Franco Buffoni, “Poesie 1975-2012”

Anticipazione editoriale: Franco Buffoni
a cura di Luigia Sorrentino

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Nei prossimi giorni sarà in libreria l’Oscar Mondadori di uno dei più importanti poeti italiani, Franco Buffoni Poesie 1975-2012. Un’anticipazione critica di Massimo Gezzi su “Guerra” di Franco Buffoni contenuta nell’Oscar Mondadori.

La poesia di Franco Buffoni
di Massimo Gezzi

Quel che risulta da un «libro totalmente antielegiaco» (1) come questo [Guerra] è un «catechismo laico, amaro e corrosivo», (2) percorso da un leitmotiv che riemerge spesso, a partire dagli antifrastici versi del testo d’apertura: «Se il mondo è stato creato / Per l’uomo e le sue esigenze / Dio alla fine dei tempi / Premierà le vittime della storia». L’assunto, come spiega un passaggio di Più luce, padre, va rovesciato: «se il mondo non è stato creato per l’uomo e le sue esigenze, allora tocca solo a noi uomini fare sì che non ci siano più vittime della storia…». (3) Questo imperativo etico, questa celaniana volontà di «”porsi a fianco” di chi vuole trovare ragioni per resistere continuando a sentirsi dentro l’umanità», (4) si scontra però con la leopardiana volontà di non detrarre nulla al vero, (5) che obbliga l’autore a rielaborare «il topos della riflessione arendtiana» (6) sulla banalità del male e a dipingere uno spietato ritratto della natura, oltre che della storia. Il libro esprime infatti una visione antiantropocentrica e leopardiana del cosmo: gli uomini vi appaiono vittime di impietose belve umane, come gli scout massacrati dai nazisti e uncinati «come le alborelle», in un continuo accostamento tra umano e animale che Buffoni aveva rilevato, in sede critica, nelle poesie di Rosenberg e in quelle di Burns, (7) finché nell’ultima sezione uomini e animali vengono parificati per la comune «radice […] zoologica» del male che li sostanzia. Dinanzi a tutto ciò, il compito di resistere e opporsi al male, rinegoziando un’etica antifinalistica e senza dio, si fa tanto necessario quanto problematico, dal momento che Buffoni sa che persino l’«esercizio del ricordo» è destinato a scontrarsi con l’esauribilità della memoria storica, «Perché tutto prima o poi diventa musical / Carta da gioco figurina, / Hitler e il Feroce Saladino / Dracula l’impalatore / E senza più coscienza di dolore». Nella sua endemica oscillazione fra il celaniano «porsi a fianco» e il «céliniano “chiamarsi fuori” a osservare dall’esterno l’avventura delle specie sapiens sapiens», (8) Guerra è dunque un libro complesso da cui non si ricavano messaggi rassicuranti. L’unica figura esemplare, poiché antinomica alla legge dell’orgoglio che alimenta la catena millenaria della violenza, è allora quella del disertore «Nascosto tra i cespugli / […] Per fermare la storia», celebrato dal poeta sulla scorta di Una nobile follia, romanzo «antiborghese e antimilitarista» di Tarchetti. (9) Con un dettato essenziale che spesso sembra «preda di un essiccamento, un’ossificazione […] che potrebbe a tratti spingere a parlare, persino, di espressionismo», (10) Buffoni risillaba un vocabolario della guerra lontanissimo da quello ufficiale, (11) dove la «caparbietà onomastica» (12) si accompagna a «una sobrietà che si rifiuta di abbellire […] l’orrore», (13) anche e soprattutto quando esso ci metta di fronte alla capacità – eminentemente umana – di disumanizzare (14) l’altro, la vittima, il diverso.

