Federica D’Amato, “Avere trent’anni”

federica_damatoL’INTRADUCIBILE

di Luigi Trucillo

Chissà perché i testi ancorati alle esitazioni delle fasi di passaggio riescono a parlarci meglio dell’anacronismo degli spazi interiori. La risposta più semplice è che con il proprio formalizzarsi nell’indeterminatezza di una pausa riescono a fare dell’impasse un movimento conoscitivo. Da questo punto di vista risultano quasi esemplari gli esiti dell’ultima prova poetica di Federica D’Amato, che fin dal titolo “Avere trent’anni”, si sofferma sullo sconcerto di chi al termine della giovinezza si trova davanti alla necessità di un consuntivo. Tutti abbiamo sperimentato l’importanza di quel personalissimo passaggio obbligato verso l’indipendenza e la solitudine chiamato “linea d’ombra”. Possiamo ben comprendere quindi quanto sia stimolante fare i conti con quelle particolari sensibilità poetiche in cui questo passaggio si rovescia nella comparsa di un'”ombra della linea”; nell’addensarsi cioè, sul tratto ancora esitante di ciò che appare, delle nebbie e i fantasmi che possiedono segretamente ogni esperienza. Versi del tipo: “Come si fa piccolo/quel che conosco/è piccolo solo quel che posso/conoscere il resto imbarazza” oppure “Quando ti immetti nel tempo non/farlo, solo diventa completamente/quando più e più solo sarai” nominano una dolente consapevolezza dell’abbandono del “tenerame docile” proprio dell’adolescenza di fronte al peso inevitabile dell’accadere, e iscrivono nell’insediamento nel ritardo la meta profonda della scrittura. “La prima riga aveva sempre cento anni” ci dice la D’Amato, rivelandoci che nei suoi versi il futuro ha poco diritto alla parola. Al loro interno infatti, la materia non ancora apparsa sembra già chiusa e irrigidita come tutto ciò che appartiene all’alterità, mentre il passato si protende ancora aperto a un’eterna rilettura. Così la ribellione della poetessa alla corsa del tempo affiora sempre già in procinto di arretrare, visto che il suo definirsi “Eresiarca” per mancanza d’amore si configura proiettandosi in una ritessitura perpetua della tela della memoria. L’esilio che questo lavoro di Penelope aspira a risolvere è quello di un radicamento unitario nel presente, troppo spesso scosso e frastagliato da uno smarrito senso di ubiquità. È come se la dissociazione intervenuta all’interno della sua prospettiva aspettasse un invito in realtà già scaduto per contenere le emorragie e riassestare i fondali. Sottotraccia, il peso Leopardiano nei confronti del ciclo incurante della natura si propone attraverso una filogenesi sgomenta, dove l’organismo ricusa la sistematica delle liquidazioni evolutive per rifugiarsi nell’attimo bloccato dell’innocenza del germe. In qualche modo questa inclinazione strutturale si può riscontrare anche all’interno dell’organizzazione verbale, dove la frattura dell’enjambement, nonché l’illiquidimento asimmetrico della sintassi talora segnalato dall’effetto cerniera dato dal chiasmo, tendono a valorizzare l’autonomia musicale dei blocchi di significanti, sempre in procinto di scivolare verso la litania di un non luogo. Così il reale diventa il momento della cesura, del distacco: “Nel mezzodì la mano che ci attende/dietro la cortina c’è il reale/del giorno lì una bocca feroce/mi rende sua se tuo /era il mio io più vero”, recando con sé il livellamento anonimo del tempo che passa.

averetrentanniSto parlando, è chiaro, di una poesia fatta di rintocchi, di ultimi sguardi che si rivolgono all’indietro per trattenere il baluginio di ciò che è andato perso ma continua a incalzare nel cuore della propria scissione: “accanto al fuoco è vero/che una metà è più completa/di un intero paradiso”. Per tutto il libro circola la rappresentazione di un resoconto dove il personaggio principale esita ad assumersi il ruolo di protagonista, e le occasioni si sfarinano dietro il velo di una pellicola inattingibile. Ma così il centro della scena è preso dall’incombere dell’esclusione. Solitamente nel teatro lo sforzo del lavoro in comune è ricompensato dalla rappresentazione. Qui, al contrario, è proprio la rappresentazione a dolersi dell’isolamento, della mancanza di una materia in comune che riesca a preservare lo spazio dei sentimenti nella storia. Qual è la trappola, verrebbe da chiedersi a questo punto, dove è rimasto impigliato il nucleo vulnerabile della poetessa? Forse più che a un dispositivo si potrebbe attribuire il suo scacco a un imprigionamento in un caleidoscopio attraversato dalle sequenze di mille filastrocche, visto che la dedizione al passato, nutrendosi dei sempre nuovi elementi con cui ci inventa la fabula, contiene un’angoscia identitaria per il proprio alterarsi, e si fissa in una sorta di istantanea protettiva dell’avvenuto. La sindrome del ritardo nei confronti del vissuto posiziona le illuminazioni del presente nello spaesamento di un anticipo, e dissemina la poesia di una reticenza verso il futuro che lo istituzionalizza a pié pari. Anche se, è il caso di dirlo, il suo percorso verso la “ferita” della trasformazione talvolta trasmigra dalla propria resistenza personale per rovesciarsi nella “bella infanzia di ogni madre”, accettando di fare i conti con la catena generazionale. Alla fine questa altalena di contrazioni e dilatazioni improvvise ci offre dei risultati notevoli. La fresca emancipazione delle formazioni figurali alternata alla duttilità del cantato conferisce ai versi una vivacità malinconica che mette in fuga l’approssimazione dei consuntivi: “È l’arrivo di un fatto vero/e lo senti per la prima volta come intero…”. Inoltre il brusio di sottofondo dell’assiduità dell’esistenza che pervade il testo compattandolo, sembra volerci dire che a volte ciò che risulta più intimo e struggente è il tessuto ammassato dei tentativi, un epoché che riesca ad essere dolorosamente aurorale. E se talora dal doppio fondo di questo mormorio situazioni e sentimenti emergono come attrezzi troppo posizionati sulla scena, è soltanto perché siamo davanti a un altro travestimento mercuriale dell’autrice, dove l’apprendistato a una competenza della vita cela il bisogno di mascherarsi dietro il mosaico dei propri pezzi sparpagliati per troppo amore. Lo stupito affacciarsi di questa vulnerabilità al distacco ci fa sentire in debito verso tutto ciò che abbiamo sostituito e non tradotto oltre il confine rassicurante delle nostre certezze. Perché con il suo dire altro da ciò che dice la poesia è intraducibile.

