Giovanni Tesio: “Blotto, uomo di sfide e dismisure”

Nello scaffale, Augusto Blotto
a cura di Luigia Sorrentino


Pubblico su questo blog una recensione scritta da Giovanni Tesio su un poeta torinese nato nel 1933 Augusto Blotto, definito “il poeta italiano più prolifero della sua generazione“. In realtà Blotto è quasi un caso letterario: troppo poco si è sentito di lui, ed è per questo che ne parliamo qui, leggendo la recensione scritta da Giovanni Tesio e alcuni testi di poesia dell’autore. Soltanto una domanda: perché tanto silenzio su questo autore?

La poesia attaccata alla sua cosa
di Giovanni Tesio

Di Blotto – è ormai un dato ripetuto – si sottolinea l’opera prodigiosamente numerosa, che una sola vita non basterebbe a interpretare. Ma di lui – non meno prodigiosa – andrebbe sottolineata la numerosità dei luoghi visti e attraversati.
La sua cifra profonda parrebbe essere quella di un uomo di sfide e dismisure. Una smisurata volontà di cogliere e di scoprire. La visività che diventa visionarietà. La località che si trasforma in universo. La scarsa incidenza che può venire da quella che Canetti chiamava la “commozione dei nomi”: più occasioni che stazioni, meno soste che passaggi (magari rinnovati).

Il linguaggio di Blotto – lo si dica pure – non è neologistico, ma di certo è fortemente espressivistico, e anche perennemente – costitutivamente – sperimentale. Eppure si sbaglierebbe a tradurre tutto ciò in una sorta di vizio auroreferenziale: né superfetazione né, tanto meno, virtuosismo simbolistico, astrazione.

La parola di Blotto è sempre attaccata alla sua cosa, che cerca di stringere in un morso insaziato, in un’insazievole cattura: scorza e polpa della vita che si congiungono in voce plurima e trasmutevole. Un giogo impossibile, un gioco infinito, uno scacco annunciato, ma anche uno sconfinato (e “sconfinario”) andare.

Sicché l’andare “sportivo” (ma dubito che certi termini fatui possano corrispondere a una pratica così seriamente corrisposta) non sarebbe poi altro che la versione dinamica del più studioso e sistematico andare in cerca della parola icastica, dell’immagine puntuale. La dromomania (so bene di dire qualcosa di generico) come la faccia più domestica di una esistenziale – divorante – mania di totalità.
Perché è poi questo che più conta nella poesia di Blotto: all’estensione del dato la corrispondente procreazione della parola che lo bracca. Cesura non si dà. Il “monstrum” sta nel numero, ma è perfettamente commisurato all’intento, che continua a essere l’enorme e inafferrabile fascino del tutto, la sua indefessa e animata incoercibilità.

In che cosa consisterebbe, dunque, la cifra di Blotto? Lascerei stare i tanti esercizi di spesso improbabili intertestualità e mi terrei piuttosto all’unicum. Blotto è ed è stato un grande lettore, ma la sua è vera e propria hybris, se le si potesse associare un’idea di mitezza e di gentilezza. Una hybris persino ironica o autoironica ma mai cedevole, mai veramente arresa, se non agli impedimenti della vita, ai détours che la vita impone anche ai poeti più risoluti.

La quête di Blotto non ha maestri – a ben vedere – così come non ha scolari. Il promeneur solitaire che Blotto è, è inarrestabile esplorazione di vie incondite e segrete, di valli marginali e nascoste, di anfratti e sprofondi, di panoramiche di cresta e di costa. La sua geografia si converte in un enorme alfabeto di omologie, di corrispondenze, di invenzioni che non violentano la parola, ma la piegano, la battono, la modificano, l’astraggono, la condensano, la strizzano alla ricerca dell’altrove che alberga sotto la superficie che ne definisce l’ambito più immediato.

Come si fa con una vocazione cui niente e nessuno possono opporre, non dico divieti, ma nemmeno semplici e umanissimi (“troppo umani”) dubbi di gigantismo? Solo l’impavidità è risposta. Non il “primato” a contare, ma – tutto al contrario – l’esercizio (si dica pure “atletico”) del più remoto, del più perduto incanto.

Giovanni Tesio

Poesie di Augusto Blotto

Un paese ove stuprar come si scodinzola,
a destra e a manca, festoso percorritore,
m’attende oltralpe quando gli ovettini
di pioggia, a guardarli dai vetri, schiacciano,
come scoppi di bolle di fiori beiges,
asfalti, nella bella essenza
del color blu, vena piombo
                                                Lavori
di fervidità, s’incolonnano: tempo
parrebbe elargirsi, a sufficienza
è dir poco
                       Certe lustre (entusiasmo
duro viola, botticella susina) vie
di fuga da riviera, in treno saliente
melodioso con i suoi oli d’intercateno!
certi luoghi ventatamente immaginati
in cera di lumicino che al tabarro
ci accolga, questa sera dopo curve
di aere frizzo e silenzio acquatico! forare
in chiaro (color liscivia) la suola dell’hiems
permanente, che ci concèntrica giù a fronte
esiguo di coste, liberi dal rimembrarci
chi siamo, seduti comodo a un tramezzo
postale o di ficcarsi, [spaccio] bisunto entro
il ferro-a-pala della chimera bufera
bianca a graffietti nel nero monumental noce
.

