“Poeti da riscoprire”, Tommaso Landolfi

Progetto editoriale ideato e curato da Fabrizio Fantoni
con la collaborazione di Luigia Sorrentino

“Ora so, che son saggio”: ancora su Landolfi poeta
di Leonardo Lattarulo

Nella penultima scena del dramma dedicato da Landolfi alla vita di Cagliostro il protagonista, prigioniero nella Rocca di San Leo e ormai prossimo alla morte, riassume con queste parole, rivolgendosi ai carcerieri, il suo illusorio progetto di potenza magica, la sua vana ricerca della «divina diversità» e della «divina avventura»: «Volli illudermi che le cose non fossero quello che sono, che da ogni cosa si potesse cavare una riposta virtù che … la riscattasse: dalla noia, dal tedio, da se medesima» . Giunto ormai alla fine della sua vita, il Cagliostro landolfiano deve invece riconoscere la sconfitta di quel progetto e anche l’inevitabilità, si vorrebbe dire, ontologica della sconfitta: «Le cose son quello che sono, invece!» .

In una lirica di Viola di morte, la sua prima raccolta di versi, Landolfi riprenderà e confermerà la conclusione del suo Cagliostro, affermando che l’«unica saggezza» consiste forse nel «prendere ogni cosa per se stessa» e nella rinuncia a considerare le «innumeri presenze» del mondo come una «foresta impietrita/ Che cerca in altro cielo il suo motore» . Lo scrittore giunge dunque ad una negazione del nesso tra essere e linguaggio; tuttavia il primo verso della lirica – «Che fa, se non ci spia, l’albero immoto?» – contiene forse un richiamo ai Vers dorés di Gérard de Nerval: «Crains, dans le mur aveugle, un regard qui t’épie:/ A la matière même un verbe est attaché…». La «foresta impietrita», poi, non può non rimandarci alle baudelairiane «forêts de symboles», alla concezione di una Natura misteriosamente significativa, che si esprime e ci interroga con le sue confuse parole. Nonostante il suo legame con la grande tradizione del romanticismo e del simbolismo, però, Landolfi è ormai convinto che si debba rinunciare a considerare la realtà in quei termini: la sua produzione poetica si colloca del tutto al di fuori dell”idea simbolista’. La poesia landolfiana presuppone infatti il conseguimento di una dura saggezza negativa, di una «malvagia scienza» , che consiste in primo luogo nella negazione della possibilità stessa di interpretare la realtà come linguaggio cifrato, come enigma che rinvia ad un senso nascosto: «L’attesa d’un messo celeste/ Basta a vivere, forse./ Ma tanto corto è il nostro/ Passaggio: sul momento/ Il nero spazio nulla ci tramanda,/ Non voce, non figura – specchio immenso/ Dell’anima nostra peritura» .
Lo sfondo di questa poesia è un «vuoto regno» , in cui appare ormai impossibile ogni ‘donazione di senso’: «In questo libro nulla ho letto», dice lo scrittore, perché «Io non so leggere, ecco tutto» .
Landolfi individua con grande chiarezza gli esiti di questa desimbolizzazione sul piano della poetica: «Taluno dicesi veda/ Nel masso la figura o sulla tela;/ Così talaltro volle ritrovare/ Sul foglio i lineamenti del suo sogno./ Ma la pagina bianca è muta e cieca/ E nulla ci rimanda/ Se non la nostra voce e il nostro sangue./ Di pagine bianche/ È impossibile vivere» .
La poesia landolfiana, dunque, tutta chiusa nell’esistenza singola, si attua in un ambito in cui «non hanno più voce le sirene» : essa non è apertura e ascolto, ma riflessione esclusivamente soggettiva, ed appartiene interamente all’ultima fase dell’itinerario dello scrittore, una fase che può essere contrassegnata dalle parole conclusive della raccolta di racconti Ombre (1954), poi riprese nel titolo e nell’epigrafe di un libro successivo, Se non la realtà: «Non v’è più meta alle nostre pigre passeggiate, se non la realtà» .
