Enzo Cucchi, “Antifragile”

Enzo Cucchi, “Antifragile”, Credits ph.  Roberto Apa

La poesia e la pittura sono identiche; il problema è stranamente lo stesso: è una questione di iconografia, di immagine del mondo. Si tratta di fermare l’immagine e di farne istantaneamente la sintesi, in qualunque maniera”.

Enzo Cucchi

La mostra Antifragile è un progetto specifico di Enzo Cucchi per Colli che si sviluppa attorno al dittico “senza titolo (Pound)”, fatto di tarsie ceramiche su cemento.

Questo lavoro antimemoriale sul grande poeta Ezra Pound è il fuoco spaziale e di ricerca della mostra. “L’artista non ha bisogno che si descriva il suo lavoro, ha bisogno di aria…” di poesia seppur si muove a disegnare forme solide e antifragili.

La costante dello spazio definito da Cucchi è segnata da “Radura”, scultura a terra in ceramica, protubescente e bulbosa, pezzo “paleolitico” di natura vegetale e animale, di forma antitetica.

L’instabile percezione delle linee ed il loro continuo sfuggire da possibili anatomie e morfologie alimenta la soglia e l’attesa di questo tipo di opere in cui convivono plastica, segno e stesura.

COLLI independent art gallery, Credits ph. Roberto Apa

L‘anticamera che Enzo Cucchi infatti instaura è lo spazio dell’opera radiante, riposata in orizzontale ma non grave che si nutre di più discipline: pittura, scultura, disegno, ambiente.
La mostra è la ragione di una ricerca libro che Cucchi sta costruendo attorno al lavoro “senza titolo (Pound)” con un nucleo importante di disegni iterativi e “posturali” sul ritratto di Ezra Pound.

Una raccolta di disegni, frammenti e annotazioni per un libro d’artista edito da Viaindustriae con Colli publishing platform e che verrà presentato nell’arco temporale della mostra.

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ENZO CUCCHI Antifragile
02.10 – 31.12.2021

COLLI independent art gallery
Via di Monserrato, 103
Roma

 

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H. D., la poeta che stregò Ezra Pound

Hilda Doolittle

Pubblichiamo in Anteprima Editoriale tre poesie tratte dal volume H. D. Poesie Imagiste di Hilda Doolittle, a cura di Giorgia Sensi in uscita il 9 settembre 2021 con Interno Poesia.

NOTA DI GIORGIA SENSI

Nata nel 1886 a Bethlehem, Pennsylvania e conosciuta semplicemente con le iniziali H.D., la poeta Hilda Doolittle studiò letteratura greca al Bryn Mawr College di Philadelphia, ma si ritirò prima di aver completato gli studi. Nel 1907, per un solo anno, fu fidanzata con Ezra Pound. Le sue poesie, apparse su “Poetry” nel 1913, sono da Pound definite come un perfetto esempio di poetica imagista.

«Pound disse: “Ma Driade, questa è poesia.” Tirò un frego con la matita. “Taglia qui, abbrevia questo verso… “Hermes of the Ways” è un buon titolo. Questa la mando a Harriet Monroe di Poetry ...” E scrisse a grosse lettere “H.D. Imagiste” in fondo alla pagina».

Questa la versione che Hilda Doolittle, non ancora H. D., dà dell’incontro  – lei quindicenne e lui sedicenne  – con Ezra Pound.

L’incontro avvenne per la prima volta nel 1912 nella sala di lettura del British Museum e segnò la nascita del movimento poetico chiamato Imagismo.

Tra Ezra Pound e Hilda Doolittle nacque subito una stretta amicizia, un tormentato rapporto amoroso con numerose interruzioni, che durò per più di mezzo secolo, fino alla morte di Hilda, nel 1961.

H. D. e Ezra Pound fecero parte di quegli scrittori americani di inizio secolo, tra i quali T. S. Eliot, la cui vita e opera fu plasmata dalla scoperta dell’Europa, dove trascorsero la maggior parte della vita e scrissero le loro opere più importanti.

Ezra dominava Hilda (e non solo lei) affermandosi come sua guida e maestro, la avvicinava a nuovi libri e nuove idee, le dava occhi nuovi (come ebbe a dire più tardi), aiutandola e allo stesso tempo controllandola.

Apparentemente archiviato l’amore per Ezra Pound, la vita sentimentale di H. D. fu comunque tumultuosa. Nel 1913 sposò Richard Aldington, poeta inglese, che insieme a Hilda e Ezra frequentava la reading room e la celebre sala da tè del British Museum e che, con lei, partecipò alle prime antologie imagiste. Al di là della poesia, li accomunava un grande amore per i miti della Grecia classica.

Dopo la separazione da Aldington, H. D. iniziò una relazione con la scrittrice Frances Gregg, ebbe altre relazioni sia etero sia omosessuali, un rapporto di amicizia con D. H. Lawrence la cui natura non è mai stata chiarita, soffrì di disturbi nervosi, (il suo analista fu  Sigmund Freud), ebbe crisi mistiche, mise al mondo una figlia, Perdita, avuta dal compositore Cecil Gray, e infine conobbe Bryher (il cui vero nome era Winifred Ellmann), una ricca industriale, che fu la sua compagna stabile per il resto della sua vita.

