L’addio al poeta Pierluigi Bacchini

bacchini_pierluigi01Il cantore della natura e dell’uomo nato a Parma nel 1927, aveva ricevuto il premio Viareggio nel 1993 con la raccolta ‘Visi e foglie’ gli fu conferito all’unanimità il Premio Viareggio per la poesia. Se n’è andato a 86 anni il 5 gennaio 2014. Aveva interrotto gli studi di medicina per dedicarsi, abbastanza giovane, alla poesia, esordendo nel 1954 con la raccolta intitolata ‘Dal silenzio d’un nulla’. Nei suoi versi ha sintetizzato Letteratura, Scienza e Storia, unendo rigore razionale e tensione lirica, in un’esperienza poetica che tratta la Natura e l’Uomo con rigore d’analisi e potenza visionaria. Abitava sulle colline di Medesano, in provincia di Parma.

cop_bacchiniNel 2013 Mondadori gli aveva raccolto nell’Oscar Tutte le poesie – biografia di Pierluigi Bacchini a cura di Camillo Bacchini – e il poeta, interrogato sulla sua ispirazione, aveva raccontato: “Le mie poesie iniziano con felicità, con gioia. Nascono come gioia per la scoperta, gioia per la bellezza della natura, per un profumo. Naturalmente ci sono le debite eccezioni. La gioia può tramutarsi anche in disillusione e in tristezza. Questa è la mia ispirazione. Il mio meccanismo di “messa in moto“. 

Da una vigorosa e potente “messa in moto” il poeta aveva iniziato il viaggio nella sua storia poetica – una delle esperienze più necessarie, avvincenti, efficaci e consapevoli del Novecento (e oltre) italiano – racchiuso nel volume “Tutte le poesie” edito da Mondadori nel 2013: dalle prove giovanili ai capolavori degli anni Duemila, “Contemplazioni meccaniche e pneumatiche” e “Canti territoriali”, passando per la svolta di “Distanze Fioriture”, del 1981, nel quale Bacchini prende le distanze dall’abbandono lirico ed elegiaco per mettere a fuoco un modello nuovo, fatto di linguaggio scientifico, sintassi franta e quasi drammaturgica, uno stile metrico-prosodico dalla forte componente grafica con innovazioni anche tipografiche. Grazie a un uso saliente degli accorgimenti grammaticali e al nitore icastico con cui sono definiti i dettagli, l’Io di Bacchini si polverizza, si frange in quella moltitudine di voci che sono “le varie voci dell’essere umano capace di interrogare variamente se stesso”.

Non doratevi, già segretamente aurate

Non doratevi, già segretamente aurate,
non arrugginite, non raggrinzite
quanto un piccolo pugno,
disseccato; restate sempreverdi
finte immortali, simili all’altamente profumata
– e nemmeno sfrangiata
di fronte al vento, coriacea e lucente –
alla regale magnolia, con i semi amaranto;
o alle conifere montane
le antiche cenozoiche.
Non diventate trasparenti, sempre più,
telari lisi
già scarse nel mese d’ottobre,
con nostalgie infinitesimali, un po’ indeterminate
come i fischi d’un treno distante
e collegi là in fondo, dentro la foschia
– spazzini sotto muretti erbati,
irrealtà, quasi un disturbo visivo
che nell’intimo spaventa
con l’immagine talvolta
che la materia
d’improvviso scompaia.

Ma tutte le sfumate gradazioni
i delicati intrecci,
gl’inudibili crepitii particellari
sarebbero stati inutili: lo sperpero
d’un Dio, la sua noia.
E ogni minimo sgretolamento, tipo il trascurabile uragano,
il ferro sciolto nel magma,
dicono la fatica
dall’origine
e la tremenda concretezza del mondo,
– senza via di scampo per noi.

Pierluigi Bacchini

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