Note
1) A. Casadei, recensione a Gu, in «Stilos», VIII , 5, 28 febbraio-13 marzo 2006, p. 9.
2) A. Baldacci, La poesia di Buffoni da “Theios” a “Guerra”, cit., p. 164.
3) F.B., Più luce, padre, cit., p. 125.
4) Gu, p. 197 (nota).
5) A Leopardi è indirizzata una lettera contenuta in Più luce, padre (pp. 119-22), nonché diverse poesie che confluiranno nella sezione di RO intitolata In quell’angusto regno del silenzio.
6) F. Zinelli, recensione a Gu, in «Semicerchio», XXXIV, 2006/1, pp. 73-74.
7) «Con Rosenberg per la seconda volta nella poesia di lingua inglese (e la prima fu con Robert Burns […]) il piccolo animale repellente (topo, pidocchio) diviene oggetto di pura poesia» (F.B., Mid Atlantic, cit., p. 29).
8) Gu, p. 197 (nota).
9) Cfr. F.B., Più luce, padre, cit., p. 34, e tutto il capitolo 4 (Renitenza – Camaraderie – Diserzione).
10) A. Cortellessa, Phantom, mirage, fosforo imperial. Guerre virtuali e guerre reali nell’ultima poesia italiana, in «Carte italiane», II serie, 2-3, 2007, pp. 105-51 (p. 137).
11) Sostiene l’autore in Più luce, padre, cit., p. 39, citando Schnitzler: «Il vocabolario della guerra è fatto dai diplomatici, dai militari e dai potenti: dovrebbe essere corretto dai reduci, dalle vedove, dagli orfani, dai medici e dai poeti».
12) F. Zinelli, recensione a Gu, cit., p. 74.
13) C. Di Franza, recensione a Lager (Edizioni d’if, Napoli 2004), i cui testi confluiscono in Gu, in «il verri», 34, maggio 2007, p. 152.
14) Cfr. questo passo di Più luce, padre, cit., p. 96: «C’è una riflessione illuminante di Agamben al riguardo: “L’umano è ciò che può essere infinitamente disumanizzato” […]. L’iconografia di Cristo deriso può esserne l’emblema».

Franco Buffoni

GUERRA

Se mangiano carne
Le tartarughine
Diventano cattive
Diventano carnivore,
Le vedi che scattano
Dal fondo del giardino
Se gliela metti lì
Sulla piastrella invece della
Fettina di banana
Della lattughina…

 

                         Di quando Lévi-Strauss disse a Sartre
                         che bisognava cominciare a studiare l’uomo
                         senza particolari privilegi.

In Patagonia i leoni marini
Due mesi all’anno stanno sulle spiagge,
Le leonesse partoriscono.
I leoni pesano circa quattrocento chili,
Le leonesse cento. Questo rende impossibile ogni lotta.
Pochi giorni dopo il parto cui assisto in differita,
Mentre ancora allatta, una leonessa
Viene concupita da un leone autre
– Non vi è appartenenza di femmina
Se non nell’atto –
E separata dal piccolo, che a sua volta diviene
Oggetto di attenzione di un altro leone.
Qui la scena si sdoppia sulla riva,
Da una parte la leonessa, trattenuta a forza
Dal primo dei leoni, dall’altra il piccolo
In balìa del secondo che lo sbatacchia come vuole.
A quell’età – commenta il giornalista –
E’ facile che un giovane leone
Scambi il piccolo per femmina.
Un paio d’ore dopo il piccolo è esanime.
Naturalmente il leone non voleva ucciderlo –
Se quella fosse stata la sua intenzione
Avrebbe potuto farlo in un secondo –
E’ stata solo inesperienza,
Il tributo che la specie paga alla sua crescita.
La madre intanto – liberata – recupera il cadaverino.
Anch’io ho visto gatti grossi mangiarsi dei neonati
Persino loro figli, e so che tra gli squali
Può avvenire che il più grosso
Divori il fratellino prima ancora del parto
In ventri matris.
Dal dì che nozze, tribunali ed are
Diero alle umane belve esser pietose
Di se stesse ed altrui…
Penso al bambino di sei mesi
Picchiato a morte a Torino
Dal padre ventitreenne
Perché piangeva, non lo lasciava dormire.
Penso a quella madre separata dai bambini
All’entrata nel campo,
Come avranno fatto a strapparglieli
Si chiedeva il fratello sopravissuto.
Credo così, basta un leone marino,
A conferma del fatto che una radice del male
E’ zoologica. Il male che accade
Al ratto di una certa tribù
Se introdotto nel territorio di un’altra
Tribù di ratti. Agghiacciante.