Il sangue che non ce la fa quasi più
ad essere così sciolto appuntisce il desìo
rosso di freddo in gota arguta, viaggio
che ci porti a scoprire, libroni o vini
filtrati, la ceralacca su editto
di poter essere noi ministro, intima lana
sognata, chiavistello di Curato (di Tours)
a innesto nel succolento muro
sotto portico, bronzi, orologi i pronai

.
Nel non dover rispondere a nessuno
l’emergenza dell’intemperia color ferrino
lucido sfida: i racconti a meandro
e caverna potrò, reduce altero,
trascinare nel magazzino nostro per i
capelli, essendomi imbattuto (come
tra poco avverrà, ne sono sicuro)
in cose, paesaggio o esperto, dal dittongo
dolce, la cui varietà di “mai visto!
mai conosciuto!” lòbea un alveo [rosa]
e scuote bonomia fino a continuare a fidarci
(di noi)

.

da Torino
settembre 2006

 

Di un pezzo da macelleria dicono
(cartilagineo, ad ala di pipistrello, penso)
“mantello”; drago di ramarro (a triangolo,
fazzoletto; o zimarra) lui è questo
verde che ammanta (spazi per il mignolo
nel bosco abbrutente d’umidissimo,
si sa, non interstiziano nemmeno
per l’intelletto, che raccoglie suoi stracci)
fino al garrese, o al soffoco, del picco
(o arco, vetta con le sue consuetudini);
(di allontanarsi, girarsi un po’, bruire
di gesto di nebbia – a umidir spallucce -)
che lattigine, il torrido!
                                          Gola bendata
vien raggiunta dalla boscosità intensiva;
a valle, di stasi, orològiano specchi
steccati da réclames, nel buio da cagnolini
per puttanoni, che provoca il nient’affatto dir
“si vive, ne vale la pena” quand’orli
giacitura di mogano la goccia
in altra stanza del Caffé impietoso
per manchezza o commercialità di alimenti;
e anche il formoso di donna… bah, becco pappa-
-gallo o -gorgia il profilone, bertuccia
– io sono abituato a cose semplici
e a un comportamento corretto; così
ci si accontenti di un presunto umorismo
quatto, come protetto da un tettuccio,
da verandina verde –
costruita il monto dei capelli “a questo
si era prodotta, àmbiti, la vita anche
mia?”
                             quelle cose se le dicono,
ci dò credito, [anche] ingiro, acquaio
d’ovo incubendo su zoccoli
                                                Largo
di ceruleo e viscoso da ghiacciai,
velocissimo, il fiume con ponti da fabbriche
cubastre di carboniere e tremolate di silos cartone,
è subito fuor dalla porta, e si immagina il tipo
di avventori, quel culo nello straccio
esplica il fior di corame cucinesco
.

Il fumolino di verso i seracchi
estremamente celesti per disperazione
di lontano, stràbica carte su prati,
oleose o appen prese in dita, brezza
di rosa… gambetta, [tu,]
pensaci alle malauguratissime
orecchione di verzura che un treno
glàuca al passaggio, grasse di pastura
ma incorniolate già da cedui alberotti
scotti, di pianura; la bassa montagna
adusa agli addii con singulto di cibo
cecioso in grondar mestolo, languore
dell’assolato con vento imperante
quando abbandoni di luoghi alt’ostendono,
immotivati, pleiadi di fulgore
e crescioni a ditale fiorìn, gozzo,
quasi amazzone la villeggiante intravista
e decreto lasciarla,
                               treni sconquasso
di nera balestra corrono a fianco ruscello
in bassa valle airone di bianco suppòr
che il pomeriggio estòmachi ogni plaga
ma soprattutto il tempo, premuto,
– lavoro… – che ci resta, o aspetta, scolari
non dimentico il cabrar dinanzi a voi
d’un masso che unghie non grafiranno, celesti-
-no dell’opacità che i clangori
nuvolònano in forni, plafoni
                                   Acidissimo
il limone del male, lucidissimo
nell’azzurro senza condizioni, azimut
pencolante su un mezzogiorno da pecorini
spaventi o loro previsioni: è montagna,
con il distaccarsene – gastrico, gialliccio –
verso futuro che un tempo si fletté
– come corniolo (arbusti) – all’orrore di scuola,
oggi sarà ospedaliero, o famiglia
cassetta da scaricatore; piattata
da orecchie in fondovalle, che sbarchino, e s’alzi
sterno a non accorgersi ben, zenzero
dell’aria puntinata, della camera
che inghiotte

