Fabio Pusterla, “Variazioni sulla cenere”

Cenere o terra: mite
alto fusto di platano
si staglia sul cemento che rinserra.

L’hai seguito come guardandoti allo specchio:
fuga di verdi, un’ombra di cinigia,
poi giallo cupo, nudo ramo e secco.

Ora piccoli bozzoli puntuti
splendono quasi neri sopra il grigio.
Stelle di cenere, o terra. Giorni muti.

*
Cenere o terra? Luce, semplicemente,
trama di luce che si arresta per un attimo
nell’onda dei capelli traversati dal vento.

In controsole, nell’ultima
sferza del giorno, mentre non distanti
pecore trotterellano nei prati, sottomesse
alla legge dell’erba e dell’ora,
verso la sera che cala, il sonno dolce, la vita
che continua. Come nei tuoi capelli,
anche in loro la luce si accende
e si attenua e perdura.

Sul pensiero rimangono detriti,
tracce sparse che hanno il colore
di cenere persa, di calore
depositato sulla terra. Ora possiamo
ritornare lentamente verso casa. Lo sterro
si modella in collina, i nostri nomi
sono stati scolpiti sul legno,
un cammino si è compiuto.

La strada che prosegue fa un po’ meno paura.

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Daniela Andreis, “L’ottavo giorno della settimana”

Daniela Andreis

Scheda nulla il tuo volto che sfuma,
un dolore da soma
fuso con la schiena, fatto carne
nella carne, figlio che cambia la scapola
cambia il passo, la zoppìa
che precede il freddo
un antico segno, un proverbio per il maltempo;
così, il tuo mancare all’orecchio
al collo
alla bocca
chiama l’autunno nella foglia;
svestendomi ne ritrovo una
la raccolgo,
anche per oggi ti ripongo
non mi oppongo a questa sintesi,
alla sbilancia di istanti distanti. Continua a leggere

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Prima Edizione del Premio Letterario Camaiore intitolato all’ideatore del Premio, Francesco Belluomini arrivato quest’anno alla XXX edizione

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Katherine Mansfield, tutti i racconti


Agli inizi del secolo una giovanissima neozelandese, Katherine Mansfield, ancora un po’ sperduta in Inghilterra, e provvista solo di «quel tragico ottimismo che troppo spesso è l’unica ricchezza della gioventù» cominciò a scrivere storie comuni di donne (e di uomini) comuni – continuando febbrilmente sino alla morte, che l’avrebbe raggiunta, trentaquattrenne, nel 1923.

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Samuel Beckett, l’epistolario 1929-1940

IN COPERTINA
Ritratto di Samuel Beckett (1920 ca).
GETTY IMAGES/HULTON ARCHIVE

RISVOLTO

Samuel Beckett è stato a lungo conosciuto, e venerato, anche per la sua aura, dovuta all’aspetto fisico, all’inaccessibilità e al singolare dono per cui certe sue battute – scritte o recitate che fossero – entravano subito nella leggenda e nell’uso quotidiano. Ma soprattutto colpiva, intorno a lui, una zona di silenzio, che era in primo luogo una cifra stilistica. Così, di fronte alle sue lettere straripanti torna in mente il celeberrimo slogan inventato dai produttori di Ninotchka per la Garbo: Beckett parla! Sì, perché nelle sue lettere Beckett parla, moltissimo, e di tutto: del suo primo datore di lavoro, «Mr Joyce»; delle regioni più impervie della psiche, che esplorava con l’aiuto di Wilfred Bion; delle numerose lingue che abitava, e da cui spesso si sentiva posseduto; Continua a leggere

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