Ora, nella poesia di Landolfi l’oggettività, destituita di ogni valenza simbolica, tende per lo più ad assumere un aspetto cupo e minaccioso : già in Viola di morte, ad esempio, compare in più luoghi la sinistra immagine del ‘sole spento’: «Ed ora aspetto che sia morto il sole/ Perché sia piena la mia sorte» ; «Ma il sole è morto, è spento» . Nel Tradimento, poi, il sentimento di orrore cosmico si accentua ulteriormente e il paesaggio reale appare, a volte, del tutto identico al paesaggio di un incubo : «Scaduto era il gran sole in ombra e in gelo,/ Incupito, inviolito il cielo; tutto/ Taceva, e, come a me soltanto inteso,/ Mi guatava ogni oggetto» .
Come può configurarsi la poesia a partire da questa radicale desimbolizzazione, da questa dura riduzione della realtà a se stessa? Ascoltiamo, ancora una volta, la parola di Landolfi: «Potrai tu sostenerti nel naufragio/ A quelle foglie galleggianti/ Che un vento lungo abbia strappato a riva? -/ Eppure io non vi lascio ancora,/ Poveri fogli» . Landolfi non coltiva alcuna illusione intorno alla sua poesia e alla sua capacità rivelativa o salvifica: nulla è più lontano da lui di una ‘religione della poesia’, perché egli sa bene che «non è qui, non è qui ciò che ci salva» . Resta però affidata alla poesia una funzione residuale: quella di accompagnare e commentare l’indefinita durata dell’esistenza, di sostenerla e di ricondurla ad un’esperienza pur sempre unitaria, un’esperienza che, per altro, non accetta più di risolversi nella sublimazione estetica: «Non posso più trasporre questa vita/ In favole del cuore, o della mente» ; o, ancora: «[…] non più giungo ad evocare/ Le care immagini perdute» .
Landolfi poeta respinge l’universalità e la sublimazione lirica con la stessa ostinazione con cui il suo Landolfo VI di Benevento, nell’omonima tragedia in versi, respingeva, in nome del puro e semplice vivere, la soluzione eroica del gesto tragico: «Più forte della gloria e dell’onore,/ – aveva dichiarato il protagonista della tragedia landolfiana – E dei celesti doni il più prezioso,/ È la vita medesima» .
Potremmo dire che nel Landolfo VI l’elemento tragico consiste principalmente in una disperata renitenza al tragico, nel rifiuto di sacrificare alla decisione tragica una tenace vitalità, che però, in conseguenza di questo mancato compimento, assume un carattere prevalentemente negativo e naufraga nel ‘cattivo infinito’ . Ora, quella tenace e intrascendibile vitalità è operante anche nelle raccolte poetiche, in cui Landolfi vuole restare ostinatamente aderente alla sua esistenza immediata, rifiutando l’universalizzazione estetica: «Felice chi può fare/ Del proprio dolore una croce,/ Un faro, un segnale,/ Felice chi si trasfigura/ E beato il dolore universale;/ Risucchiato in un buio/ Vortice, io vedo solo/ La mia miseria personale,/ Donde nessuno potrà mai/ Trarre una norma od esemplare almeno/ Il cuore umano» .
Nella poesia landolfiana il sentimento deve, di necessità, essere inteso come meramente particolare e non può assumere carattere ‘cosmico’, perché, ove ciò accadesse, dovrebbe essere messo in discussione il presupposto della ‘realtà’ come radicale e minacciosa estraneità.
D’altra parte, l’ostinata adesione alla singolarità e al vivere immediato, che teme e rifiuta ogni valorizzazione, coesiste con una disposizione psicologica che Landolfi definisce come «renitenza alla vita»: «Renitenza alla vita è il mio gran vanto» , egli dice. Questo vivere che non incontra mai la vita, testimoniato dai diari in prosa e in versi, resta sempre incompiuto e assume dunque un persistente carattere negativo, collocandosi quasi completamente sotto il segno di una «furia meschina/ Che i nostri giorni avvelena» : furia meschina a cui nel Tradimento Landolfi darà, nella prima delle tre epigrafi del libro e poi in una breve lirica, il nome di «Ismena», ad essa collegando i temi della quotidianità degradata e dell’esistenza come «infinita perdita» , a cui è negato ogni possibile compimento.
