Massimo Salvadori, “Io sono qui”

Nello scaffale: Massimo Salvadori
a cura di Luigia Sorrentino

Ho incontrato Massimo Salvadori a Napoli, a una serata di poesia organizzata alla Libreria Treves da Bruno Galluccio. E’ stato un vero piacere scoprire il suo essere al mondo. Era accompagnato da una ragazza molto carina e sorridente di nome Mariangela. Il libro di poesie di cui mi hanno fatto dono sulla copertina bianca e azzurra ha un airone che spicca il volo. E’ proprio l’immagine giusta per la sua poesia che in questo libro prende letteralmente il volo come un fiume in piena, attraversa la vita, l’amore, la sofferenza, la fede, la morte. Ma vi è anche, in queste poesie, sullo sfondo, una profonda riconoscenza che prevale su tutto che salva, assorbe, assolve. Come le poesie che hanno per titolo La preghiera del soldato poeta, Sono la parte del cielo che manca, e quella che leggerete qui sotto: …il dentro, il fuori. Il vicino, il lontano.
(Luigia Sorrentino)

La poesia
di Massimo Salvadori

In quello che scrivo c’è solo quello che vivo, la mia vita riassunta in poche parole, il sentimento della sofferenza che riesce a essere forte più della morte, la fatica, la speranza, gli affetti che mancano e che sanno salvare, il viaggio accidentato di ogni giorno normale. Scrivo per come attraverso la vita, per quello che è stato sempre il solo mio modo di essere, inquieto, sorpreso, affettuoso. C’ è un’asciuttezza fondamentale e un sentimento profondo di commozione, la speranza e l’angoscia, e un impegno severo, lungo, disperato, che assorbe, in movimento ed uguale come un diario di guerra, un quaderno che si aggiorna dal fronte: la salvezza ha verso tutti il dovere di esserci ma per ognuno svolge il suo tempo in modi sotterranei e diversi; spesso c’ è l’eco del grande deserto, il silenzio e la solitudine religiosa dell’Antico Testamento, di una disumana, infernale pazienza richiesta per credere ancora, per continuare a sperare. Il viaggio è sulla terra comune, la lotta, l’eroica miseria si svolge ad insaputa del cielo e non contro di esso, lo sforzo, la fede, il bisogno, tutta la speranza del mondo incarnata in ognuno di dentro, sono un impegno che ingaggiano il desiderio e sempre l’unica forza, sola e necessaria perché sia possibile ancora un orizzonte e un futuro.

…il dentro, il fuori. Il vicino, il lontano

.
Fuori, lontano, dentro, vicino.
È così che ogni invisibile resta,
la nostra sostanza continua
e nascosta, è così che in continuo rimane.
Ciò che abita altrove.

.
Quello che sfugge. In eterno,
nel cielo.
Scivolato nel vento. Per sempre,
per il tempo vissuto
di tutta una vita, sul fisico vetro
di una finestra, una casa, un amore,
uno specchio.

.
E che pure ci resta presente,
incombente, inquietante,
oppure più assorto, come in certe giornate
di pioggia.
O più dolce, quando qualcuno ci ama,
e da lontano ci viene a cercare.
E allora si prova, per quanto distanti,
tra i muri di case diverse,
nella vita normale, di giorno, al lavoro,
in letti diversi la sera,
tra i rumori residui del giorno
che c’inseguono ancora,
insieme ugualmente a sognare
di un futuro migliore.

.
Spesso in silenzio mi chiedo,
senza farne parola a nessuno
di quelli che incontro ogni giorno,
che cosa riservi la vita,
quando la vita è finita.

.
Dietro lo sguardo che scorre le ore,
gli impegni, il mondo più mio quotidiano
che vivo, c’è tutta una vita
che resta latente, c’è un’ansia da sempre,
che graffia la mia pelle da dentro,
che mi scortica il cuore, le parole che dico
e che scrivo, il respiro.
Buona, affannata, intelligente,
confusa. Da sempre.
Che interroga il cielo ritagliato dai rami,
quelli che fanno cornice e ritaglio alle strade,
ai ripidi viali che percorro ogni giorno,
davvero,
che vivo e che scrivo.

.
Dietro le cose normali
del giorno, nascosto e apparente nell’ombra,
c’è un limite estremo,
un angolo acuto dietro ai muri di casa.
Un territorio deserto,
e inconsueto.

.
C’è come una voce in questo silenzio d’attesa
e di vita che scorre profonda.
Reclama attenzione da quando ho memoria
di vita, da quando ho varcato il confine infinito
di essere un uomo, uno solo.
Sino l’ultimo grano di quella strana materia
di cui la speranza si forma,
un sorriso, per strada, un raggio di sole
in inverno, ogni nuova parola che imparo
o che invento, un ritaglio, una sciarpa, una nota,
una riga commossa di penna,
disperata sussurra, e reclama.