Poesie imagiste di H. D. (Hilda Doolittle)

Mid-day

The light beats upon me.
I am startled –
a split leaf crackles on the paved floor –
I am anguished – defeated.

A slight wind shakes the seed-pods –
my thoughts are spent
as the black seeds.
My thoughts tear me,
I dread their fever.
I am scattered in its whirl.
I am scattered like the hot shrivelled seeds.

The shrivelled seeds
are split on the path –
the grass bends with dust,
the grape slips under its crackled leaf:
yet far beyond the spent seed-pods,
and the blackened stalks of mint,
the poplar is bright on the hill,
the poplar spreads out, deep-rooted among trees.

O poplar, you are great
among the hill-stones,
while I perish on the path
among the crevices of the rocks. Continua a leggere

Charlotte Mew (1869 – 1928)

Charlotte Mew

Thomas Hardy l’ha chiamata “the best living woman poet”; Ezra Pound ha apprezzato la sua poesia, eppure dopo la morte, avvenuta nel 1928, Charlotte Mew scomparve quasi del tutto dalla scena letteraria. Fu solo negli anni sessanta che si ricominciò a parlare di lei come poeta originale e di indubbio valore. Nonostante quei primi tentativi di renderle giustizia; nonostante i suoi Collected Poems and Selected Prose siano stati ripubblicati nel 1981 da Carcanet e nel 1982 da Virago; nonostante una nuova edizione di Collected Poems curata da John Newton sia stata pubblicata da Penguin nel 2001, e la scrittrice Penelope Fitzgerald ne abbia scritto un’avvincente biografia in Charlotte Mew and Her Friends (Harvill, 1984), la sua fama è ancora legata a un filo.
Una perfetta candidata all’oblio, come la chiama Ian Hamilton nella bella antologia Against Oblivion pubblicata da Viking nel 2002, dedicata a quei poeti che, a suo giudizio, rischiano ingiustamente di essere dimenticati.

Giorgia Sensi

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da The Farmer’s Bride, 1916

The Farmer’s Bride

Three Summers since I chose a maid,
Too young maybe – but more’s to do
At harvest-time than bide and woo.
When us was wed she turned afraid
Of love and me and all things human;
Like the shut of a winter’s day
Her smile went out, and ’twasn’t a woman –
More like a little frightened fay.
One night, in the Fall, she runned away.

“Out ’mong the sheep, her be,” they said,
“Should properly have been abed.”
But sure enough she wasn’t there
Lying awake with her wide brown stare.
So over seven-acre field and up-along across the down
We chased her, flying like a hare
Before our lanterns. To Church-Town
All in a shiver and a scare
We caught her, fetched her home at last
And turned the key upon her, fast.

She does the work about the house
As well as most, but like a mouse:
Happy enough to chat and play
With birds and rabbits and such as they,
So long as men-folk keep away.
“Not near, not near!” her eyes beseech
When one of us comes within reach.
The women say that beasts in stall
Look round like children at her call.
I’ve hardly heard her speak at all.

Shy as a leveret, swift as he,
Straight and slight as a young larch tree,
Sweet as the first wild violets, she,
To her wild self. But what to me?

The short days shorten and the oaks are brown,
The blue smoke rises to the low grey sky,
One leaf in the still air falls slowly down,
A magpie spotted feathers lie
On the black earth spread white with rime,
The berries redden up to Christmas-time.
What’s Christmas-time without there be
Some other in the house than we!

She sleeps up in the attic there
Alone, poor maid. ’Tis but a stair
Betwixt us. Oh! my God! the down
The soft young down of her, the brown,
The brown of her – her eyes, her hair, her hair!

La sposa del contadino

Tre estati da che scelsi una fanciulla,
Troppo giovane forse – ma c’è ben altro da fare
Al tempo del raccolto che attendere e corteggiare.
Dopo le nozze lei ebbe paura
Dell’amore e di me e di tutte le cose umane;
Come il rinchiudersi di un giorno d’inverno
Il suo sorriso svanì, e più che una donna
Parea uno spiritello spaurito.
Una sera d’autunno fuggì.

“Sarà laggiù tra le pecore,” dissero,
“Sarebbe giusto fosse nel suo letto.”
Ma per certo là lei non c’era
Sveglia, i grandi occhi castani spalancati.
Così per una distanza di sette acri e su e giù per la collina
La inseguimmo, svelta come una lepre
Davanti alle nostre lanterne. A Churchtown
Scossa da tremiti e spavento
La prendemmo, a casa infine la portammo
E a doppia mandata fu rinchiusa.

Alla casa sa ben badare
Come quasi tutte, ma lei pare un topolino:
Felice di chiacchierare e giocare
Con uccellini e conigli e altre creature,
Purché gli uomini stiano alla larga.
“Non vicino, non vicino!” implorano i suoi occhi
Quando uno di noi le si avvicina.
Le donne dicono che le bestie nella stalla
Si voltano come bambini al suo richiamo.
Io a malapena ne ho sentito la voce.