Ora, da questa scelta antitragica in favore della vita immediata – scelta che impone una rinuncia al senso e al compimento e che finisce dunque per assumere anch’essa una configurazione negativa e tragica – deriva il tema, dominante in particolare nel Tradimento, dell’esistenza come durata indefinita, del puro e semplice vivere che non incontra mai la sua fine, di quella «cana eternità» che Giuseppe Gioachino Belli aveva evocato in un grande sonetto del 1846, La morte co la coda . Landolfi colloca appunto, tra le epigrafi del Tradimento, le due terzine del sonetto belliano, situandole accanto ad alcuni versi di Jorge Luis Borges, tratti da un componimento poetico intitolato Insomnio. Nel suo sonetto Belli aveva introdotto l’immagine angosciosa di «un antro monno,/ Che ddura sempre e nnun finisce mai», commentando: «È un penziere quer mai, che tte squinterna!». Nei versi di Borges, citati da Landolfi, ritroviamo lo stesso stato d’animo, lo stesso sgomento di fronte alla «terrible immortalidad», alla «vigilia espantosa», alla «inevitable realidad de fierro y de barro». Questa realtà di ferro e di fango, sentita come inevitabile perché esclusiva e intrascendibile, è ormai anche la realtà del Tradimento landolfiano:
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«Ahimé nell’universo
Non ha luogo la morte, ora ben vedo:
L’odiosa vita regna in ogni dove.
Vano è cercare scampo e refrigerio
Al gran barbaglio, travaglio e fragore
D’una maligna estate.
Non si dà tana ombrosa
Né di stagione men rabbioso indizio;
Nessuno torna indietro.
“Schiaccia il capo alla vita”. – Oh amico ignaro!
All’esser nati non è più riparo» .
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Questa poesia, che abbiamo citato per intero, s’intitola, significativamente, Struldbrugness: con questo titolo Landolfi vuol sottolineare ancora una volta, con un ulteriore richiamo letterario, il tema, dominante nel Tradimento, del cattivo infinito, della ‘cana eternità’, dell’esistenza come deriva senza morte e senza compimento: il riferimento è qui agli “Struldbrugg” del terzo libro dei Gulliver’s Travels di Jonathan Swift, uomini condannati all’immortalità e ad un processo senza fine di invecchiamento e di decadimento, che appaiono al narratore come «lo spettacolo più mortificante» che abbia mai visto.
Dal rilievo assunto da questo tema della «immortalità abborrita/ Dal saggio» , davvero centrale nell’ultimo Landolfi, discendono alcuni dei più rilevanti caratteri formali della sua poesia: in primo luogo, l’andamento riflessivo-diaristico che caratterizza sia Viola di morte sia Il tradimento. A questa altezza, infatti, la poesia non può essere, per Landolfi, luogo di rivelazione, perché la realtà ‘inevitabile’ esclude la possibilità stessa di una rivelazione o di un darsi cifrato dell”al di là delle cose’. Ormai la poesia può vivere solo come riflessione, commento all’esistenza, testimonianza del perdurare di un tenace e insensato residuo vitale e del riaffiorare, entro questa durata, dei ricordi di un’epoca tramontata che ammetteva ancora l’illusione: «Il Ricettacolo dei sogni/ Rovina e si dissolve:/ Ma quale altra dimora/ Di quella potrà mai tenere il luogo?» . E ancora: «Di qui moveva un tempo/ La processione dei sogni:/ Male accozzati, l’uno all’altro/ Nemico, torvi, menzogne/ Turpi, ma sogni pure,/ Ma pegni d’avvenire,/ Di possibilità future,/ Ma brividi da patire/ La nostra vita dispersa, ma segni/ Di un’alba, se avverrà sole da tanto…» .
Ora, la poesia di Landolfi, dato il suo carattere di diario e di commento ad una durata senza progetto, presuppone il preliminare raggiungimento di una dura e negativa sapienza. In un bel saggio sul Tradimento, Giovanni Maccari ha osservato come Landolfi poeta abbia «toccato il fondo della propria saggezza prima della poesia» : per conseguenza, «il complesso delle liriche si presenta dunque come una lunga teoria di verifiche del categorico assunto di partenza» . Possiamo allora comprendere, a partire da queste considerazioni, un altro aspetto rilevante della poesia landolfiana: la sua tendenza ad assumere una forma, per dir così, gnomico-negativa. La lirica di Landolfi conferma un sapere che la precede, che è già dato tutto prima del suo attuarsi; essa si configura come una delle possibilità espressive rimaste dopo l’approdo ad un radicale disincanto, esito di una catastrofe su cui l’elaborazione poetica non può in alcun modo agire. Da questo carattere confermativo e assertivo deriva la tendenza gnomica, di cui proponiamo alcuni esempi: «Nulla significare, nulla dire:/ Tale forse il supremo atto d’amore» ; «Felice chi non corre alla sua fine,/ Ma al suo principio divino» ; «Dovunque la penna arriva,/ Si ritira il suicidio» ; «Breve navigazione il meglio chiede,/ L’oceano del peggio non ha approdi» ; «Non costruiscono, gli anni,/ Ma traggono a rovina» ; «Quanto avevo ragione, e quanto lieve/ Profetare tra gli uomini sciagure» .