Poesie scelte da “Avere trent’anni”, di Federica D’Amato, Ianieri Edizioni

 

Nacqui bizantina in epoca televisiva
d’alto lignaggio in participio d’amore
creatura d’avanzo nell’affamato universo
di sete e bassezze carestia bestiale d’amore
presto divenni eresiarca monumentale
il fuggire delle speranze
i mendicanti tutti ai miei piedi,
costretta a diventare la solita rosa.

*

Adesso che ho quasi trent’anni
e mi sembra d’averne vissuti uno
uno soltanto nel giorno di Versilia
in cui dissi sì alle lampare invadenti
all’amo a caso schizzato nel giallo centrale
sì alle talasse intra le ciocche ragazzine
che ridevano e ridevano Adriana a vent’anni,
sì a tutto quel che doveva morire
sì a tutto quel che doveva incontrarsi
uno, uno solo è l’incontro di noi verso
quel sì che scegliemmo e fu una voglia
di sangue, in Versilia, giorno di settembre
giorno in cui tutto ebbe fine. 

*

Oggi volge alla pioggia il cielo
i miei occhi dentro scivolano
dalla piena in su alla cascata.
L’autunno volge alla pioggia
penso mi scappava un ridere
in parlamento nessuno mi vedeva
i trentenni non li vuole nessuno
ridevo perché scappavo dentro
qui almeno io mi vedo chiaro.
Chiaro o scuro che sorrisi abbiamo
ragazzi quanto chiarore nei mattini
interi a circumnavigare provincie
seguire trasognanti gli occhi i fili
dei tram come si piangono i profili
delle foglie che volgono all’inverno.
Che innocenza ragazzi
noi sansebastiani da quattro soldi
noi che pagheremo le stagioni amare
torneremo oggi nella pioggia
a tirare palloni, tu in fondo disegna
la porta il quadro magico della soglia
tu punta di stelle preparati a giocare
anche se piove preparati
ad entrare nel tempo
a segnare per sempre.
 

*

Nella mia testa una volta sono stato
marxista-leninista
avevo un padre militare
e la testa per un soffio spaccata
dalla bomba del millenovecentottanta
Bologna tu sei sempre stata provinciale
con i tuoi pasciuti agnelli pronti
alla piazza o alla resa
ma l’ascia venne dopo
venne su di noi.

Noi che paghiamo
la bomba, la struttura, la testa il millenove
cento furono i colpi che mi hanno sparato
e nonostante questo mai
verrò promosso
mai sarò il compagno
vero di me stesso
e della tua mano.

*

E ogni morte mi stupiva
perché poteva essere la mia
e ogni addio era peggio di
quel nuotare nel sale
rifiuto che ti strappa la pelle
se non lo copri con un po’ di male.
E poi c’era questo dover crescere
a tutti i costi diventare
imparare a stare soli
ma io volevo dire
non tutti sanno
non tutti possono
qualcuno va tenuto in mano
fino alla fine
meglio va tenuto angelo
dannato creatura triste
qualcuno va tenuto
vicino e curato meglio
di quanto vuoi curare te
o solo una parola gentile
coprilo con un po’ di bene.

Federica D’Amato (1984) è laureata in lettere moderne e specializzata in filologia romanza; ha frequentato l’Università d’Annunzio di Chieti e ha avuto una intensa esperienza di studi negli Stati Uniti, a Boston. Attualmente si occupa di giornalismo, editoria e poesia. Collaboratrice della terza pagina del quotidiano “Il Centro” (Gruppo L’Espresso) e di riviste letterarie, è editor della casa editrice abruzzese Ianieri e libraia nella libreria indipendente Qui Abruzzo, a Pescara. Ha curato l’edizione italiana de Il libro dell’amico e dell’amato (Noubs Edizioni, 2012) di Ramon Lull, esemplata sull’ultima versione critica a cura del filologo catalano Albert Soler (il volume è stato segnalato al Premio di traduzione Marazza 2012, dal quale è stata tratta nel 2013 un’opera di musica sacra a cura di Maria Gabriella Ciaffarini). Ha all’attivo diverse pubblicazioni, tra le quali per la poesia ricordiamo La Dolorosa (2009), Poesie a Comit˜ (2012) e Avere trent’anni (2013). Nel 2013 ha curato la traduzione dall’inglese e la prima edizione italiana di Dove diavolo sei stato?, del giornalista britannico Tom Carver (BBC), per la casa editrice Ianieri. Attualmente si sta occupando della produzione letteraria di Amelia Rosselli e Cesare Pavese, lavoro che sarà raccolto in un originale saggio di critica testuale ed è in cerca di un editore per “Notizie dal Monte Athos”, nuovi tentativi poetici d’ambienza bizantina.

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