.
Ogni mio istante ulteriore,
incompiuto, di vita, d’amore, di luce
alla vita reclama.

.
Di tutte le cose
un senso residuo e sfuggente,
ulteriore, mi scuote di dentro,
mi urge, mi preme.
Chiede, insiste, ancora richiede.
Piange, sorride, poi prega,
bestemmia,
ancora reclama.
La prova incompiuta.
Una lacrima ancora.
Sino all’ultimo fiato che
ancora si attarda
sul rigo di filo sottile
di un marciapiedi di strada.
La nebbia compagna.
Il suo freddo che punge.
Che precede la neve.
Il suo troppo candore.

.
L’inverno,
che solo vorresti
fosse un autunno infinito a restare.
Per sempre infinito.
Speranza di vita.
Saggezza elegante e perfetta.

.
Invece soltanto questa sua continua esperienza,
sofferta, sbilenca, sgranata negli occhi
dal mattino alla sera,
stropicciata dentro ogni tua piega
nel vestito abituale che addosso ti porti
ogni giorno.
Disperazione e speranza.
Sino alla fine.
La sua ineguagliata, sofferta, più calda
bellezza. Incompiuta ed umana.
.

Tu sei la sola donna che amo.
Viviamo distanti, ma siamo vicini.
Noi due stiamo insieme.
Neanche ce lo siamo mai detti davvero.
Ma lo sappiamo lo stesso.
E sentiamo che ci ameremo per sempre,
facilmente, come ci siamo da subito amati.

.
Non è stato strano, è bello soltanto, tuttora.

.
Tua è la bellezza di tutte le cose,
il loro richiamo incompiuto e infinito.
Solo il tuo corpo a questo mio desiderio,
uno slancio che l’orizzonte, il quartiere,
intera la vita da sempre vorrebbe saltare,
al suo incanto somiglia.

.
La tua dolcezza soltanto,
il tuo affidato calore,
in questo altopiano di luce,
timido e pari al suo sacro silenzio,
soltanto si azzarda ad entrare,
a fare irruzione d’amore.

.
Sin dove il ragno che mi nidifica dentro,
arrampica, gira in silenzio, sospende
e riprende il lavoro, si accosta ai suoi sogni
come alle crepe del muro,
pensa le cose, riprende e poi sosta,
ripensa la vita.
Riposa il respiro, scompiglia e ingarbuglia.
Volenteroso e sfinito ci riesce alla fine,
tende non un crine soltanto,
ma un accordo più bello di una sua armonica tela.

.
Per scoprire,
masticando e sputando capire,
per accostare l’istinto e la vita,
non tanto la mosca, l’insetto di preda.

.
Per la fame,
la sete, l’amore
di una più santa ed umana ragione
che mi tormenta, da sempre,
buona, insistente, cattiva,
a volte pietosa,
che mi spinge ad andare, ad andare
ad andare.

.
A cercarle. Inseguire. Forse trovare.

.
Come quando ti aspetto,
senza riposo in stazione,
oppure sono io che riparto,
che salgo sul treno, rincorro
la vita e il tuo amore, con tormento e fiducia
l’attesa di sempre improvvisa mi esplode
nel petto, nel cuore
e ti rivoglio presente, la sola capace
di amarmi, la sola,
quando impaziente, in questa mia vita
più stretta di ogni scarto o rotaia, a gran voce,
o in preoccupato silenzio
reclamo la nostra speranza, un senso,
un futuro.
Soltanto una speranza ulteriore.

.
La mia cara compagna di vita.

.
L’ultimo senso.
Che, ne sono come da un destino
dannato,
sempre, di tutte le cose di vita,
del mondo, dell’orizzonte che il cielo
dovunque mi trovi, accompagna tra il buio
e la luce,
ancora mi ostino a cercare.

.
Ma sempre il più caro,
tu sola rimani.

.
Come se Dio stesso,
che sfido e bestemmio,
il tuo destino mi avesse affidato.

.
Buono e severo.

.
E che il mio disgraziato tempo corsaro,
da pellegrino, viandante, incursore,
bambino,
il poco di buono e lo stinco di santo
che sono
nel mezzo di un guado,
che ancora rimango,
un giorno benigno,
forse strizzandomi un occhio,
ha impegnato.

.
Perché fossi tu il suo arrivederci.
Il suo paterno saluto.
Che resta lontano. E infinito.

Il mio suo
infinito cercare.