Questo sapere, che precede la poesia e dalla poesia è confermato, ha un carattere decisamente negativo: «Pure, non m’era chiaro il tuo messaggio./ – dice Landolfi in Viola di morte, rivolgendosi ad uno «spoglio ramo invernale» – Ora so, che son saggio,/ Ora so/ Che mi dicevi di no» . La poesia landolfiana muove appunto dalla raggiunta coscienza di questa negazione e si mantiene, per lo più, al suo interno.
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Nel quadro del disincanto e della completa desimbolizzazione, che costituiscono l’orizzonte di questa poesia, ogni momento di ‘donazione di senso’ deve configurarsi come illusione, anzi, più precisamente, come illusione passata, come ricordo di un’illusione. Da qui, allora, il permanere, pur nel dominio di una rigorosa e disincantata saggezza, della nostalgia: una nostalgia che, leopardianamente, si rivolge alle ‘favole antiche’ e che può persino divenire rimpianto della paura e dell’angoscia di un tempo, di una condizione in cui erano ancora possibili la paura e, quindi, il fantastico: «O cari mostri della giovinezza,/ Lunari orrori, ribrezzo/ Di solitarie dimore,/ Palpiti di terrore:/ Quanto più vivi e quasi lieti, quasi/ Lievito di speranza!/ In oggi fin l’angoscia è morta» . E altrove, ancora nel Tradimento: «L’indifferenza è l’ultimo terrore./ Oh quanto rimpiango l’angoscia,/ Lo spavento delle mie notti,/ Quei veri pegni di vita/ Cui questo è seguito, e non altro/ Poteva seguire: ero giovane allora/ E sono vecchio» .
La condizione in cui era possibile il fantastico, il piacevole orrore del fantastico, è stata dissolta non da un compimento o dall’attesa di un compimento, come in Racconto d’autunno, ma dal pensiero del ‘cattivo infinito’, che è qui davvero, per dirla con Borges, un pensiero che «altera e corrompe tutti gli altri». Dunque, in questa durata indefinita, la nostalgia più grande deve rivolgersi non già alla giovanile illusione di possibilità illimitate, ma proprio al limite, ad un’epoca in cui si dava ancora il limite. La nostalgia più grande di Landolfi è la nostalgia del limite: nel Tradimento c’è una poesia molto importante, intitolata La proda, in cui questo sentimento è individuato con mirabile chiarezza: «O futuro lettore, un giorno andato,/ Per te passato irrevocabilmente,/ Un giorno era una proda ad ogni cosa:/ E di ciò noi si visse, i padri antichi,/ Fino all’ora di Satana, che svelse/ Dalle lor sedi i primi abitatori» . Rispetto a questa età passata, in cui «Si volgeva ogni cosa entro sua sponda,/ Dall’una all’altra rimandata» e «Ogni cosa fuggiva e ritornava» , quella presente è l’epoca in cui l’illusione del limite è stata perduta irrevocabilmente: «Ormai/ Non ha più proda e non ha legge l’onda:/ Freme, s’increspa, va senza ritorno,/ E non perciò che trovi l’infinito» . La moderna perdita del limite, dunque, non si è risolta in un incontro con l’infinito e ha invece dato luogo ad una deriva che appare senza fine.
