Sloterdijk, “La mano che prende la mano che dà”

Nello scaffale: Peter Sloterdijk
“La mano che prende la mano che dà”
Raffaello Cortina Editore 2012 (euro11,00)
a cura di Luigia Sorrentino

Peter Sloterdijk, il filosofo antitasse
di Laura Cervellione

Perché la filosofia non può parlare di tasse? Soprattutto quando il fisco diventa una selva oscura, il filosofo avrebbe buon diritto di accendervi un po’ di lumi. Così rivendica Peter Sloterdijk in alcuni interventi sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, andati a comporre un volumetto polemico, La mano che prende e la mano che dà. Una mano che tormenta il teutonico di Karlsruhe, tanto da convincersi che non è l’Essere, né il Tempo, ma sono le Tasse l’assillo più orizzontale del pianeta. Giacciono lì, nella loro datità, senza che nessuno le abbia mai decentemente giustificate.

Ecco, ridotto all’osso, il suo ragionamento “no taxation without explanation”. L’individuo è l’unità minima di senso attraverso cui tutto deve essere giustificato. “Tutto” comprende anche il frutto dell’olio di gomito della piccola monade, un diritto arcimeritevole di tutela. Se espropriato, deve esserci un return on investment, altrimenti è cleptomania istituzionalizzata.

A meno che la ratio non sia etica, il buon proposito di garantire i mezzi anche a chi parte svantaggiato. Anche qui però, se pure volessimo fare beneficenza, perché centralizzarla in mano statale? Così il cittadino è mortificato, la sua identità sbriciolata nelle anonime sequenze del codice fiscale, i soldi del suo F24 che gironzolano a sua insaputa, chissà dove. E soprattutto, senza nemmeno un grazie, anzi, il Leviatano succhiarisparmi veste i panni del prode Robin Hood, mentre quel povero Giobbe del contribuente ci fa la magra figura del riccastro razziato e mazziato.

Che fare allora, pagare o non pagare? Un dubbio amletico un tantino surreale, ma che ha fatto ugualmente sobbalzare dalle cattedre i francofortesi sinistrorsi. Che poi in generale sono turbamenti tardivi, magari Sloterdijk pensava d’essere sulla cresta dell’onda, quando scopre un’acqua già scaldata e riscaldata in ogni particella da Robert Nozick, Murray Rothbard e anarcocapitalisti vari. Ma stavolta il brutto, per gli epigoni della Scuola di Adorno e Horkheimer, è che non parliamo di un innocuo libertario oltreoceano, lontano dagli occhi lontano dal cuore. Stavolta “il nemico è in casa nostra”, perché Sloterdijk nella conventicola accademica della Teoria Critica ci ha sguazzato a lungo, tanto che il suo bastione, il celeste Habermas, l’aveva addirittura benedetto ai bei tempi della Critica della ragion cinica. Ora invece lo stramaledice per tramite della sua longa manus Axel Honneth. Il solerte discepolo, nella foga restauratrice dell’ordine infranto, ha pur mosso all’ex compagno obiezioni legittime. Non sarà semplicistica la sua reductio della questione tasse al teorema nietzscheano dei potenti vessati dai risentiti? Dove sono i sacrosanti distinguo? Dove l’analisi rigorosa? E soprattutto, senza tasse chi caccia i soldi? Se al momento del conto c’è il fuggi fuggi, che facciamo, torniamo allo stato di natura? Imbracciamo i fucili?

Risposta sbagliata per Sloterdijk. In realtà il suo ragionamento, lamenta, non è stato proprio capito, perché siamo imbevuti di un’antropologia anni Quaranta che ci rende pessimisti riguardo ai nostri istinti. Al contrario, dentro di noi alberga anche uno slancio empatico che ci condurrebbe ad autotassarci quanto basta da finanziare lo Stato sociale. Una collezione di beaux gestes metterebbe in moto un sistema altro, non più retto da questo Medioevo fiscale, ma da un’economia prometeica e generosa.

Per Sloterdijk è illuministicamente avvilente che i cittadini debbano essere una sudditanza di espropriati infelici, quando possono essere una società di proprietari munifici. Che poi a livello di dna saremo pure sporchi egoisti, ma tanto per diventare civili mica dobbiamo prender lezioni da madre Natura, obbedendo a metafisiche giusnaturalistiche che non reggono più. Noi, macchine viventi, di istinti ne abbiamo molteplici e variegati. Per questo è tutta questione di software. Bisogna essere meno basic, più sofisticati, agire per via tecnologica, a forza di raddrizzate. Come? L’habitus collaborativo-solidaristico s’indossa tramite una specifica tecnica culturale – antropotecnica – che a colpi di piani degli studi e iniezioni di bon ton ci addomestica a rompere i nostri salvadanai pro patria.

Al di là della fumosa proposta politico-pedagogica (sogni di discesa in campo? voglia di ministero?), Sloterdijk ha ragione. Le tasse dovrebbero essere roba da adulti consenzienti informati, e non un tributo mistico versato da noi, masse trogloditiche infantilizzate, a un paternostrum bastonatore. E sarebbe da meschini accodarsi a una visione incupita di noi stessi, incapaci, senza gioghi, di mantenere promesse, bersagli precisi del misantropico Hobbes, quello che “i contratti senza la spada sono mere parole”.
Lo strumento per il make-up pedagogico, però, non potrà mai essere la coercizione, la paternale calata dall’alto, ché mica si può far rientrare dalla finestra quel che abbiamo appena messo alla porta. Il medium educativo sarà l’attrazione. Il buon esempio. Perciò, visto che noi italiani ce la passiamo male, siamo Pinocchi e Schettini e andiamo verso la Grecia eccetera, mentre la locomotiva tedesca pedala inflessibile e non conosce spread, e considerato che siamo concittadini europei, e oltre al codice fiscale, abbiamo anche il codice Iban, se quella di Sloterdijk vuol proprio essere un’etica del dare, noi volentieri riceveremo.

(Articolo scritto da Laura Cervellione per “Il Tempo” e pubblicato il 7 giugno 2012)

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