Timida come un leprotto, altrettanto veloce,
Dritta e sottile come un giovane larice,
Dolce come le prime violette selvatiche è lei,
Creatura selvatica. Ma cos’è per me?

Le corte giornate si accorciano e le querce si fanno scure,
Un fumo azzurrognolo sale verso il cielo basso, grigio,
Una foglia cade lenta nell’aria ferma,
Le piume maculate di una gazza si posano
Sulla terra nera imbiancata di brina,
Le bacche verso Natale si fanno rosse.
Che cos’è il Natale senza qualcun altro
In casa oltre a noi?

Lei dorme lassù nell’attico
Sola, povera fanciulla. C’è solo una scala
Tra noi. Oh, mio Dio! la peluria
La sua tenera giovane peluria, il castano
Il suo colore castano – gli occhi, i capelli, i capelli! Continua a leggere

Lo spazio del sacro, lo spazio del testo

NOTE PER UNA RILETTURA di OLIMPIA

di Giuseppe Martella 

  1. Fonti

A una prima lettura, Olimpia (Interlinea, 2013)[1] appare come un diamante: un’architettura splendida e tagliente, immersa nell’azzurro intenso di un cielo mediterraneo. Una creatura di luce: donna, città e dea. Nel corso della lettura, ti rimanda poi figure cangianti in cui ti rifletti ruotandole intorno, come in un assedio senza fine. Una città ben difesa da alti bastioni, sui cui spalti appaiono visioni elusive di larve e di donne, di colossi e di chimere. Una città fuori del tempo, certo, nuova e vecchia insieme, sfuggente visione nel bianco che ti acceca. Un’architettura più che umana che custodisce gelosa i segreti di un mondo e i possibili tempi della sua storia.

Forse per questo, il poemetto ha avuto parecchie, anche lodevoli, recensioni ma a quanto ne so nessun approfondimento critico vero e proprio. Ci si è fermati insomma al miraggio della città e alla superficie del testo. Eppure, nella sua breve e perspicua introduzione, Milo de Angelis ci aveva fornito alcuni validi indizi, se non addirittura le chiavi dell’interpretazione, quando parlava di “libro orfico”, “percorso iniziatico”, “sguardo lungimirante”, “tempo assoluto”, e di quella sensazione del lettore di essere “sempre sulla soglia di una scoperta cruciale”. Questi sono tutti attributi infatti che bene si confanno alla tradizione cui appartiene quest’opera: cioè a quella linea alta, visionaria e veggente, del simbolismo europeo, tra Otto e Novecento, che sfocia poi anche nei migliori esiti del modernismo, secondo traiettorie che vanno da Baudelaire a Rimbaud, da Mallarmé a Valery, in Francia; che in Gran Bretagna, sotto l’influsso congiunto dei classici (greci, latini, rinascimentali) e dei simbolisti francesi, generano le opere memorabili (nel contempo classiche e rivoluzionarie) di Ezra Pound, T.S. Eliot e dell’ultimo Yeats; e che infine in Germania annoverano tutta una schiera di validi poeti, nel lungo arco di tempo che porta da Hölderlin a Rilke, e fino a Paul Celan.

A questa linea appartiene il poemetto di Sorrentino, piuttosto che a quella musicale ed estetizzante che, a partire da Verlaine e attraverso Swinburne in Inghilterra, conduce dritto all’estetismo, al decadentismo e a D’annunzio qui da noi. L’unico poeta italiano che si può dire appartenga a pieno titolo alla linea visionaria di cui dicevo, è a mio avviso Dino Campana. E desta davvero meraviglia che i critici non abbiano osato chiamare in causa l’autore dei Canti Orfici nella lettura di un testo che è stato definito “orfico” nella sua prefazione. Campana è infatti un nume tutelare della poesia di Olimpia molto di più di quanto non lo sia lo Hölderlin evocato in epigrafe. Mi soffermerò perciò in particolare su questo debito, non certo per diminuire il valore della poesia di Sorrentino quanto piuttosto per inquadrarla meglio nel contesto del simbolismo italiano ed europeo, al quale credo fermamente appartenga, e per renderla pertanto più accessibile e significativa. Continua a leggere

Ezra Pound

Nell’arco di circa mezzo secolo Ezra Pound ha pubblicato nove volumi di Cantos, ciascuno con un’unità strutturale e tematica. La selezione che qui si presenta – preparata dallo stesso autore nel 1966 – permette di focalizzare gli elementi essenziali di questo lungo poema, evidenziando le opposte polarità della poesia di Pound: una scrittura lirica e profetica, ora tesa verso l’esterno e la crisi di un’epoca (la decadenza della civiltà moderna analizzata nei suoi presupposti storici, politici, economici), ora attenta alla coscienza individuale e alla ricerca interiore. Una «poesia della disgregazione», la definisce Giuseppe Montesano, che si dipana in una foresta di echi, citazioni, richiami, dove passato, presente e futuro sono in costante fluire, fra scena umana e visione celeste, verità storica e intuizione poetica.
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