Parliamo di… “Vanità della mente”

 “Vanità della mente” di Gian Mario Villalta, Mondadori 2011

a cura di Luigia Sorrentino

Scelgo le prime sei poesie tratte da Vanità della mente appena uscito con Mondadori nella collana dello Specchio (ero 14,00) per introdurre, per la prima volta in questo blog, Parliamo di Vanità della mente” di Gian Mario Villalta.

Il libro si presenta suddiviso in quindici sezioni, L’invaso, (qui sotto interamente riportata), Notte di San Nicolò, Kindergarten, Nel buio degli alberi, In pensiero di casa, Revoltà, Atto unico, Ritorni istriani, Regione, Il rumore che non senti ancora, Festeggiamenti per il nuovo anno, Cronaca famosa, Mia colpa, Trailer, Migrazioni.

Mi piacerebbe leggerlo insieme a voi, lettori del blog, per conoscere le vostre impressioni su queste poesie che si presentano con una scrittura forte e composta, con scene di profonda realtà. Qui persino il buio rivela qualcosa, annuncia il segreto della poesia, nella notte di San Nicolò, che nel periodo più buio dell’anno, porta dono ai bambini.

Dalla quarta di copertina:

<<Il primo dato che emerge, e di evidente efficacia, nell’intero percorso di questo libro, è la vitalissima varietà di temi che lo compone. Gian Mario Villalta lavora su tracce di realtà legate all’esperienza e alla riflessione, racconta l’amore e osserva il paesaggio nel suo mutare, descrive la domestica gioia della festa ed esprime il dolore legato agli affetti. Tocca vertici di nitida asciuttezza lirica nelle splendide prose sui piccoli animali, dove circola un senso acuto di pietà, di fronte all’orrore e alla crudeltà di cui questi esseri sono vittime. Eppure, se varia, aperta è la materia di questo suo libro, Villalta riesce a mantenere, pagina dopo pagina, una sicura coerenza interna per almeno due ragioni. La prima è nella radice di verità in fondo comune a figure ed eventi che si avvicendano sulla scena: vale a dire la loro strenua, irrinunciabile (o ineluttabile), piena appartenenza alla terra, alla loro terra, e comunque, a una terra “inondata di cielo”. E a quella terra, in effetti, sembra appartenere anche quella lingua dialettale, quel dialetto veneto a cui Villalta torna in una sorta di corposo intermezzo proprio nel cuore della raccolta. Ma “Vanità della mente” è un libro unitario e coerente anche per una seconda ragione, e cioè per la felice medietà stilistica su cui si costruisce, per l’impeccabile decoro della pronuncia di un poeta che sa fare della sua affabile discrezione un carattere essenziale, pur nell’interna inquietudine che ne increspa la superficie.>>

Il dibattito è aperto.

L’INVASO
Odore di cenere bagnata e terra
fino a quando, entrando, ci assale
il dolce chimico dei miasmi.

Un posto ripudiato, come il resto:
alle tre è buio fuori, colore asfalto
gli alberi, il cielo, le mani unte e gelate

mostrano in alto, dove la copertura
è divelta, appiccicate alle travi
migliaia di api unte e gelate.

In sacchi neri, squarciati, abiti,
resti di scatolame, vetri. Cosa cerchiamo qui?

Con bastoni ammucchiamo aghi
di pino, marce schegge di rami
per camminare fino al dirupo,
prima di andarcene.

***

Rimane l’unto addosso, dappertutto,
con la nebbia che sale dagli impianti.
Dovevamo fermarci una notte per ritornare,
come se ci fosse qualche cosa da proteggere,
qualcuno che nel buio chiede dov’è.
Questa mattina ho scoperto una corona
di punture di spillo, sulla coscia, una lieve morsicatura
rosa e grande come una moneta.

***
Si poteva fare strage di animali selvatici
in quei giorni, mentre l’acqua saliva.
Ma le creature più lente, le bestiole della zolla
e degli alberi, restavano con le case
e le masserizie abbandonate dov’erano.
Anche Guerrino e la Bianca – si dice, aggiungendo
che è una leggenda – erano crature lente,
erano arredamento che non ci poteva stare
in un’altra casa, arnesi inutili altrove.