.
                                    Voi, dicevo, risalirete,
fumacchi nel giardin termale a gradini
che offre la montagna polposa, straniata
con la necessità che imbèvano groppe
lontanianti di turcomanno le, dico,
famose, non so
esprimermi, nebbie
d’un al di là lurido di caro,
d’una trasfigurazione che ci giustifica;
non lagnarsi ma spalle senza equivoci,
come si trascura il terriccio incontrando
lavori stradali o fognari e in questo è affrontatura
(= si rinuncia e torna indietro ma perdiana è volontà)
L’uomo sa di carta sigaretta, coi suoi misteriosi
                                                            [penchants

.
Vedo che se il portamento è franco
si è degni d’esser definiti gradevoli
.
Aiguebelle, Moutiers-Salins
giugno 2007

 

L’argento acquatico, lamina del costone
di terra montagnosa che verso il fiore
blu della pioggia nuvolosa scivola,
bruno catarro in scaglietta su vetro
morbido, chiama, cappello avvolto
o mantello, gli infelici, chi
s’accorge del poverinello di aver
sbagliato, svolte di vita prese
all’incontrario, scendendo tutto bello
ingenuo, come un turchino gli iridiasse
nastro, o fantina
                                    La calligrafica pioggia
imminente ferrìna d’una pellicola
rosata le adiacenze d’aspetto
carnivoro che i caschi dei monti,
grossa terra aculeata, corpacciano
d’uno schienale cui ficcarsi in fondo:
la sera c’è per qualcosa! notte,
candelabro di verde, cincischierà fustagno,
grinza benefattrice di bagnate
pieghe di stoffa come una parente
vecchia, l’interruzione dei nostri
lamenti veri e giusti, in un tondo da briciole
che franino, beato o ciotola
                                          Sapessero
qual solitudine ho accarezzato in viso
sgocciolii d’oro di boschi svelantisi!
.

Matita soppiatta su avorio di sfondo,
i costoni viaggiano, addormigliati
nel brumale da cispe; lanceolare
è retto, pilastro per appoggio, dall’affetto
musoso che noi gli dimostriamo, a lui
che apre ottoni navetta nel chiuso del
più in sù sempre pronto a mugliare i suoi blu
elusi come chiavetta di cera
                                            Frontone
pulito, l’architrave del banco
di caro maltempo imbevuto ancor secco
– per inizio – al montagnoso occidentale,
qua da noi migra su stradette in asfalto
un centellino di quasi azzurro, da imberbi
– nel pietrinare tutto camera compatta
che osservi insistentemente, filetti lindi –
arieti; e un ristagnare neghittoso
ci consolida nell’idea dei rifugi cotenna
calorosi, brancabili e quando vuoi

Il cuore candido di mercenario stupisce
all’indulgere che ci tiene stretti in braccio
e, fermamente, non comprendiamo perché
tanto dolore si sia consegnato al taciuto
così, come un libretto orizzontale
(dimentica di recriminare o lo ha già)
.
Isasca
ottobre 2007

___

Madonna compunta nella forcata desolazione
che l’inverno allarga (vetrate, glauca
sterilità e visibile fin il lontano),
la campagna, essenza di sua storia, inciampa
(per troppa indulgenza) su nodi
ove molce il marron, legno; vapori
di sale e sassolini, vagano sui limiti
segnati dei campi, grinta in ribordo, fronde
incerate sul frusto del tronco, a triangolo

Un imbevere più buio accenna
a bestie carnose in valletta otturata;
se dall’erpice abbandonato misuri
l’altezza magra del bianco, una ruota
– la curva – di viottolo erbato si tuffa
nello scomparire; e immaginiamo con stento,
scrollandoci, – è richiamo – accolga
noi ancor la percorribilità
                                             O insomma
la vicinanza del gomito agli stecchi
del silenzio (trascorrere marne luna
le nubi) se a giacer ci fossimo
trovati abbandonati: il gancio-mea-culpa
(così sollevar da sterno minestra) del riflettere
sulle sorti che altrove anche peggiori
dadettan àmbiti sotto il cielo
                                                Sapersi
destreggiare fra i limaccioni in allineo
degli entusiasmi o altro che individuavano
con pieghi e codazzo di accoglimenti il nome
cabotante in sottecchi attorno al mio corpo,
e ciò in tempi tanto diversificati
da trascurarvi, sinceramente, l’attore,
trae che, da soldati amari, lingua
poco avvenente noi ci rassegnamo
ad astrarre (pesci secchi su telaio
carenato, martellato), sottigliezza
forse cercando: di esservi ammessi
                                                 Il cuore
duro, è questa novità di insistere
sul dire veruna cosa, chinarsi
al più su vastità da orecchie senza
uccelli, cavità baluginosa e sciacquo?