.
Lo scarto del tempo,
del cavallo la mossa bizzarra,
nella scacchiera a nulla
assomiglia,
il cui nero e bianco imprevisti
che io solo, appena conosca,
son quelli del foglio d’inchiostro
e di carta
su cui segno le notti passate
a sperare.

.
E a cercar di capire, imparare,
scoprire, a sapere qualcosa.
A cercare di amarti.

.
Con te, bellezza di donna di cuori,
ad accarezzarmi la schiena.
A tenermi,
la sola di tutta una vita,
ancora a tenermi la mano.
Quando ci amiamo
più forti nella vita o nel letto.
Quando ho più paura.

.

Di questo solo il cielo distante,
il suo bagliore che dicono appaia,
per chi lo voglia vedere,
ma che io ostinato non vedo,
fortemente, al contrario, io prego.
La mia sorte, il mio impegno,
la nostra fortuna ricordo insistente.

.
A te stessa rivolgo la mia sola preghiera.
Di non smettere mai,
di accarezzarmi e di amare il mio cuore.

.
Il corpo, la piccola mente che si affatica e che pensa,
il mio unico e strano personale sapore.
Il mio occhio che scrive.
E che vorrebbe, oltre, più ancora, da sempre
che vita ricordi,
vedere.
Di un unico senso, sapere.

.
Di tutta la vita, la spiegazione.
La conoscenza e il suo
buono che al fondo rimane, il conforto, il calore
migliore, quello che ho sempre cercato.

.
In nome del quale soltanto io ho ucciso,
tradito, rincorso, negato più volte il mio nome.
Sbagliato.
Sofferto per intero l’Inferno.
Al suo cerchio più dentro cacciato.

.

Tra il mare, le onde, e non sai quale sponda
puntare, non si vede una riva,
non si vede la fine di questo ingaggio che ho avuto.

.
C’è solo questo vento più strano di sempre
scostante e improvviso,
come sa bene ogni tempesta che si prepari
a spazzare certezze, orizzonti, speranze,
legami.
Quando insorge dal nulla, dal vuoto, da un’assenza
di vita. Da ogni tua distrazione.
Era dietro la porta, all’ingresso di casa,
non lo sapevi o ne fingevi la calma,
ma restava in agguato. Era te che aspettava.

.

Se il tuo viaggio sia davvero
un percorso, o un tragitto soltanto,
una bruta fatica,
di vita, d’esilio, d’affanno,
di fuga, oppure sia la tua sola speranza
che ti fa continuare.

.
Non posso sapere mai prima,
di ognuno dei viaggi intrapresi,
se di acque celesti o di un orizzonte
melmoso, di soli cespugli di rovo,
di spine, di sterpi appuntiti, taglienti
ed acuti, la terra che cerco
mi riservi la strana sorpresa o un desolato
stupore.
Il destino miscuglia e combina
gli umori più strani, le più diverse sostanze,
esperienze, materia, estranee persone,
indifferenti, guardinghe, accoglienti
od ostili, come il mare
e le onde che devo comunque solcare.

.
Non so mai, non posso ad ogni singolo impegno
che dal mio ingaggio di vita deriva,
sapere se riesco, se poi completo l’impresa,
se mi aspetta ogni volta una spiaggia,
un deserto, o un diverso e più nuovo naufragio.

.
Se un morso ho ancora di tempo,
una sua qualche porzione,
oppure se appena ho un minuto soltanto,
se è quello che tutto del tempo rimane.

.
È diverso da quel che si dice,
da quello che dicono alcuni,
dei tanti che questo mondo comune abitiamo,
la maggioranza assoluta.

.
Il tempo che fugge, di tutte le vite,
dei riflessi più propri di ognuna,
una sua memoria
mantiene. Di ognuno di noi
anche quello che mai nessuno ha del tutto
voluto conserva, raccoglie, non lascia cadere,
anche lo sporco negli angoli bui,
di tutte le case, o bordelli di vita,
che abbiamo nel tempo abitato.

.
Non è la grazia benigna di un dono,
questo tempo ristretto che ci esaurisce la vita,
la sola per giunta che abbiamo.
La somma degli anni,
e il suo resto che fa sempre difetto,
si ostina e continua a mancare.
L’ammanco più estremo a restare.
Il peso più grande, il più grande dolore
di tutto quel niente che siamo,
inscritti in un cerchio,
di cui non si riusciamo a ottenere
un quadrato, una piana,
più regolare, o imprevista, diversa figura.

.
Il senso lontano. Marginale, residuo,
incompleto, e insieme assoluto. Confuso.
Di questi imprevisti incidenti che siamo.
Il marchio di ogni creatura.
Incombe, eppure ci invita.
Ancora ci chiama a raccolta.
Ci invita a cercare.
A viaggiare, a fare domande
importune,
ingenue, profonde, infantili.
A non essere stanchi, quando è la stanchezza
soltanto, più forte, a restare.