Questa condizione – che nei versi della Proda è considerata come un destino storico, come la condizione della modernità – sul piano personale è descritta da Landolfi come un durare «Di morte senza speranza, e senza speranza di vita» . In questo contesto si modifica profondamente anche la disposizione dello scrittore verso la religione: da un lato, infatti, si accentua molto il sentimento dell’insufficienza di ogni tentativo di oggettivare, di rappresentare lo ‘jenseits der Dinge’, di configurare il compimento della finitezza; dall’altro lato, però, si accentua in Landolfi anche la nostalgia verso le vecchie fedi tramontate, verso il tempo in cui «Dio medesimo/ Talvolta ci appariva meno improbabile» . Questa nostalgia religiosa, poi, a volte ironizza su se stessa e si presenta come nostalgia di una condizione in cui aveva senso, e, di preciso, proprio un senso religioso, anche la bestemmia: «Se Dio non è, chi bestemmiare?/ O tu, canuto despota, ritorna/ Come agli antichi giorni quando/ Regnavi sulla cenere e la lava,/ Sul fuoco e le faville,/ E sul primo mortale adoratore/ Di simulacri d’argilla» .
Al dominante sentimento nostalgico si lega, sia in Viola di morte sia nel Tradimento, anche un altro tema centrale, quello della donna inesistente o appartenente ad un passato irrevocabile, della «familiare Sconosciuta» , che a volte si identifica con la figura della madre, morta quando il poeta era bambino , invocata come apportatrice di una salvezza che, per altro, si sa impossibile: «Aiutami, ti prego, cara morta:/ Su questa terra ormai non trovo/ Conforto» . In questo ambito si trovano alcuni dei risultati più alti dell’intera produzione poetica di Landolfi:
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«Quel ricamo d’argento
Sulla veste di raso azzurro
Mi incantava fanciullo:
Veste d’una, morta da gran tempo.
E v’erano giubbe
Scarlatte con alamari d’oro,
V’erano brache pompose
Di seta o di velluto,
Mantelli di vaio, capricciosi
Tocchi, amoerri, zendadi,
Broccati, cappelli piumati,
Gorgiere, parrucche ricciute…
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Ma quella veste soltanto
Moveva il mio riso e il mio pianto:
Azzurra come il cielo
Da Espero trapunto» .
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Come si può rilevare anche dalle citazioni precedenti, nella sua produzione poetica Landolfi tende all’espressione diretta e immediata della sua condizione sentimentale. Maccari, nel suo saggio già ricordato, ha osservato come in particolare nel Tradimento, più ancora che in Viola di morte, scompaia del tutto «l’intenzione letteraria» , nonostante che «il lessico, il serbatoio delle immagini e metaforico, alcuni giri sintattici, rimangano di stampo squisitamente aulico, perché tale è in definitiva la più profonda natura dell’autore» : nei suoi libri di versi lo scrittore appare «tutto teso a una restituzione immediata e veritiera delle proprie tematiche» . L’urgenza di tali tematiche e la volontà di restare aderente all’individualità immediata, rifiutando di sottometterla a valori che la trascendano e ne esigano il sacrificio, spingono Landolfi ad una sfiducia verso l’elaborazione letteraria e ad una negazione dell’universalità lirica: egli non intende, dunque, la sua produzione in versi come propriamente poetica e si rappresenta, invece, «Dalla nuda poesia, dalla ricciuta prosa,/ Egualmente allettato/ Ed egualmente da ambedue respinto» . In questo luogo, «Sul pericoloso spartiacque/ Tra la poesia e la prosa» , il lavoro letterario finisce per configurarsi come una «caccia/ Insana e senza preda, fatta/ Di domande affannose/ Alla sorte che è muta» , testimonianza di una ostinata e ansiosa durata vitale che vuol persistere pur nell’assenza di ogni risposta.

Ora, certamente dobbiamo riconoscere qui, nei due libri di poesie di Landolfi, uno degli esiti più rilevanti dell’itinerario dello scrittore: il naufragio nel cattivo infinito si lega al suo prometeismo o, per dir così, al suo iperrazionalismo – che nei diari si manifesta in quella che l’autore, autoironicamente, definisce come la sua «frenesia ragionativa» – e ne rappresenta una radicalizzazione. Tuttavia sarebbe un errore ritenere che questa sia l’unica ed esclusiva conclusione dell’itinerario landolfiano; di fatto, accanto ad essa permangono altre possibilità: ad esempio, quella rappresentata dalla ‘poetica della casualità’, che presiede alla composizione di tanti racconti degli ultimi anni e che trova una chiara espressione anche in alcuni versi dedicati da Landolfi alla figlia: «Lo vedi:/ Sono sorelle perfezione e morte/ (O son la stessa cosa forse)/ Ed ambedue deludono. E tu, vivi/ Lungo aleatorie, provvisorie orme,/ Libera, casuale ed imperfetta,/ Sposa a tutti i cammini e a tutti i trivi…» .
