Stefania Portaccio, ‘La mattina dopo’

Nello scaffale, ‘La mattina dopo’ di Stefania Portaccio
a cura di Luigia Sorrentino

Mi ha molto colpita questo nuovo libro di poesie di Stefania Portaccio, pubblicato nel 2011 con Passigli,  La mattina dopo.
Intanto, per il titolo, molto forte, definitivo, ma anche aperto: qualcosa è già accaduto, la notte è passata. E’ mattina. 
Sette le sezioni e i titoli,  (Aperta a stella, Brodskij di notte, In morte, Onora la madre,  Salvo tutto, Cosa abbiamo fatto) che guidano il lettore “in uno spazio letterario” e a due elementi, il concavo e il convesso, che indicano, con forza e precisione di forma, come vivere la propria vita. L’ambizione del libro, è che, da una parte si soffre – accostandosi alle sezioni che attengono al dolore – ma dall’altra , no, perché dalla lettura si esce ritemprati. I versi delle poesie qui raccolte infatti, imprimono una grande forza, e offrono una riflessione possibile sul come vivere la vita, nel suo presentarsi, concavo e convesso, appunto.

Intervista a Stefania Portaccio “La mattina dopo” Passigli, 2011 (14,00 euro)
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Da quale ‘condizione’ deve partire il lettore che vuole leggere questo libro?
“Purtroppo la condizione del lettore sfugge al controllo, ma proporrei la condizione della fatica.
Per la mia poesia e per qualunque testo che si proponga come indagine, occorre che il lettore ripercorra l’indagine, la faccia sua, si faccia interrogare. Questo comporta uno sforzo, un utilizzo di energia, una concentrazione. Come lettrice più ancora che come scrittrice penso che o la lettura è attiva o è in perdita, perché non consolerà, ci lascerà più vuoti di prima. E noi vogliamo essere consolati, non distratti. Perché ci sia mattina, il suo alone speranzoso, non dobbiamo distrarci.”

Il libro è una dichiarazione di poetica. “Aperta a stella”, la prima sezione, anticipa nella lettera alla badessa qualcosa che leggeremo nelle sezioni successive. Che cosa annuncia la lettera? Perché hai scelto di rivolgerti proprio alla badessa? Cosa rappresenta per te?
“Il desiderio di essere riconosciuti da una figura autorevole, genitoriale, tutoriale. Che (mi, ci ) sia dato il permesso di essere quello che siamo, o meglio, di cercarlo, fuori dall’appiattimento dei ruoli. Lì ci sono due donne, ma vale per tutti, credo.”
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Perché nella lettera dici che il concavo guarisce il convesso e il convesso nutre il concavo?
“Si, capire senza sentire porta a espungere quello che non capiamo, sentire senza capire ci lascia in balìa del potere, qualunque potere. Più che mai in balìa, per meglio dire.”
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Però poi, a conclusione della sezione dici “Certo ostico è farsi convesso”… non è difficile, ma ‘ostico’..
“Infatti, ostico, non difficile: una cosa difficile a furia di farla può darsi che lo sia meno, una cosa ostica lo è per sua natura e così resta. Dico che è una ginnastica dura passare da una posizione all’altra, accogliere e dar forma, farsi incidere e forgiare. Dura ma ci tocca, se abbiamo a cuore la pienezza dell’esistenza. Che per sua natura comprende una quota di desolante vuoto.”
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In tutta la raccolta usi una lingua che distribuisce sonorità, femminile, gioco… come definiresti la tua scrittura?
“Non sono capace di definirla. All’inizio (parlo degli anni ottanta) cantavo di più, ero stregata dall’endecasillabo. Ora cerco di evitare il suono facile, ma mi piace, mi occorre direi, che il fendente fonico ci sia. Anche la scelta lessicale si è fatta meno “poetica”, ma parto sempre dall’innamoramento per le parole, dal piacere barocco di girarmele in bocca. Quanto al gioco, cerco di non giocare, ma mi costa.”
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“Brodskij di notte.” E’ anche questa una totale adesione alla poesia, alla grande poesia del Novecento. Perché Brodskij e perché di notte?
“Quella sezione di cinque poesie racconta ciò che accade, che può accadere, quando si legge. Parlo di quella lettura coinvolta, attiva di cui sopra. Succede che si trovi rifugio, come nel testo Per conto mio, succede come in Metamorfosi che si abbia accesso a un mondo più ricco, ad una qualità da cui attingere forza per il giorno dopo. Perciò “di notte”. Brodskij perché leggerlo mi sveglia la lingua e il pensiero, mi richiama al compito.”
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“In morte” racconta della morte di una persona cara con la levità che sanno avere le parole della vita: “Niente fa male quanto te che vai”. La sezione contiene una pagina vuota…
“Quella pagina è uno iato prima dell’ultima poesia della sezione, che è diversa dalle altre perché non c’è più l’interlocutore, c’è invece il lamento per quest’assenza. Lo iato, affinché si senta il silenzio con cui si ha a che fare immediatamente dopo, quando si è parlato per tanto tempo, fitto fitto, in fretta, con qualcuno che ancora c’è ma già non c’è. E’ un’ansia che smangia e dopo c’è un silenzio vuoto.”
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“Onora la madre” – non Onora il padre e la madre – . Perché questo comandamento rivolto esclusivamente alla madre?
“E’ così chiaro per me eppure è difficile da dire. Il motivo si lega al motore che genera l’ultima sezione, “Lo so non avresti voluto”, cioè la ferita molto profonda del non amore. Onoro l’amore di mia madre per me, il senso di protezione e felicità che ne è venuto. Non posso onorare il padre, non ne ho motivo, e questo non poter ottemperare al comandamento è una disgrazia e una vera pena.”
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“Salvo tutto” è l’immersione nella vita erotica: siamo maestri/ e elementari/ e allievi/ irresistibili …
Si, l’eros come luogo dove ci spogliamo davvero, quando succede, e vengono alla luce bisogni elementari, nel senso di fondamentali, e una sapienza di cui non sapevamo ma di cui non si può fare tesoro. Un luogo misterioso, dove si è al contempo infantili e onniscienti, neonati e madri, maestri e allievi. Un luogo irresistibile, ma anche angusto, difficilmente praticabile. Cerco di dire di questa bellezza e di questa fatica.