***

Entrò dalla penombra
con un vitello in braccio,
grondanti, anche l’animale, e più pallidi
dei muri, che per un istante abbiamo pensato
fosse venuto su dalla vecchia strada interrotta
che scende, opalescente, sotto l’acqua.
Ma eravamo noi i clandestini, nella stalla,
entrati per cercare riparo
e poi assuefatti al tepore, alla luce gialla dei neon.
Nella cucina fredda, dopo, non potendo rifiutare l’offerta
di un vino da poco, parlavamo troppo forte,
per non sentire le voci che sussurravano nella pioggia.

***

Durante il periodo delle feste,
nelle frasi che avevo iniziato a scrivere
per cancellare lo spazio,
quel bianco immenso dove mi svegliavo
subito dopo che l’angoscia
era già vigile,
restavano tracce di realtà
anche dove non si vedeva nulla di riconoscibile,
anche dove non c’era uno scarto di immagine
o residuo di colore per collocare un oggetto,
la parte nascosta di un paesaggio,
lo sconfinare del corpo dal pensiero.

***

L’ultimo inverno.
Ho trascorso giorni compiuti di solitudine
nell’albergo, aspettando la neve che seppellisse la diga,
le particelle di luce
vorticare, nel liquefarsi, catturare un colore.

Sarebbe stato possibile, nel biancore,
vedere attraverso la superficie
camminandoci sopra, come dal cielo
sovrastare la fissità,
quel silenzio che immaginavo più profondo del sonno.

Ma ora il ghiaccio è tanto spesso
ma si vedono solo ombre, ancora meno,
che ombre, masse pallide, o brune,
che non stanno ferme.

da Vanità della mente di Gian Mario Villalta

Gian Mario Villalta è nato a Visinale di Pasiano (Pordenone) nel 1959, è insegnante di liceo e direttore artistico della manifestazione letteraria pordenonelegge.it.

Ha pubblicato molti libri di poesia, tra i quali Altro che storie!, Vose de Vose / Voce di voci, L’erba in Tasca, Nel buio degli alberi. È inoltre autore di numerose monografie, come La costanza del vocativo. Lettura della “trilogia” di Andrea Zanzotto: Il Galateo in Bosco e La mimesis è finita.

Ha curato Andrea Zanzotto, Scritti sulla letteratura e, con Stefano Dal Bianco, Andrea Zanzotto. Le Poesie e prose scelte.

Due i suoi libri di narrativa: Un dolore riconoscente e, nel 2004, Tuo figlio.

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Commenti (8)

  1. Entrò dalla penombra
    con un vitello in braccio,
    ……..

    Villalta ha il dono, mi pare, di scolpire immagini vivide, sonore, olfattive, visive e collegarle sottilmente con una sfera astratta. Un dono o forse un’abilità conquistata. Il lettore non sa più se sta toccando un corpo fisico o, insieme, sognando e pensando in modo nuovo. In questo spazio si muovono slanci lirici acuti e penetranti. E’ poesia che a mio parere, svolge la sua funzione “alchemica”: trasforma il modo di percepire,immaginare, pensare,lasciando al lettore un nuovo strumento immaginale.

  2. Si, Filippo, nella sezione Kindergarten, ad esempio, Villalta raccoglie immagini che provengono dal mondo dell’infanzia.

    Immagini forti che da un lato restituiscono alla memoria collettiva un mondo arcaico, contadino, e dall’altro riportano la crudezza dei tempi in cui viviamo. Gli animali sono nominati con il diminutivo: coniglietto, porcellino, vitellino, gattino.. Alla fine, c’è anche il ‘fratellino’.

    E allora, questo ‘fratellino’ sposta l’attenzione e la percezione – nell’intera sezione che ha per titolo Kindergarten – del lettore su un piano diverso da quello descritto. Penso, ad esempio, ai fratelli uccisi in tempo di pace e di guerra e mai ‘riconosciuti’ fino in fondo. ‘Riconoscere chi?’ scrive Villalta, e aggiunge: ‘Non era lui, non era lì, non era altrove.”

