Milo De Angelis, su Giovanna Sicari

Sicari01Progetto editoriale ideato e curato da Fabrizio Fantoni con la collaborazione di Luigia Sorrentino

Compito e vigilia

di Milo De Angelis

“Una visione che ci comanda” scrive Giovanna nel suo ultimo libro¹. Ecco, sentire il dominio della visione, venire comandati, non potersi sottrarre, essere inchiodati a quel compito di scrivere. Era questo il suo destino. La poesia costituiva per lei una via obbligata. Non esistevano scappatoie o alternative. Non esistevano nemmeno vie laterali in cui poter sostare e prendere fiato. Solo quella, la strada. Sempre e solo quella. Giovanna non aveva altri modi espressivi. Scrivere una lettera, una cartolina o un SMS era per lei un supplizio, una cosa contro natura. Lo faceva con lo sguardo rassegnato e riluttante dell’animale costretto a forza. Ma quando scendeva su di lei la voce della poesia, ogni fibra del suo essere riprendeva luce e vigore. Era un rito. Si avvicinava alla scrivania, la liberava dai libri e dalle carte, si sedeva su quella sedia amaranto con il suo quaderno aperto e cominciava a scrivere. A lungo, senza fermarsi, posseduta da quella visione, da quell’ impeto che le faceva estrarre da qualche parte remota di lei parole mai pronunciate o addirittura sconosciute, da verificare poi sul vocabolario. Giovanna incarnava un’idea romantica e ispirata dell’atto poetico. Le parole uscivano dalla penna (un pennarello sottile, tratto-pen nero, sempre lo stesso) e non si fermavano più. Un unico flusso ininterrotto che poteva prolungarsi per ore. Pochissime correzioni, pochissime varianti. Piuttosto gettava la poesia intera nel cestino. Ma se una poesia veniva scelta per il libro futuro, rimaneva intatta nella prima stesura. Così è nato il Canto della riparazione nel 2002, uno dei suoi momenti più alti, e così sono nate quasi tutte le poesie di Epoca immobile, che ritengo il suo libro più bello, quello dove l’esperienza della malattia getta sul mondo sguardi di chiarezza e di sapienza che s’intrecciano allo smarrimento. D’altronde Giovanna era così: smarrita e controversa fino all’inverosimile nell’esperienza quotidiana, ma poi miracolosamente sicura sul foglio, guidata da un misterioso battistrada che le indicava la via, il lessico, il ritmo, lo stile. Ed era un ritmo tutto suo, dove gli incontri avvenuti nel giorno subiscono come un’alterazione. Non una metamorfosi delirante, ma proprio un’alterazione che li conserva riconoscibili e tuttavia li conduce nella loro piega oscura. Ed era a quel mondo notturno di parole velate e indecifrabili che Giovanna si affidava per ritrovare linfa dopo lo svuotamento – un vero stato di prostrazione che le impediva ogni attività dopo l’uscita di un libro o di una pubblicazione. Quante volte l’ho sentita invocare le forze poetiche, chiedere che esse ritornino vive! Vive “come frutti d’infanzia” diceva. E l’infanzia è stata davvero uno dei suoi temi centrali: il senso sacro dell’infanzia, della sua fine, del suo ritorno dentro un verso, quel ritorno, quella vigilia, quel perdurare così invocati². E se la grandezza di un poeta si misura dalla sua invocazione, da quanto chiede alla poesia stessa, da quanto inevitabile diventa per lui lo sbocco nella poesia, allora davvero l’esperienza di Giovanna Sicari rimane una via maestra – dalle prime poesie svettanti ed esclamative di Decisioni al tono concentrato dell’ultimo libro – e delinea una delle voci più rare e appassionanti della nostra attuale poesia, una voce che in tutti noi continua a mostrarsi e a durare.

NOTE

¹ Giovanna Sicari, Poesie 1984-2003, Ed. Empirìa, 2006, pag. 243.

² “Ci siamo detti che ritorneranno quei giorni
– quale sabato, quale giovedì – dov’era quella parola
totale che accalora la vista e il grido
di tanti anni fa. Oh perdura! Come dirlo”. (Idem, pag. 209)

Dal lago quaggiù…

                        Per G.P.

Fuori scivola sulla lucida lastra, dentro dondola il legno
quaggiù, vedete rotola su di un carro bianco, è ordine di
sbarre, di marmi, di mani: bianche e lucide ali sui vetri!
Ora è segno, ora è sepolto, l’ordine trema al suo pasto
non è azzardo, né slancio e acrobazia, dà la precedenza
soltanto ai trapassati – si muovono e la voce si sdoppia –
parlano dopo nati per ritornare vivi – E’ un sogno
qui nella stanza restate, restate come nel sogno:
dite chi è di ostacolo all’anima mia? Cosa si sovrappone
al canto troppo soave della guru?

aprile 1996

 

Vorrei baciarti il sangue

Vorrei baciarti il sangue
amore mio, e ancora fare andare
le dita nel vento,
accarezzarti i capelli, la fronte
sentirti dentro l’aria
dentro il ventre, sentire
come è leggero il vento
e come apre le vie
e come tutto sembra possibile
sapere quanto possa
l’amore con la saliva e il silenzio
curare dalla fonte.

20 luglio 2000

 

Amore del rifugio e dell’acqua

Amore del rifugio e dell’acqua,
amore di poche parole lontano dall’insidia,
amore degli uomini santi, accarezza il viso del turbamento
dammi i nomi del perdono, il canto sepolto della legge,
sento che saremo vicini anche in autunno,
ci abbracceremo nelle case vuote ricordando un antico passato
per dimenticarlo, soltanto l’oro più puro della nostra anima
sarà con noi, forse saremo donna e uomo solamente,
forse farà già freddo e ci abbracceremo fra gli alberi stanchi
ridendo di ogni cosa, il passato ci lascerà e saremo
nuovi, leggeri, redenti.
Sarà ottobre o novembre, nel bosco
Saremo teneri e allegri nelle nostre braccia di terra,
fra acqua e fuoco, smarriti dalle azioni.
Quando ci lasceremo sarà sui polpastrelli la
nostra anima vera, nell’aria ci sarà cura
per la ferita.

2 agosto 2000

 

Clinica del Sacro Cuore          Roma 21 novembre 2003

Volevo quei gerani bianchi e rosa
in quei vasi scuri su quel
ferro battuto, lo stesso che ora
guardo qui dall’ospedale
si avvicina il tramonto
e il girasole dà la sua attenzione
(le cose importanti stanno
sempre nascoste e non bisogna spaventarle)
I fiori, la voce che stanca
i colori segreti dei bambini
un chiarore nuovo splendente
rischiara i miei piedi
il corpo deve ritornarmi
ho bisogno di te, sono priva
di peso – questa stanchezza sfiora
i piedi, fa fare i primi passi
la pietra, i nodi, le catene
rispondono e tutto balza
vuoto nell’aria sapiente
Oh sorpresa dei riccioli rossi!
Bambini dei tronchi è già primavera!

29 novembre 2003

Oh rosseggiare dell’autunno
caldo manto di rose,
foglie variopinte come rose
tappeti magici che vengono
dal cielo, preghiera perpetua
della musica e del cuore
cancella ogni empietà,
tutte le cose che chiamiamo
colpa e peccato
nessuno è buono
se riesci vendi tutto quello che hai.

Giovanna Sicari

(Poesie pubblicate per gentile concessione di Milo De Angelis)

Condividi
  •  
  •  
  •  
  • 1
  • 1
  •  
  •  

Commenti (2)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *