Opere Inedite, Paolo Mazzocchini

Opere Inedite
a cura di Luigia Sorrentino

Paolo Mazzocchini è laureato in lettere classiche, dottore di ricerca e insegnante di liceo, dal 1979 fino ad oggi ha pubblicato numerosi contributi scientifici di filologia italiana, latina e greca presso prestigiose riviste e collane specializzate del settore, nonché testi scolastici di letteratura latina.
Da alcuni anni sta rivolgendo il suo interesse anche alla saggistica d’opinione ed alla scrittura creativa.
In proposito ha recentemente pubblicato, sotto lo pseudonimo letterario di Emilio Parresiade, un tagliente ed apprezzato pamphlet sui guasti della scuola superiore italiana (La scuola del P(L)OF, Di Salvo Editore, Napoli 20041; Aracne Editrice, Roma 20092). Sullo stesso tema è poi uscito anche il saggio epistolare Studenti nel paese dei balocchi. Lettera di un insegnante a un genitore (Aracne Editrice, Roma 2007), plurirecensito sulla stampa e sul web. È inoltre autore di una raccolta di racconti (L’anello che non tiene, Prospettiva Editrice, Civitavecchia 20071; Aracne Editrice, Roma 20132) Cura il blog Zibaldone (www.paolomazzocchini.wordpress.com) Collabora a riviste didattiche e letterarie.

Chiasmos
.
Sette e diciassette
del diciassette sette. Campeggia
numinoso sul display di un market
chiuso per ferie. M’ arresto
al rosso del semaforo. Sbuffi
di fata morgana sgusciano
per l’asfalto tenero di precoce
calura. Un becco finto antico
di fontana asciutta è una amletica
maschera teatrale. Un’aura ad onde
quasi piatte solletica la barba
gialla e incolta delle aiole. Nette
comparse in fermo scenario
da città ideale sono alberi
e case del viale deserto. Docile
muove il coro delle forme
nude al tacito ritmo di un’orchestra
intima pregna di senso. Fuori
dal golfo angelico infero scorre
il magma sordo e viscido del tempo
e dello spazio. Lenta una perla
di sudore colma l’incavo
lacrimale. Di colpo dallo Stige
rugge una belva di grossa
cilindrata. M’affianca
minacciosa. Verde
al semaforo. Riparto.
Sette e diciotto
del diciassette sette.

*

Poiesis

L’ostrica silenziosa
nell’urna del guscio
decanta il suo lutto
attorno ad un acuto
granello di pena. Con cura
paziente lo circuisce dentro
la sfera liscia dura, in sé
perfetta di una
lacrima di madreperla.
Poco importa se
qualche pescatore
mai ne profanerà
l’arcana pace.

*
Clytaemnestra

Dovrò dimenticarti
per poterti ricordare.
Dimenticare il cilicio
che t’incorona il capo; la sferza
nera di sangue sopra ogni
fiore di maggio che osa
odorare il tuo stento
giardino; il guaito insonne
di prefica che strugge lacrime
di piombo da pupille opache
alla luce dell’oggi, randagie
in cunicoli ciechi di rimorsi
e di angosce; l’acciaio
dei canini nelle carni
implumi a frustrarmi ogni volo.
Potrò ricordarti quando il vento
di settembre tra giovani
capelli d’erba sulla tomba
tua avrà spente finalmente
le candele che bruciano
il vischio del rancore. E le torbide
cagne dormiranno ormai
accoccolate sopra l’innocua
ritratta bellezza dei tuoi mai
sognati vent’anni.

*

Cena di mezza estate, in trattoria

La pioggia che rada rimbalza
e improvvisa sopra una scorza
bollente d’asfalto subito
sublima come il nastro bianco
soffice di nuvole sotto
la piastra rovente del cielo
di luglio. In un nulla un refolo
desiderato smuore nella
sudata bonaccia dei sensi.
Così il sorriso distratto
regalatoci all’ingresso
increspa soltanto una tiepida
palude d’indifferenza. Pure
qui nel lume molle
del ristorante denso
di nostalgici fumi – tra
specchiere trompe l’oeil
e mobili finti anni settanta –
sorseggiamo infervorati
rimpianti di quello
che non siamo mai
stati e i ricordi crocchiano
fra i denti con le patate
arrosto bollenti, abbrustolite
troppo perché si riesca
a scarnificarne un grammo
saporito di piacere.
E le parole nostre
non fanno più rumore
ormai delle bollicine
asprigne che esplodono
nell’aria strusciandosi
al bordo del fluttino.

*

Omfalocentrismo

Rivoluzioni copernicane,
digitali, globali, teorie
einsteiniane e darwiniane
annunci di incombenti
fiammanti eco-apocalissi, tam-
bureggianti proclami d’invasioni
d’anticristi in sembiante
di poveri cristi e d’implacate
pulci carnivore all’assalto
di leviatani incarogniti sulle
saprofitiche spiagge
della crisi: tutto questo
cosmicomico sabba,
diciamolo, non ha poi
sparigliato cartapecore
e muffe delle nostra geografia
cerebrale né tantomeno traslato
il centro barico del mondo
troppo lungi dalla morbida
elastica
sussultoria voragine
plastica
del nostro ombelico.

Di tanta speme
Certe mattine in punta
agli aghi dello spazzolino
osservo con virile
rassegnazione lo sbuffo
minuscolo rosa di dentifricio
spremuto fino all’ultima
stilla di rabbia e di fatica alla
strafottente renitenza del tubetto
ormai vuoto. Presagio
– generoso persino –
della felicità
che ancora mi aspetto.

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