.
Cercare qualcosa che valga
tutta la pena che dentro portiamo,
a capire, sapere, viaggiare di fuori
e di dentro, a darci conforto,
e raccogliere il pianto.
Di una madre che vede il suo figlio morire,
di un amico che tutto ha perduto,
di chi non conosci, non capisci la lingua,
ma il cui bisogno intendi all’istante:
è il tuo stesso linguaggio a parlarti.

.
E commuoverci ancora,
quando ci sembra che sbagliamo la strada,
e invece incontriamo qualcuno da amare.

.
La fortuna più grande.
Che io accarezzo ogni sera, in piedi, da solo,
davanti a una finestra
coi vetri aperti, anche durante l’inverno
di questa mia fredda pianura,
perchè l’illusione sia quasi più grande,
di vederti improvvisa, da fuori, arrivare.

.
Amare un sorriso. Uno solo.
Io credo che possa valere una vita,
tutta quanta la vita che in silenzio
ho sofferto da solo.

.
I conti non sanno tornare.
E neppure devono farlo, se non
una volta ogni tanto, per caso,
oppure per sbaglio.
Forse è scritto davvero, da qualche parte
tra il cielo, la terra, il mare
e l’azzurro di un sogno,
che la somma totale, alla fine,
non debba mai davvero tornare.

.
Non è il tuo personale sollievo
che importa. Lo sgravio di una sola coscienza.
È un tutto che fuori, intorno ed altrove,
si ostina a restare.

.
Ti si nasconde. Ma fa il suo dovere,
è quello che il tuo dolore da sempre attraversa,
da sempre più forte scolpisce.
Il tuo, personale, impegno e richiamo alla vita.

.
Perché dopo,
non il nostro soltanto, ma il tempo del mondo
che è intorno,
al di là della tua comprensione,
sarebbe ultimato.

.
Un foglio, una penna. Un amore.
L’amore che siamo.
L’amore cercato, la nostra sostanza interiore.
Nient’altro.
Qualcuno che ti assomigli diverso,
su di una sponda di rigo di un foglio
l’attesa soltanto,
quando la vita è te, col tuo inchiostro,
che scrive,
e invece il tuo mare resta lontano.

.
Così tu solo sei stato,
e per te bravo e capace
di un così grande cercare.
E senza più attesa, illusione,
o fantasma d’incanto,
hai rotto gli ormeggi,
hai rotto gli indugi.
Hai fatto un incontro
che ti ha presentato
alla vita
che ormai con un passo contrario e diverso,
l’uno dall’altra distante,
camminava da sola.

.
Il mare, la vita, l’amore. Lo scriverne ancora,
fin che il fiato ti dura, e ti dura la vita.
Che però non sarebbe la stessa,
neppure la stessa a tornare.
Se lei se ne andasse, se smettesse di amare.
Di lasciarti da solo,
con il nome che porti, tra le onde
anonime e vaghe, indifferenti, infinite,
di una pozzanghera d’acqua,
tra le gocce di pioggia, sul mare.

da “Io sono qui” di Massimo Salvadori, Photo City Edizioni, 2012 (euro 14,00)

Nota
.
Curioso proporsi , rileggersi e ancora scoprirsi coerenti alla propria scrittura: negli anni si fanno esperienze nuove e diverse, si maturano parole e silenzi, si soffrono lutti ed incontri, amori e illusioni per i quali non ci si sente mai forti abbastanza, eppure, sorpresa, riscopro ogni volta che tempo e coscienza trovano ancora la medesima forza d’unirsi in quelle parole che più di ogni altra, lo stesso discorso, uguale speranza, vivo e rispetto in vita e in scrittura, con i quotidiani difetti di tutta una vita ma con tutto me stesso e sopra ogni cosa: l’amore e il silenzio, la sofferenza, il deserto, la morte e un desiderio struggente di cielo e di vita, di risorgere ancora. Poche, sicure, confidenti parole e molti silenzi, vissuti e importanti: la vita e l’amore sono per tutti il tempo e il futuro, le loro parole, le parole che scrivo, sono fede, ricerca, convinzione, speranza, oppure, altrimenti, non sono.

—-

Massimo Salvadori nasce e vive a Modena. Di formazione umanistica, si laurea in Storia a Bologna. Collabora negli anni dell’Università e in quelli successivi ad alcuni progetti editoriali e di laboratorio su scrittori “dimenticati”. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Io sono qui”  (Photocity Edizioni). Srive perché è scrittura la vita: ognuno fa quello che può, ogni giorno, come in un libro o su un foglio. Con fiducia, possibilmente.

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *