Claudio Damiani, “Il fico sulla fortezza”

Colloquio con Claudio Damiani (foto Dino Ignani)

di Antonietta Gnerre

Nel tuo mondo poetico si coglie l’esigenza di una speranza salvifica che non può venire solo dalla storia. Lo testimoniano, ad esempio, alcuni versi tratti dalla tua recente raccolta “Il fico sulla fortezza”, Fazi Editore, 2012. Questi versi recitano così : ” …sì, sì, lo so, siamo i signori/ della natura, ma adesso vorrei soltanto/ sedermi su un banco e imparare./ Non dovere pensare a niente, soltanto/ stare zitto, stare buono, e imparare”.

Con “signori della natura” intendo che siamo un’intelligenza nata dalla natura stessa, che lei ha prodotto nella sua storia evolutiva, in questa terra come nelle altre terre, e che abbiamo una missione, che lei sa, noi un po’ meno, che implica una nostra guida, e pur tuttavia questo non deve farci insuperbire (insuperbimento che in età moderna è avvenuto, portando le moderne catastrofi, umane, ambientali, e soprattutto morali) ma dobbiamo essere sempre umili, e nell’atteggiamento di chi impara, nell’atteggiamento dell’allievo, che si siede su un banco e impara.

L’argomento principale della tua poesia è la natura nel fragile tempo umano. Scriveva Mario Luzi in Naturalezza del poeta: “Come avviene nella natura, proprio nella sua determinazione il poeta trova la sua libertà”. Sei d’accordo?

Sì, senz’altro. Preciserei ribadendo che l’uomo, anche quando non sembra, anche quando fa dei salti e sembra entrare in confusione, si muove sempre nella natura. Differentemente dal figlio che può allontanarsi dalla madre, l’uomo non può allontanarsi dalla natura. E così la sua arte, e la sua scienza.

L’albero è l’elemento che attraversa molte poesie. L’albero come lezione di vita e di supremo insegnamento? Che ne pensi?

La cosa meravigliosa delle piante è che sono “autotrofe”, cioè si nutrono solo di aria, acqua, luce e sali minerali. Cioè non uccidono altri esseri viventi per nutrirsi. Ciò non significa che chi lo fa, come noi, e gli animali, sia in errore. Anzi questo può farci riflettere sul significato della morte: non deve, proprio per questo, essere qualcosa di tanto terribile. Ma qualcosa di molto naturale e semplice, come mangiare, dormire, ecc.

La tua poesia, immediata e coinvolgente, racchiude un canto interno che sfida i confini del tempo. Una raccolta che si nutre di sostanza, di atomi, di misteri e di piccoli e grandi miracoli. Cito interamente la coinvolgente poesia che chiude la raccolta: ” Ogni tuo passo è un passo/ verso una gioia quieta./ Tu non aspetti, io non aspetto./ Tu non sei più giovane, piena di speranza, / ma hai raccolto i remi, hai ammainato le vele,/ ti lasci dondolare dalla brezza/ e vai alla deriva felice”.

Il libro finisce, dopo un percorso conoscitivo alquanto vario e articolato, fatto principalmente di dialoghi, con un ritorno all’infanzia. Che nel mio caso è il luogo dove sono nato, un villaggio minerario da tanto abbandonato nella Puglia del nord. C’è probabilmente un’inconscia citazione del Ritorno a San Mauro che chiude i Canti di Castelvecchio di Pascoli. Ma mentre Pascoli lì ritrova i suoi morti, con i quali dialoga, io, essendo quello un luogo di passaggio della mia famiglia e non originario, ci ritrovo la mia infanzia con la natura, il mio primo e misterioso contatto con essa, e avviene come una purificazione, come un bagno in un Lete al termine di una ascesa, e una rinascita.

E infatti questa raccolta è anche un omaggio alla terra in cui sei nato. Parlaci di questo legame che hai con San Giovanni Rotondo.

Sì questo villaggio minerario abbandonato, ai piedi del Gargano, a una decina di chilometri da San Giovanni Rotondo, all’inizio della grande piana del tavoliere, è un luogo indubbiamente magico e mistico, duro anche e aspro, drammatico, piatto e spietatamente sotto il sole e sotto il cielo, ma per me è soprattutto luogo della mia infanzia, e forse ogni luogo dell’infanzia è sempre magico e mistico, e forse anche aspro. Questo luogo ricorre da sempre nei miei libri, e proprio ora sto finendo di scrivere un libro interamente dedicato a lui, in cui l’ho analizzato e setacciato fino allo sfinimento, sfogando e liberando un po’ di mie ossessioni. Ma dubito che abbia finito i miei conti con lui, e che non ne scriverò più.

Il filosofo Eraclito sosteneva che la vita è un flusso incessante, continuo in trasformazione…

Eraclito e tutti i presocratici, ma anche tutti i filosofi greci in blocco, sono un tutto unico, come lo sfero di Parmenide, e noi altro non facciamo che meditare sulle loro incredibili intuizioni, sui loro meravigliosi approdi. Fu anche un momento in cui filosofia e scienza erano un tutt’uno, come credo stia ritornando a essere.

