Wallace Stevens, “Aurore d’autunno”

 

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Letture

Wallace Stevens
Aurore d’autunno
A cura di Nadia Fusini
2014

 

 Risvolto

Aurore d’autun­no è il libro più trasparente di un poeta sovranamente arduo. Giunto alla soglia dei settant’anni, Stevens medita in pentametri giambici sulla propria vita, sulla poesia e, di fronte allo spettacolo incandescente della natura, accusa il fallimento del­l’immaginazione. Ma lo fa, pa­radossalmente, in poemi perfetti, come Una sera qualunque a New Haven.

Le aurore d’au­tunno, scrive nel novembre 1950 a Paule Vidal, sono «le notti di primo autunno che a volte a Hartford hanno lo stesso riverbero dell’auro­ra boreale». E la loro «effulgescenza artica» impone un nuovo re­gistro linguistico: abbandonato il tono sublime, il vecchio poeta lascia che affio­rino parole semplici, piane. È una vera e propria svolta, che ci rivela uno Stevens insolito, incline all’immanenza, a un appassionato rapporto con la terra. L’uo­mo è colto nel suo habitat naturale che è fatto di tempo atmosferico: se alza gli occhi al cielo le cose appaiono di una so­litu­dine cosmi­ca, e lo sguardo si abitua a un’as­sen­za di rivelazione. È qui la novità delle Aurore. L’autunno non è la stagione keatsiana della bellezza dolce e matura: verso la fine della vita la realtà appare più povera di desiderio, più priva di speranza – e anche più vera. In questo senso Stevens è, non meno di Eliot e Pound, poeta dell’e­poca moderna. Non a caso, Harold Bloom definirà la nostra non «l’età di Pound», ma «l’èra di Stevens». E North­rop Frye incoronerà Stevens come «uno dei nostri poeti essenziali».

Aurore d’autunno

 

I

Qui vive il serpente, l’incorporeo.
D’aria è la testa. Sotto la punta a notte
Occhi s’aprono e ci fissano in ogni cielo.

O è un altro dimenio da dentro l’uovo,
Un’altra immagine in fondo alla caverna,
un altro incorporeo dopo che il corpo s’è spogliato?

Qui vive il serpente. Questo il nido,
I campi, le colline, le distanze sfumate,
E i pini sopra e lungo e accanto al mare.

Questa è la forma che s’ingozza avida d’informe,
Pelle che lampeggia su bramate sparizioni
E il corpo del serpente che lampeggia senza pelle.

Questa è l’altezza che monta e la sua base,
Queste luci alla fine forse giungeranno a un polo,
Nel bel mezzo della notte, per trovare lì il serpente,

In un altro nido, il signore del labirinto
Di corpo e d’aria e forme e immagini,
implacabile nel possesso della felicità.

Questo è il suo veleno: che anche a questo
Non credessimo. Le sue meditazioni tra le felci,
quando si muoveva appena per assicurarsi del sole,

Ci fecero di lui non più sicuri. Vedevamo nella testa,
Perla nera contro la roccia, l’animale screziato,
L’erba mossa, l’indiano nella prateria.

[…]

di Wallace Stevens
Traduzioni di Nadia Fusini

This is where the serpent lives, the bodiless.
His head is air. Beneath his tip at night
Eyes open and fix on us in every sky.

Or is this another wriggling out of the egg,
Another image at the end of the cave,
Another bodiless for the body’s slough?

This is where the serpent lives. This is his nest,
These fields, these hills, these tinted distances,
And the pines above and along and beside the sea.

This is form gulping after formlessness,
Skin flashing to wished-for disappearances
And the serpent body flashing without the skin.

This is the height emerging and its base
These lights may finally attain a pole
In the midmost midnight and find the serpent there,

In another nest, the master of the maze
Of body and air and forms and images,
Relentlessly in possession of happiness.

This is his poison: that we should disbelieve
Even that. His meditations in the ferns,
When he moved so slightly to make sure of sun,

Made us no less as sure. We saw in his head,
Black beaded on the rock, the flecked animal,
The moving grass, the Indian in his glade.

di Wallace Stevens

[…]

 

 

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