Mettere assieme almeno uno spahi, uno zoccolo
di muro latrinato da spari [a] cuneo
e cofani aerei, nell’epoca algerina
cui vivevo parallelo senza saperne
profittare?
                             E, per incominciare,
abiteranno,
appen sceso il declivio, o ritornandovi
(al lume della casetta, ostrogota
pioggia vapor “confuso”) sconosciuti
percettori da qualche parte, e aussi
elargitori, e su di essi mi prono, come
avvenne a chi sa chi dei miei membrini
e chissà quante volte, per supporne
i misteriosi indumenti, o le voci, che pur
terranno in luce bassa, in frequentazione assidua?
San Carlo di Tigliole
novembre 2007

 

 

Se da troppo tempo privato dell’appoggio
unico che si suole designare col proprio nome
e cognome, cercherei di raggruppare
quel solido che assume colori
giglio e drago nei proponimenti, mattino
auscultando i vuoti di vie, goccia
su bui pianciti, in tersa città (adolescere!);
ma gli abitanti sulle rive del mare
erodono, come tarsie briciole
il dente, l’impaginar e lo stare
sufficienti sulle proprie imprese, non
smentendo il canuto discreto che ci ha portato,
fortuna, al reale e al poi
Tiro il sospiro,
ben certo che il dispiegarsi della nequizia,
fazzolettata fra ocre di colli e bombar-
-dette di nuvole canarino zolfo,
è incombenza dettata dagli usi
segreti – per me, almeno – che i serti
di facce incontrabili in ognora giòrneo
divulgano poco, tenendoselo per notte
schierata a chissà qual plaustro di gesta
(necessitanti di atti, oltretutto)

E la cerca
grande, affisata, atletica di non
immeritatamente (del tutto) largare
indulgenza al mondo degli ignoti (affini
nei connotati) in che maniera apostolo
àurea stradette di crinale, calde
di seren leccio, accingendosi astore
al plano di snodarle, balzate
di palla librio nel frullo d’azzurro
colline cave immediate su mistìo
cobalto buio tant’è concentrata
di libero, pianura confessata
da lagrimoni!
Luminosità del muoversi
ingiàlla di primiero foglie che riposo
assolato, nel liquido irsuto,
memòria d’odor di vestina su polvere
in aie con coli e trattori; conciato
centauro secco è la figura a contorni
netti che la franchissima passività
del bel lastra di cielo spavàlda,
curando voci che un casolare sarmènti
la sua esistenza, piumose, o l’olmo
stagli grafite la chiocciolante ombra
sul lindore formicolo-spazio dell’aria tra cancelli
delle dimore, fatta a cuscino la pietra
dello scalino
Perché l’umiltà, la brava
concessione al coraggio trasvola
in cocchio pingue da Renaissance, giacinti
o giarrettiere festonando occaso,
gelsomino in vapore, e merito
intreccia riso a ricompense fisiche
stordite di evoluzion cartografica?
                                           Modo
diverso di fare il pensiero, per
davvero, accompagna l’averle lasciate
lì, le cordonature virenti e baccello
delle separazioni tra valli (fremettero
di sole eccezionalmente brioso i balzi
mancanti o eccedenti, secondo
le ditate, i pozzi glauchi), addotte
allo strano vero di come assaggiare, giro
la mano sopra di noi del non-capire,
situazione del vecchio tono “sbarcati”
(topos che l’inconfondo ripete e ripete)
come le orecchie riprendessero a utilizzarsi:
pur stipite d’Anchise è comunque il ramo
di storpio albero che patteggia con pianta
di piedi il sussulto fermo della terra
.
Pigazzano – Travo
aprile 2009

L’antefatto, è mancato, nel mio
venire avanti a dir qualcosa
                                 Taberne
di laghi a cupoletta di ghiaccio-tutto
(cioè toglibili con come stacco da carta-de-musica)
(una vista con valloni cìnera fiaba
se da acquedotti il rame, tuono poco
conoscibile, a sera incute arcipelaghi
preoccupati del catastrofico a gorgia e pulsar)
si sottintendono, rischio magari il pur ora:
il ponticello del far capire sprofonda
(se non si dà alaggio al campo del noto, del nostro)