È facile accostare la tua poesia ai grandi poeti classici. Ma c’è anche la presenza di autori come Adonis e Tagore. Consegno a te questa mia riflessione…

Adonis lo conosco un po’ poco, Tagore molto di più. Sono autori sapienziali e popolari insieme, e è questa una congiunzione secondo me perfetta, che deve ritornare, in poesia. Anche Dante, Petrarca, Pascoli, Orazio, Omero, Po Chiu-I, Li Po sono così. 

Qual è il tuo poeta preferito?

Bè te li ho detti adesso. Comunque anche qualche altro. Mi vengono in mente ora Holderlin, Keats, Sbarbaro, Ungaretti, ma ce ne sono tanti altri.

Poeta si nasce o si diventa?

Tutte e due le cose. Prima si nasce, e poi si diventa. In una poesia recente mi interrogo sui concetti di nascita e crescita. Nascere certo è veramente incredibile e ci lascia a bocca aperta. Ma se ci pensiamo anche crescere è qualcosa di incredibile, che desta molto stupore. Quel meraviglioso coordinarsi di tutte le parti che si sviluppano contemporaneamente!

A cosa stai lavorando in questo periodo?

A quel libro sul paesaggio della mia infanzia di cui ti parlavo prima, poi a una nuova raccolta di poesie che ho quasi finito. Poi ho appena finito anche un testo teatrale, atto unico, che si intitola Ninfale. Poi sto scrivendo la seconda parte di un monologo che si intitola Orfeo e Euridice. In ultimo sto finalmente raccogliendo i miei scritti e interventi sulla poesia, su Orazio, Pascoli, Petrarca eccetera.

Chi è Claudio Damiani, secondo Claudio Damiani?

Uno che vorrebbe mettersi seduto, e imparare.

Cara poesia, se tu vuoi venire vieni,
se non vuoi venire non vieni,
fa’ come fossi a casa tua,
con me devi fare così;
solo, non posso io non venire qui
monte, e non posso non ammirare le tue spalle
e non posso non respirare, qui, la tua aria
che mi nutre e senza la quale
non potrei vivere,
non posso non respirare i tuoi colori
che ti circondano, come vestiti
sempre diversi,
e sentire l’odore delle tue piante, e della tua terra,
e con la mano sentire calda
la tua pietra, come testa d’un bimbo

di Claudio Damiani 


Claudio Damiani è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo. Vive a Roma dall’infanzia.
Ha pubblicato le raccolte poetiche Fraturno (Abete,1987), La mia casa (Pegaso, 1994, Premio Dario Bellezza), La miniera (Fazi, 1997, Premio Metauro), Eroi (Fazi, 2000, Premio Aleramo, Premio Montale, Premio Frascati), Attorno al fuoco (Avagliano, 2006, finalista Premio Viareggio, Premio Mario Luzi, Premio Violani Landi, Premio Unione Scrittori), Sognando Li Po (Marietti, 2008, Premio Lerici Pea, Premio Volterra Ultima Frontiera, Premio Borgo di Alberona, Premio Alpi Apuane). Nel 2010 è uscita un’antologia di poesie curata da Marco Lodoli e comprendente testi scritti dal 1984 al 2010 (Poesie, Fazi, Premio Prata La Poesia in Italia, Premio Laurentum). Il fico sulla fortezza (Fazi, 2012, Premio Arenzano, Premio Brancati, Premio Camaiore). Ha curato i volumi: Almanacco di Primavera. Arte e poesia (L’Attico Editore, 1992); Orazio, Arte poetica, con interventi di autori contemporanei (Fazi, 1995); Le più belle poesie di Trilussa (Mondadori, 2000). E’ stato tra i fondatori della rivista letteraria Braci (1980-84). Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue (tra cui principalmente inglese, spagnolo, serbo, sloveno, rumeno) e compaiono in molte antologie italiane (anche scolastiche) e straniere.

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Commenti (3)

  1. Mi piace la poesia che parla dell’uomo nel suo quotidiano e nel suo ambiente naturale. L’intuizione che l’uomo vive nella Natura, dai cui confini non può evadere, qualunque sia la sua scelta di vita, la trovo molto interessante. Concordo anche che poeta si nasca e si diventi, nel senso che si nasce con la predisposizione a far poesia (che è tante cose insieme: amore per la parola, capacità di stupirsi, curiosità e bisogno di raccontarsi e raccontare…),e si diventa con l’impegno a scrutarsi dentro e intorno, a leggere la poesia degli altri (studio). Il poeta Damiani è uno che vuole imparare ma anche vuole comunicare (bisogno di un linguaggio adeguato) ciò che ha imparato.

  2. L’intervista ci consente di focalizzare bene la poetica di un autore così particolare nella scena italiana. Lo stupore davanti a tutti gli aspetti dell’esistenza, l’attenzione ai gesti del quotidiano, il collegamento tra il micro e il macro sono tutti temi che conosciamo cari alla poesia di Damiani e che emergono in questo dialogo. Da notare come ciò avvenga in maniera anch’essa diretta e piana, in qualche modo in accordo alla poesia a cui si fa riferimento. Damiani ha nei suoi versi un atteggiamento di accoglienza verso il mondo ma sa anche affidarsi ad esso confidandosi con il lettore senza maschere. Un grazie all’intervistatrice Antonietta Gnerre e a Luigia Sorrentino che mette a disposizione questo prezioso spazio.

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