  3. Non ho letto il libro di Villalta, ma le poesie qui riportate hanno suscitato in me la curiosità di leggerlo.
    Intanto l’impressione che ho avuto leggendo questi versi è quella che il lettore venga trasportato in atmosfere di fiaba, ma tutt’altro che tranquillizzanti, fatte invece di ombre e di cupe notti medievali, dove la strega cattiva di Hansel e Gretel o l’orco di Pollicino stanno in agguato dietro oggetti di apparente sicurezza o protezione. Pare che dopo il banchetto delle feste si affacci lo spettro di un’imminente carestia. E dov’è il “dirupo”? Forse il percorso dell’autore si muove nel cerchio dell’Alfa Omega, nella perenne ricerca di un inizio-fine.
    monica martinelli

  4. Monica, mi sembra che Villalta in questa prima sezione ‘L’invaso’ tratta da “Vanità della mente” evidenzi soprattutto un tipo di sguardo: al di fuori della scena-dentro la scena.

    Se leggi la quarta poesia, ad esempio, il poeta descrivendo l’ingresso di un uomo nella stalla con un vitello in braccio scrive: “Ma eravamo noi i clandestini… entrati per cercare riparo…”

    L’estraneo è chi osserva, non chi è osservato.

    Lo scenario, secondo me, è invece, molto realistico: è la memoria che parla al poeta, tra presente e passato.

  5. Sì Luigia, forse non mi sono espressa chiaramente, non intendevo dire che il poeta non risulta realistico, tutt’altro, le immagini che rappresenta sono molto descrittive e realistiche; e mi sembra che il suo sguardo osserva e trattegia tutto acutamente e sul filo della memoria. Quello che intendevo è l’effetto evocativo che ha prodotto su di me la lettura di questi testi.

  6. Monica, trovo molto interessante il tuo intervento. Mi piacerebbe approfondire con i lettori e con te ciò che traspare dai versi di Villalta, anche ad una prima lettura. La domanda che poni, ‘E dov’è il “dirupo”?’dove ci porta?

  7. Mi sembra che agisca un estraneamento dell’Io narrante. La plasticità delle immagini si fonde con l’aleatorietà dei punti di vista sulla scena che cambiano in modo implicito e spesso inespresso. E’ questo, forse, che crea spaesamento sognante.

  8. Si, Filippo, in questa prima sezione forse si ha l’effetto che descrivi. Nel libro però lo sguardo si allarga e non c’è più questa estraneità, il porsi fuori dalla scena.

    Senti questa poesia tratta dalla sezione ‘Revoltà’:

    Revoltà
    Dirò che l’è sta lu, el dialeto, che ‘l me se à
    revoltà, che me so revoltà, che so’ sta’ revoltà
    drento de come se parla
    ‘ncontro de come se parla
    dirò che s’ sta’ bandonà
    te ‘sto discorso qua
    te tuti i discorsi
    ‘ndo’ che me so’ trovà
    revoltà

    Rivoltato
    Dirò che è stato lui, il dialetto, che mi si è
    rivoltato, mi sono rivoltato, sono stato rivoltato
    dentro di come si parla
    dirò che sono stato abbandonato
    in questo discorso qua
    in tutti i discorsi
    dove mi sono trovato
    rivoltato

    Questa poesia introduce un mondo straordinario, ‘il mondo dei semplici’, direi in poche parole. Ma naturalmente non basta…
    Ma di fronte a quale dialetto ci troviamo? Trevigiano rustico o friuliano?

    ‘La morte del mondo dei dialetti non ha causato la morte dei dialetti’, spiega Villalta, ‘ma la loro migrazione in un altro mondo dove, come tutti i migranti, hanno conservato quanto potevano e quanto potevano hanno perso della loro provenienza.’

    Questa parte del libro è di un’intensità fortissima.

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