Francesco Marotta, “Esilio di voce”

Riletture
a cura di Luigia Sorrentino

Francesco Marotta, Esilio di voce Edizioni Smasher 2011

Dalla prefazione di Marco Ercolani

[…] In Esilio di voce il poeta lancia una sfida inattuale, da anacoreta: usare una parola ermetica a palpebre sbarrate/ nell’esilio di voce, rigorosa e tradizionale, per svellere i codici stessi della tradizione. Sa che un poeta, se si allontana troppo dalla natura della lingua per inseguire giochi verbali e acrobazie stilistiche, rischia di diventare un pittore “astratto” che non graffia più la sostanza delle cose. Marotta, pur non essendo un poeta “figurativo”, usa le parole dentro il loro senso e il loro suono abituali per farle vibrare di e per significati ulteriori, decostruendo la sintassi, inventando un’architettura neutra composta spesso di anacoluti e sospensioni tonali, trasformando la pagina più in una superficie pittorica e musicale che in un luogo soltanto verbale. E come potrebbe un poeta violento e verbale come lui, restare all’interno delle logiche linguistiche se non sommuovendole come all’interno di un maremoto?

La “tempesta” metaforica di queste poesie, che pulsano di metafore e di analogie, ha qualcosa in comune con il tripudio fastoso e malinconico delle descrizioni lirico-narrative di un grande “poeta in prosa”, il polacco Bruno Schulz, scrittore molto amato da Marotta e autore di due libri decisivi per la letteratura contemporanea, Le botteghe color cannella e Il sanatorio all’insegna della clessidra. Con Schulz, Marotta condivide la necessità di trasfigurare il reale lineare in un rigoglio tropicale e allucinato di immagini che, però, nel suo lato d’ombra, rivela una foresta vuota e spoglia di tronchi, una radura abbacinante e gelata. Un chiarore incurabile allaga questi versi, nel desiderio quasi impossibile di avere ancora suoni / per l’orecchio murato dei morti. […]

Imago I 

 
Scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva al rantolo
di un verbo scrivi con lo stilo
di ruggine che inchioda l’ala
nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite.

 

*

ci accomuna la conta differita dei morti
la mano adusa a separare codici e correnti
dal gorgo dove si adunano le ore
indicibile chiusa
di apocrifi in sembianti di volti
di giorni in forme declinanti
di parole.
*

come questa luce di specchio
quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mando da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio.

 

*
Speculum II
il dolore mormora la vita più lontano
irrompe per dire la smania l’ansiosa
caduta in principio di volo ma
si parla di giorni nemmeno compiuti
e sostanze intraviste per caso
per esempio un muschio un lievito
metamorfosi d’aria di pollini
della terra che rimane nel palmo
custode vigile di ogni richiamo
sorgente materna dell’ala.
*

all’inizio era una forma d’onda
una cresta aerea che si offre
alla spartizione del moto poi
il caso che libera tra ipotesi
ed evento la lettera finale
di un ricordo una vela che si oscura
negli specchi franati di ieri
in cambio di un accordo muto
di una lenta consunzione senza cenere.
Vulnus
Ci vuole la luce violenta di un rogo
per accostare l’abisso di volti che migrano
immaginare una sosta tra fioriture di imbarchi
liberare le tue labbra dal gelo
madre che parli l’infanzia dei giorni

*

la chimica dei passi
la musica che serra come in un intrico
di curve e forme in fuga lo spazio
severo incorniciato da pietre
di confine l’ultima possibile nascita
d’indivisa appartenenza
dove si apre il passo e il corpo
è acceso dai suoi mille nomi
resina e respiro in fiamme irreparabili

Nota bio-bibliografica

Francesco Marotta è nato nel 1954.
Tra le sue pubblicazioni in versi, “Le Guide del tramonto” (Firenze, 1986); “Memoria delle meridiane” (Brindisi, 1988); “Giorni come pietre” (Ragusa 1989); “Alfabeti di esilio” (Torino, 1990); “Il verbo dei silenzi” ( Venezia, 1991); “Postludium” ( Verona, 2003); “Per soglie d’increato” (Bologna 2006); “Hairesis” (Milano e-book 2007); “Impronte sull’acqua” ( Sasso Marconi, 2008). In antologie ha pubblicato le sillogi “Creature di rogo” (1995) e “Notizie della Fenicie” (1996).

Il suo blog La dimora del tempo sospeso all’indirizzo: Rebstein.wordpress.com

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Commenti (3)

  1. ho scritto parecchio su questo lavoro di Francesco e ad ogni lettura penso che potrei ricominciare a scriverne, ripercorrendone e riscoprendone il suono, la sinfonia di voci, il dolore profondo, la rinascita rinnovata di poema in poema in un unico corale canto dall’esilio di una voce che nessuno e niente potrà mai veramente far tacere.

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