Né saprei non dico correggere ma operar
meglio
Bado al respiro, infatti;
l’elastico respirare che, senza
tante storie, si trova contemporaneo
                                             Quadri
di ferreo martello, cioè del difficoltoso
invernale che a protubero impedimenti
soppiatta e annoia vincolando slivelli
a superficie, stàbilano sciagura
generalizzata e pure antracemente
personale: insieme ficcata a cratere
screpolato rosso con voglia di testamento
formato-bisognino,
e estensione ad alcione
negletto su guance di case e case
opificiali tutte (… certo, con questo clima);
un farsi broncio in muso o mummia di erigere
monumento in pensivo alle sorti umane
gratta, sì cielo di pesce smeriglio,
over noi generosi assembranti melanconia in faccende
                                               poursuiventisi
Viveva, chi cercava
carbone, in file di capannoncini
tutti tarsìe di cicatrici, a vederli
poggiandovi palma di mano, dall’alto;
l’esalo di nebbietta catrame (sano)
molce le telacce a parafango
dei pantaloni in tubo e ginocchio, l’unica
notizia che ricaviamo dagli abbadanti
ai loro impegni; so che chiuse a canali
più che esser poco lontane esistono,
e lo slancio di questo mistero, non lasciarci
soli, santifica in verde da notte
eterea in fragile e croscio le appariture
cose (catenacci, muri) già visitate
ma non quanto il garante slogarsi bronchi
di rosmarino o capelli combure
color sfondo e porge, tra sé e sé bestemmiando
per crepe d’ilarità, accomodamenti
perfin da inchino,
al conosciutissimo
di forza che spera in squarci da santuari
scudiscio in umetto e rosa oval tiepolo
da soffitto cipriesco, realmente
rampicabili, basta accortezza e capacità

Di proposito non parlo di quanto mi càpita:
negli interni famelici per finta, dentino
a lunula il vetrar bruno e oltremare,
i treni antimeridiani abbagliati
da un ammaccamento d’aria di neve
evoluta fuori in attorno direi infetto
(son note le smargiassate di tifo, o smeraldo
diarrea filiforme su ghiaccio, in guerra e trasporto)
enucleano che la pazienza del non stare
a farci vivi compensa, regolo e listello
i risultati sospensivi, carceraria
l’anestesia praticata su se stessi, caserme
anche, se queste comparissero,inedito
tirar in lungo del noioso eccentrico
torcer stoffa del non ricordarsi
(nella felpa moscia della mente e suo altro)

*

E tutto smosso via l’esserci qui o da qui, fischio
di padron-noi ci ha imparati, addio

Da qui, tentativi e tentativi,
del soggiacente, certo dei gran viluppi del sincero

Poi che ardiri, intoccabili
da noi – e qui parlo come popolazione –
vedono brecce, o frange, il cui slabbro
(ipotesi dei non respinti dagli Écrins)
coltèlla in sfrido il veritiero di
(arguiscono su presunti spini)
affacciarvisi, alla zona crema di misero,
occhionata di profferte di riceverci,
richiamo bruscamente le differenze,
posso, e in rictus da manager occupatissimo
oscuro se non l’adesione: il calamo
di rintracciare, col passo o remoto, i paesini,
per così dire, della fovea in lingua (esagero;
anzi le mani sui fianchi, farsetto baldanza)
crescione, della disponibilità effervesce
alla penuria sgambettante ritrosìe
(tipo l’allieva-dorso (bacino)-punto-interrogativo
al barone universitario)
C’è il postulato
del considerare che l’osso si muova
in direzione del favore e della certezza:
questo anche come rionorabilità, riseduta in onore,
per i luoghi, devoti all’evidente, lume
trionfante, ben d’accordo a scomparire
in fronte ai dettagli logistici che – corto
l’agone! latte-miele di ricapitolare –
stupiscono di considerevole e improvvisato
allaccio alle imprese virili non so come
taciute o sommesse in raucedine efelide,
epperò riflussate (cioè a pallotta
dito il petalo capillare) di [ognor] verde
reciso per rinocchierarsi, la neve
ostrogota fin alla bavetta di soggolare
saliva, branches del rovistato in valanga
solleonica, tutta nuda come un busto
di baiadera: la voglia di farne a meno,
quattata in braccio a risovvenenzE di vittorie

Sfigurato il paese dall’emergenza intemperie
suppone che uno rinunci; è così ma a mezzo,
nello squilibrio ricchissimo che, se pur poco,
immette sulla strada del riconciliarsi,
condicio dell’ammesso e dell’effondersi,
non privo, quest’ultimo, dei pegni
sagaci di rossigno d’un
assente crudele:

Spiro che ha percorso, mi avvedo, ben questo testo
.
Lyon, Maurienne
gennaio 2010

 

 