La poetica dello ‘scrivere a caso’, che presuppone la scelta di ‘vivere a caso’, è apparsa «futile» di fronte ai temi centrali di Viola di morte e soprattutto del Tradimento, suo «grave e terribile seguito» ; in realtà, però, essa consente che permanga, accanto alla visione tragica prevalente nei diari poetici, la possibilità di un esito non tragico, benché fondato sulla rinuncia a quel prometeismo romantico, della cui disfatta, narrata dallo scrittore in primo luogo in Cancroregina, sono testimonianza conclusiva i libri di versi. La produzione poetica di Landolfi, come abbiamo osservato, resta per lo più all’interno del sapere negativo che la precede e che essa è chiamata a confermare. L’incontro di quel sapere con la poesia non dà luogo ad una ‘ultrafilosofia’, in cui sia possibile ritrovare il valore di tutto ciò che dalla ‘filosofia’ è stato negato. I versi di Landolfi testimoniano di una tenace durata vitale ed anche contribuiscono a renderla possibile, ma in essi la «trista scienza» tende a imporsi sull’elaborazione lirica e a sottometterla a sé, impedendo l’azione di quel «senso dell’animo», per citare ancora Leopardi, a cui le cose umane, nonostante tutto, «mostransi non indegne di qualche cura» : senso dell’animo benedetto, diceva Giovanni Gentile, perché «salva l’uomo dal sapiente» . Tuttavia, rispetto al tema, centrale in particolare nel Tradimento, della ‘cana eternità’, dell’esistenza come deriva senza possibili approdi, è pur vero che nella poesia di Landolfi si danno momenti che si sottraggono al tono dominante e che ripropongono la poetica solo apparentemente minore dei racconti scritti ‘a caso’. In essi, pur nell’assenza di risposte alle domande poste dalla frenesia ragionativa, si manifesta una tendenza, appena accennata, a rivalutare ciò che appare marginale, irrilevante, caduco: come, ad esempio, «l’essere insieme, in un mattino/ Casuale e precario» che, in una lirica di Viola di morte rivolta dallo scrittore alla moglie, sembra stranamente sottrarsi alla necessità e che dunque, dice Landolfi, «confonde il destino» .

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Commenti (2)

  1. Mio padre leggeva Tommaso Landolfi ed io lo guardavo leggere.
    A volte leggeva ad alta voce ed io tacevo. Pensavo alle due emme
    di Tommaso e lo trovavo eccentrico, abbondante in consonanti ed in respiro questo Tommaso. Ci sono pochi nomi che ammettono varianti. Tomaso, mio bel Masetto e Tommaso che ti riempie la bocca. Pensavo che il suo dono dello scrivere gli venisse dal non poter tenere il fiato ed i pensieri insieme.
    Nessuno mi guardera’. Oggi leggo da sola.

  2. Si! E’ proprio cosi’! Bravo a chi ha scritto! …ed aggiungo una poesia “Cavaliere nero della notte”

    Questo cuore che batte senza posa
    Questa vita che va senza arresto
    Questa energia silenziosa che non domanda nulla
    Chi incontrera’ domani?
    In una grotta oscura come trovera’ la luce?
    In un deserto di sabbia come trovera’ l’acqua?
    Senza dei e senza diavoli come ritrovarsi umani?
    Il cavaliere senza testa cavalca le notti del disgelo
    Il suo mantello svolazza vellutato e soffice
    La ritrovera’ la sua testa?
    Caduta vicino al ruscello
    Decapitata da un colpo di sciabola ignoto
    Senza testa non puo’ presentarsi
    Solo il cavallo le riconosce… le briglie…
    Le mani del suo maestro
    Caduta vicino al ruscello… chi la ritrovera’?
    Forse una ninfa? Forse una dea?
    Diana trovera’ questo tesoro e lo ridara’ al cavaliere.
    Cavallo nero della notte
    Fermati all’alba per un sorso d’acqua!
    L’erba e’ fresca! Disarciona il tuo cavaliere senza testa!
    Che la bella… la musa lesta,lesta gliela possa rimettere
    Cavaliere nero della notte… Cavaliere nero della notte!

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