Verona e il 23 marzo a Roma.

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