Le coscienze rapide puzzano come lana
bruciata, rifiutando angolose
la ghiottonerìa (è un angolo
fatto proprio coi listelli, i rendiconti di ‘mosiniere internità.
Poveretto. Non insistiamo: siam noi)
Progetto!!! …
Che filtrar la vanghetta del dolce, frattua
di fitte l’accelerazione, consertando uccellosi
lo star male che è quasi blando!
E la venuta
dietro, a crostare, delle cose, vernice
ferocemente, polmona poco gra-
-devole un senso di maestà: la curvata
a pispinare in caldo il silenzio del dolore,
nella notte confusionaria di tirelle, aocchiata
o breve.
Immanenza pellente
sono i provvedimenti, smerletto
castelluccio untissimo: la loro durezza…
il traforo balistico del pane inguardabile
per trascuratezza…
Il comando
permane curoso di azzurro, le vene
rosignolando in nebuli di quel mezzo rassegnato di a accetta
porsi a triangolo, che lentamente subisca
l’imbevere, frenato brucacemente
dai momenti, caldo lubrifico
successivo, taglionata e sospende il fiato

Cenci rapatelli mi vedo quasi non muovere
nel pirenaicissimo capron d’ora avorio
buio per sarmentino, incontro: è un gola, appio,
1)
il silenzio che intera le crete o vacchelle
di come esporta la morte molle, la pacchezza,
dei paesi triangolari sena in altezza,
la placca è un po’ tumefatta
Praticissimo
antico di cuoiar indietreggi
cimiereschi e pur col putìno di grètolo
negrante a spiaccio sulla zona “consegnare”,
mobilità vecchieresche nel sol feltro del nego:
brivido in rocchio o rovere stanghella marocchino
il tirante in surface della verità, troncature da circus

Ed evadere pare molto stagnata la musica della permanenza,
mi ricordo…
.

Murazzano
aprile-maggio 1964

 

La ghiaia cuce la notte, di collina
nera di fluviale, cappa spenta di sale
e d’incrini: non vi sono cavalletti di stabili
o incroci, nel cerato o corniolo.
Ma posta
davanti, si è? Forse io dopo
mi sposterò di qui, e lo star cremosetto
del silenzio grigio negli occhi a contemplarlo,
la piccina dell’esserci o incominciare, piede,
assorda come ghiri o noci appena
smettessero d’incominciare, nell’insettino cartoso
della notte tutta balestre di cenere.
Riuscì,
chi parlò di creazione, a dimenticar l’accenno
d’acido lieto che sempre ci scorta, l’esplicarci
cui proprio appoggiam mani di fiancheggio,
a coltello, come un lardello di palma?
Dev’esserci,
in qualche parte del mondo, la bocca che il convinto
getta chiara, come una notte bella
impegni tradizione ad esser fresca;
questo vedere, tempiato, attentamente snello,
induce a fervidi connettere spicci, con prolunga
acquata di bocca buona, l’antilope o zenzero
della lunga bancata d’essere compatti,
come il nutrir fa accingere e dà stella
                                               Così
si persuade il chiomoso e torrentesco
popolare, con i colori veridici:
l’interesse così premia, anche.
Di porti
quasi, si gonfiano i paesi crespo
nero di ricchezza, raccontando perché
li si conosce a fondo; scorre con tale zucchero
dunque, la calmissima lattigine
dell’eccitazione distribuente, con posti a azzecco,
con fruttuosa semplicità avorio e molta simpatìa
nel congratulare, anche alle parole grosse, d’ebano
impegnato, poi frenate da una mussetta che spiega
ancor meglio come si diceva proprio la verità gridando,
non ci si sconfessa. L’argento un po’ sporchetto,
della salubrità, snodò strade, rilievo
di terroso cromo con fogliette da sarcofago
e la bibula e leggera pattona di ghiaia
cupa, allappata da un perforìo di pioggia
agave. Alcuni fra i semplici han detti
più memorabili dei miei,
forse aman davvero
lo scenario, non il movimento in esso
di uno: ci son anche i poeti
che commuovono, furono colpiti.
Ma dove
stavano, allora, se non si considerarono?
se subito non uzzolarono il grattugio
di spiegarsi come avevan la squadra dietro spalle
e mormoravano, con appetìni e odorìni
che son la quantità famosa, manovriera
e la palletta giuncata di cibo per modo
di dire? Non stettero sull’astietto
forse, o sulla convenzione di tosse e graduare?
Non videro? (cioè non avevano i mezzi,
la storia, del vedere, che parte da noi,
che ne siamo il retro, il mandamento da scatola,
da annoverarvi) La bontà e l’intero
non bastano a spiegare

marzo 1966

 