 

.

Dapprima si contentavano delle orecchie
Come prova di indio ucciso, gli estanceros
Per sborsare la taglia di una sterlina d’oro,
Ma da quando cominciarono a vedersi
Tra Rio Grande e Ishuaia
Indios Selknam senza orecchie,
Pretesero i testicoli.
Fu allora che si impose Alex MacLennan lo scozzese
Detto Chanco colorado, il porco rosso
Amico di Sam Islop
Il fabbricante di corregge in pelle indios
E del rumeno Julius Popper
Che in divisa asburgica compiva battute di caccia
All’uomo della Terra del Fuoco.

.
 

“Sono ostriche, comandante?”
Chiese guardando il cesto accanto al tavolo
Il giovane tenente,
“Venti chili di occhi di serbi,
Omaggio dei miei uomini”, rispose sorridendo
Il colonnello. Li teneva in ufficio
Accanto al tavolo. Strappati dai croati ai prigionieri.

Rammendi in cotone arancione
Sul panno rosso di lodève
Del tuo pantalone da divisa di fanteria
In bacheca al museo come
Esempio di uniforme confezionata
In panno locale. Particolarmente intenso
Il rammendo sul cavallo
Grossolano affrettato
Fatto da te lungo la cucitura
Prima della battaglia della Marna.
Lo spazio nel sottomarino
Dove il cuoco cucina for the boys
E’ due metri per due con quattro fiamme
E accanto al lavello del risciacquo
E sei cuccette. Una sull’altra
Uno e cinquanta in tutto.
Non dicono preghiera i ferri neri
Ma orizzontalità dei desideri
Impedimento a tentativi di pensiero
Per rimbalzo immediato
Dal missile puntato verso prua
A sessanta centimetri dai piedi.

.
I

Guerra morte fama vittoria
Finti coppi poggianti su tegole di gronda
A forma di testa femminile
Fissati con colature di piombo
Fatti nascere da cespi d’acanto…

 
II

Dalla torre scalare l’altana
Sui tre ordini di logge
Svastica nera la divisa
Lentamente scendendo,
La Loira sullo sfondo.
E i coristi divengono martiri trafitti
Senza più affreschi alle spalle.

 

III

Il grande hangar-caverna al Mas d’Azil
Ha luci fioche a rischiarare
Eliche di uncinati bimotori
Contro i graffiti rupestri:
Bisonti incornati e feriti
Muso a muso…

 
Così trasale la forma del monte
Il suo dentino aguzzo con la carie dentro
Caverna fucina dei metalli
Incisione solare litiche coppelle
Riusate come sedi per la cera fusa.
Non a caso il camoscio evita ormai
Di scivolare da un masso all’altro lì.
.

L’antinomia del mentitore

“Il figlio di Macalister prese un pesce, gli tagliò un quadratino di polpa dal fianco per farne esca al suo amo. Poi buttò il corpo mutilato, ancora vivo, nel mare”.

                                                      (V. Woolf, Al faro)

 
Ancora vivo il corpo mutilato nel mare
Lasciato senza ingiunzioni
Senza filologie
Come iniezioni di medici di Aquisgrana
Negli occhi di un bimbo vivo
Per prova di arianità;
Come un granello per la fessura
Nella carne a produrre
Dopo millenni la perla
Di pianto secreto;
Come la gabbia con l’esca
Calata nel lavatoio
Per affogare senza sporcare
L’animale che ruba il grano;
Come quei denti uniti
E quelle unghie uguali
Resi all’ideologia
Sui banchi di marmo;
Come la vipera di Zaccaria
Attorcigliata al bastoncino
Immersa a forza nella bottiglia
Dell’alcool puro;
Come le ustioni da sigaretta
E le fratture occasionali
Rese per mezzo di correzione
Dentro la storia vera a sei anni
Antinomia del mentitore
Che dice non vale la pena
Che dice che vale la pena.

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