Sylvie Fabre G., da “L’infinito approssimarsi”

Sylvie Fabre G.

 

ESTRATTI 

Nous ne sommes personne, un nom
pourtant nous est donné.

Contre lui, ange profond, inavoué
nous nous serrons.
Il y a une origine, infime
nom et corps se rejoignent
déroulent leurs arcanes
extase, plainte ardente
que révèle le poème.

Ton nom touche ta blessure.

 

Non siamo nessuno, eppure
un nome ci è dato.

Contro di lui, angelo profondo,
inconfessato, ci stringiamo.
C’è un’origine, infima
dove nome e corpo si riuniscono
spiegano i loro arcani
estasi, lamento ardente
che rivela la poesia.

Il tuo nome tocca la tua ferita.   Continua a leggere

Sylvie Fabre, “La casa senza vetri”

Traduzione di Fabio Scotto

Poesie da “La Maison sans vitres” di Sylvie Fabre  (tratta da “La Casa senza vetri”, in uscita in Francia a marzo 2018).

La disperata passione di essere al mondo

Le ceneri di Gramsci,
Dal Diario e altre poesie
di Pier Paolo Pasolini,
La Storia di Elsa Morante

 

La tua poesia è quella che canta questa disperata passione
di essere nel mondo dopo aver guardato in faccia il sole,
radioso, accecante, incendiario, e se essa non disconosce
la forza primitiva dei raggi, né la loro luce, né il loro calore,
nemmeno nasconde le fredde ceneri che ne restano,
disperse alle nozze del tempo votato all’assoluta felicità
e all’assoluta miseria che aggroviglia la vita nella morte.
Non hai sempre saputo che dal fondo della storia
fino all’intimo dell’umano ha luogo una lotta
perché la vita sia la vita nella sua grazia, le sue sconfitte e
il suo inalienabile mistero? Liberamente inscritto nella tua voce,
tu l’hai condotto spingendo le porte mitiche della lingua
per abbandonarti al tuo destino rosso di poeta, ed è maturato
nella gloria nella vergogna e nella persecuzione, esigendo da te la verità.

La tua poesia è quella che tenta di tracciare la strada d’amore,
come di dolore in questo mondo in cui inspira e soffia
e soffoca la parola dei poeti, questi iniziati dalla testa d’angelo ardente.
Ed esser nato a Bologna, città medievale d’argilla e sangue,
piuttosto che a Newak, a Roma o a Charleville, avervi portato a spasso
il tuo cuore nottambulo d’adolescente sotto le torri e
le arcate della sua antica università non cambia nulla.
Presto abbandonato all’inebriante sensualità dei corpi, alla rabbia
che cova sotto la brace la tua coscienza eretica, tu hai scritto
l’ossessiva giovinezza dei desideri, un canto fisico, e
spirituale, poiché perseguita anche la colpa intima e collettiva
con quella follia di chi rifiuta non la povertà innocente
o la violenta allegria del vivente ma l’aria viziata dell’oltraggio
e della corruzione che nega l’essere, che umilia le sue speranze.

La tua poesia è quella che ritorna alla sostanza stessa
del reale per far scoppiare il riccio pungente della realtà
e rivelarci il gratuito gheriglio della bellezza,
gustato fin dall’infanzia nell’incanto dei cieli nei quali
l’incessante balletto delle rondini urlava nella sua pura gioia
la certezza della separazione, l’effimera abitazione della terra
che risuonava da mane a sera di richiami, di lamenti e preghiere,
e in primo luogo quelli della madre e dei suoi figli a Casarsa,
talora imperlati di dolcezza, talora d’acuti laceranti,
come li avranno poi a Roma la tua voce e quella della Morante,
e senza ingenuità, poiché il crimine dei fascisti, l’irrealtà del comunismo,
piaghe che scavano a sangue la tua lingua di un padre e di un nome,
Guido, che ha lasciato le persiane chiuse su tante immagini orrende,
sul tuo volto a venire, e allora che può il canto dell’usignolo?

La tua poesia è quella che serba il canto originale dell’usignolo
e quello del grillo amaro, tutte le tonalità opposte della vita,
nuda, perduta, non perduta, radiosa, in lacrime, gloria dell’infanzia
e tomba di un tempo prima durante e dopo la guerra,
quando il ventesimo secolo alla ricerca d’altre assonanze,
dimentica che l’uomo non finisce mai di distruggere ciò che ha creato,
e che perfino se ritrova il linguaggio dei suoi antenati,
rifà i loro gesti e parla il loro dialetto, ne smarrisce il senso,
più non sapendo a che servano i campi e le voci friulane,
le verdi rive del Po o il mar latino, il cielo d’argento
sopra ogni città e villaggio dell’umile Italia
dove passa la Storia facendo di lui un vinto, e così barbaro
da gridare con te: io non voglio esser uomo!
Specchio della tua vita innocente e peccatrice, tragica e sacra,
riflesso ed unica eco della vita che tutti facciamo,

la tua poesia è quella che pronuncia voti per le vittime,
Maria di Casarsa, fratello crucifisso, popolino diseredato
delle borgate, delle bidonville, dei grandi nuclei urbani,
delle zone nelle quali in La Storia, bambini, rifugiati, prostitute, ragazzi
dalla lingua mozza, dallo spirito immaturo accettano l’esperienza
semplice e crudele della realtà del mondo e la vivono con il loro corpo
così pieno di vitalità nell’alienazione, nell’ebbrezza o nella rovina,
con il cuore straziato, così intero nell’amore o nell’odio.
La tua poesia è quella che sposa il caos e la serena pietà,
accendendo i lumi poetici nel cinismo del giorno,
nell’ingenua speranza dei crepuscoli, nella visita delle notti
che annunciano l’alba fiduciosa di Useppe o tenebrosa della tua morte.
E come la sua inquieta malinconia potrebbe non essere anche la nostra
di fronte a tante vite offese, a tanti sogni ingiustificati?

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