da RIVELAZIONI
Sottilissimo, il sangue, dei pronti a viaggio; numeri
in concrezione e palettanti la terra ch’è estera
spronando alla febbre quieta, al lucido galoppo
e del polso che scalza.
In Francia e Autunno
i diritti e l’ordine; se muggito, momento (stringante)
è la testa del numerare, il lento di come ci furono
altri rende bello il mondo, cultura
sontuosa alle leggere vertigini
del sangue schierandosi, come un sonno o di buccia
livida un prepararsi ragnìno in cielo,
l’ebollizione pacata che ci siano contigui,
magari nell’inverno
Sogni felici
in schema, i battisteri a merletto
crudele, degli altri, sparsi per piana, garofano
cupolando le parti con illimitìo di nozioni
contraddistinte da numeri bianchi e neri:
nella cospicuità di lingue o paesini, nel poderoso
altrui intelligente, la vivezza ha un brivido
e ricco o vitto freme di felice,
uno s’abbatte in sonno di martorella
come iniziasse a desiderare, gengiva
di rocca rotta e un po’ liquida, le lamiere
di cielo cincischietto, il bianco, d’elefanti
d’umido a parpaglia, l’orecchia o tromba d’albero
e il nudo autunnale, il pepe caro nella vista.
Quando è troppo, il cuore vivace
da un ebbretto di dati è preso e i riferimenti
viari stanno per spaccare, ma non lo fanno,
quel grande obstipui del godo che è la gota arancia,
il vistosissimo dormire fiammanti.

Mai viaggiatori esistettero? sono fermi in questo
accentro di carminio o momento sulla terra i percorritori,
anche mezzi meccanici? la terra è millimetro,
veramente, cui si accede in compasso sequela?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Non è possibile che vivessero in quelle arie,
avrebbero detto e fatto cose ben diverse:
i Balzac o Lamartine pure; è un immenso
che la zona sia là, facendo, anche ora:
preparata ad aspettarmi, con v o picchi,
eh, tentabile il suo acido di cotto nero

La notticella passeggia; vi è spasimo,
e il mettersi sul posto galoppa i suoi venti di strano essere,
attraversando tutto prima d’arrivo all’adesso che è da noi,
quasi attraversando archi di cespugli.
La scoperta dell’artimone
delle arie ha classifiche di timbri
ben diverse, come girare e rendersi
conto; la fiducia in se stessi
sogna le designazioni
La caldina del non aver
sbagliato fonda viso in riconoscersi,
momento d’anno o vita in cui è franco meticolo
denudarsi a un progettone, essere tremolanti
di balla giovane di gelatina che si slancerà,
e saperlo con tanti agretti calcoli,
intanto, da aver confidenza in me,
da cavagnette le parole pane
curvare a falce in una calda botola ove fermamente
contemplo, quasi con vibro: per decisione logistica,
urlata e appienina, fede e onesto trionfo,
come un ago tirato da asola di tela grezza.

Quasi tai posti fossero lordi di notte,
fauciati da un lucido, zuccherini, lo sbalzo
li assapora, formicolando sempre
il grosso dormire o darna un azzurrino cielo
balestrato da leggeri arieti.
L’avvincimento
alla seria dedica, il corpicino scudiscio,
il conoscere il futuro, con i bocconi di praticabile
a chi sen vada fra zolle di essersi raccomandato,
giovane pur come una cintura, uno sguardo.

Credere al di per sé che aria colà
tracci e regga, è molto giusto, anche se periodico:
è un credere alle cose degli uomini, alla variazione,
stagliare dentro una circostante notte, lardo, boschine

settembre 1966

 

Bruciacchiata, è la conformazione
(cromo, oro, dilavati scaloni
di prati – cui, biondi, alluvione
liscerebbe, laminerebbe -) che conta,
non la passività accontentata
di chi receda da grazie esaudute,
e stolga un suo viso rustico di bell’e
andato dal poco lume che crede gli resti

Il protagonista, lungo para-cilindro
di muso da formichiere, tocca per dirigerli,
o anche costruirli con cameretta
e regoli di spazio, i luoghi; quello
che importa, è il variare di volta in volta
di questo protagonista, cui il riesumo di chissà
quali viola abissi e abitudini
gualdrappa una storia persin spagnolesca di cu-
-nei, coins dettagli su sfondo di velluto
gloriante imbandigioni, dirizzarsi sù

Torciglio di fili in matassa attorno a una dinamo
quadra e calda (o corto cofano che cabra),
l’orografico abraso, torrionato
da ciuffi di avvoltoi (nell’improvviso
delle cornee schiarite) presterebbesi
alle sequele di cetacei franosi
che disperatamente, con gomito e carpo,
si vorrebbe non tralasciare neanche
per migliaia, marchiando fra gobbe rosse e neve
l’attestazione che le frequentammo
quasi gli anni cavalchino da Apocalisse
(nel folle rientro periodico da Genova a Torino
che il fato mi assegnò in costume tipico
dannato, a ripresentarsi come una mora
si riproduce in vertigine senza controllo)