“Cosa abbiamo fatto” è la sezione finale sulla tua poesia. Che riflessione fai alla fine del libro?
Questa sezione vuole essere in realtà una riflessione sul male, e sul malessere. Occidentale. Anche se il più delle volte, ma non nei testi nelle mie intenzioni cruciali, uso la prima persona, intendo dire di un generale stare al mondo dimidiato, assediato, spaventato. Non propongo niente, dico che manca il “noi”, l’unione intorno ad un progetto luminoso, ma non propongo niente. Evidentemente non è un’operazione riuscita, nessuno capisce bene questa sezione.
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“Lo so non avresti voluto” …. Ti rivolgi a un ‘tu’ ma in realtà è un ‘io’ quel tu: ci si accontenta. Di cosa?
“Il titolo vuole essere ironico: la solita scusa, non avresti voluto però l’hai fatto, ed eccoci a guardare le conseguenze. Ce l’ho con la mollezza, con l’autoindulgenza, con il crogiolarsi nelle proprie nevrosi. E’ la sezione del male personale. C’è anche però, nelle ultime due poesie della sezione, la presa in carico di questo, e l’omaggio al frutto di una battaglia per il cambiamento,.
Nell’ultima c’è la risposta alla tua domanda: ci si deve accontentare, non per rassegnazione ma per giusta valutazione ed economia delle energie. Si rinuncia, strategicamente, a combattere battaglie di retroguardia per impegnare le forze dove più conta. Non c’è bisogno di bruciare la casa, in altre parole, basta andarsene, volgere lo sguardo altrove, voltare le spalle. Mutare angolo visuale, magari solo di un grado, è la battaglia da combattere. Vincerla basta già ad avere di fronte un altro paesaggio e un altro tempo. La mattina dopo, appunto.”
di Luigia Sorrentino

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Commenti (2)

  1. Presentazione molto stimolante, genera curiosità. Il concetto del concavo (che prende?) e del convesso (che dona?) nella vita, mi è nuovo, e chiaro. I temi delle diverse sezioni del libro sono interessanti. Una sola cosa: avrei gradito qualche testo di…assaggio.

  2. Caro D’Amiano,
    ma lei vuole proprio tutto!
    Può comprare il libro… farà piacere all’autrice!
    Grazie del suo intervento
    Luigia Sorrentino

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