Una figura atletica di sfregio
o pietra, l’elevazione dell’entroterra;
sapendo che la montuosità nipponica
attende severi e dolci perdersi volontari
come – ed è così – il mondo fosse non questo
Proprio come forme di corazza, di sdraio
di armadilli o arazzo, irti cavalieri
Piantato
davanti a quel che c’è, ho perfin trotterellato
di gioia accorrendo – era forse mattina –
fra attività commerciali che, folata
bianca d’impermeabile, la città
appetizza di cuoio e fagiolo, marittima
come ci si alza allo slaccio, sudoroso
stendardo d’un gocciare allo squarcio probante
capacità d’amazzone, in certo qual modo
tenera e fedele (cioè uscente nuova di zecca
dalla curva prossima, affrontata d’ingenuità
Fra gli scisti con treni salienti
s’originò l’idea di villa, pini
salmastri preparandosi al funesto,
ma a spalle disinvolte : il granuloso
dei muri, guancia di livente, caro
sgorbio di sporco che trapassa su chiara
raffica! Verso paesi di allume,
posateria e filigrane, bozzando
zolfo le nubi a palla in un’alba da
grinze su cereo di donna per svenimento,
il reame del torrentizio ci spiega,
acciaio, il molle e il polito dei rav-
-vedimenti che vengon di lontano,
astiene l’ingeneroso beffarci
insistito da noi per ingiustificata
scarsezza di proteggerci usando il commiato

Genova Acquasanta
gennaio 2012

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Commenti (8)

  1. Noto solo, quale esperienza personale, che la lettura mi risulta “faticosa” per un esorbitante affastellamento di immagini, da lasciarmi confuso e…arreso a non proseguire. Ho la sensazione, per quello che può contare la mia opinione di quasi profano, che la quantità, il flusso gonfio del dire, come per un’ansia di non lasciare nulla fuori dal testo, nuoccia alla precisione dello stesso, alla sua qualità. Sarà anche per il fatto che personalmente preferisco la poesia leggibile, misteriosa, ma non oscura.

  2. Grazie a Luigia Sorrentino per aver dedicato il suo prestigioso spazio a un poeta molto importante, tutto da (ri)scoprire.
    Per qualche approfondimento (oltre alla pagina wikipedia – http://it.wikipedia.org/wiki/Augusto_Blotto):

    Nazione Indiana: http://www.nazioneindiana.com/2012/02/21/ma-io-veramente-dovero-dove-mi-trovavo-sono-semplicissimo-a-segnalarmi/

    [dia•foria
    http://diaforia.org/blotto/
    http://diaforia.org/2011/12/20/dia%E2%80%A2foria-n7-augusto-blotto/

  3. Riguardo al commento di Giovanni D’Amiano: è una posizione comprensibile e rappresenta lucidamente una delle due modalità (ce ne sarebbe una terza, ma qui la tacciamo) di approccio alla poesia onnicomprendente di Blotto: si rimane sulla soglia, storditi o storditi ci si lascia andare nel vortice.
    Quella “faticosità” di cui parla D’Amiano la si proverebbe (prova) presumibilmente -con tutte le differenze dei casi- anche di fronte alle pagine di Laborintus o meglio ai versi di Cacciatore, ma anche leggendo alcune poesie di Ceronetti, ove la sintassi appare più aspramente disorientante. Dunque alla fine credo si tratti di una questione di sensibilità e senso estetico personali; ma dissento sulla presunta nocività che questo tipo di scrittura avrebbe sulla precisione e sulla qualità del testo. Per la “qualità” si entra nell’ordine di un giudizio forse viziato dal gusto; per la “precisone”, tutt’altro, lo sforzo utopico di Blotto è prorpio quello della registrazione pedissequa e simultanea del reale.
    In definitiva, -ma anche la mia è una questione di gusto- , non mi sentirei di affermare che un film di Bresson è qualitativamente superiore ad uno di Lynch (o di Raoul Ruiz): universi espressivi contigui, ma antitetici.

  4. leggendo Blotto ho la conferma che niente in natura sia immoto e quel filo rosso che tocca uomini, animali e flora per un attimo sia visibile, ne giustifichi la funzione e l’interdipendenza,rompendo le barriere “umane” della teoria dei sei gradi di separazione. Se mi è concesso, mi ricorda Eluard per l’immaginario evocato e nessun altro come tipologia espressiva o, per meglio dire, vortice creativo.
    E’ un’eperienza letteraria che lascia il segno: dopo aver introiettato il rapporto caotico fra unomo e natura si sedimenta nella psiche una brillante costellazione emotiva fatta di piccoli elementi, sfumatura e punti di vista grand’angolari.

  5. Pingback: Augusto Blotto – A piene mani, con una nota di Daniele Poletti | Poeme Sur Le Web Blog

  6. fa piacere vedere qui uno tra i più grandi poeti italiani di sempre.

    quoto daniele, concordo su tutta la linea.

    Bux

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