Adele Desideri, “Stelle a Merzò”

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Letture

BRUCIARE NEL VENTO

Prefazione di Paolo Lagazzi

Non è facile dire da dove la voce di Adele Desideri provenga, su cosa si fondi e a cosa tenda. Poco importa, credo, che essa si manifesti anzitutto (nella prima raccolta, Salomè) con i timbri aspri e puntuti di certe frasi graffite sui muri, snoccioli litanie di protesta, esibisca vessilli dissidenti; poco importa la sua vis polemica (così nella seconda raccolta, Non tocco gli ippogrifi: “Scherniscono i tuoi versi / perché li temono”) o la propensione ad alzare i timbri, a mimare in modo impetuoso l’epica orale della Beat Generation e le onde d’urto del Sessantotto. Se la danza di Salomè tra cecità e passione, Dio e il male, la vita e la morte ebbe luogo fra sette veli, la componente caustica, urlata della voce di Adele non è che il primo, il più esterno dei suoi strati. Mentre percorriamo i suoi libri, molti altri registri, forme e visioni si fanno strada in noi. La voce non si limita a graffiare: spesso la forza che la spinge a sfidare il mondo la porta, subito dopo, a ripiegarsi, a cercare in sé i retroterra amari del proprio ardore. Attraverso le crepe dei gridi sentiamo gli echi di una pena segreta, contorta ed elusiva come le ombre. Benché straripante, la vitalità è doppiata da una coriacea, vischiosa stanchezza o da un’angoscia senza nome. Figure su figure, metafore su metafore si affastellano per tentare di illuminare le ragioni di questo dolore nutrito insieme di vacillanti memorie famigliari, di ossessivi turbamenti erotici, di ferite e di sensi di colpa. Sotto la pressione contraddittoria di questi e altri stati dell’essere, le parole, gettate verso il mistero doloroso del vivere per testimoniarlo e lenirlo, rimbalzano, si flettono, perdono i loro nessi. Come ha osservato Ottavio Rossani, la sintassi si fa spesso onirica sfuggendo al controllo della ragione, mentre il lessico alterna espressioni semplici e asciutte con strani neologismi o con termini patinati d’antico. Tutto e il contrario di tutto è possibile entro queste partiture linguistiche, forse perché il tempo storico è per l’autrice solo un’illusione o una selva di specchi curvi, un viluppo di tracce polimorfe, una teoria di lapilli vaganti nel cielo oscuro e lampeggiante dell’anima.

Per quanto esista ancora da qualche parte, l’anima si è nascosta lasciandoci boccheggianti per la sua lontananza. Senza il suo soffio nulla vale davvero: le passioni diventano sentieri angusti o coltelli ficcati in gola; l’innocenza si smarrisce come “Alice / nel paese / delle sofferenze”; perfino gli orizzonti immensi dell’esperienza religiosa appaiono minacciati dalla falsità, dai riti ottusi, dall’”afasia del Sublime”.

Innervata dal bisogno dell’anima – o di qualcosa d’irriducibile, di assoluto e gratuito, di fresco e sottile come un segno tracciato su una stella o come “il pudore dei gelsomini” (così si intitola la terza raccolta) – la voce di Adele si rimette senza tregua in cammino, ma una specie di attrito intimo, forse il dubbio di un girare a vuoto del destino (“Troppe volte ho scritto / a nuovo / l’incipit della vita”) fa di essa una musica a strappi, un canone di accordi dissonanti, un contrappunto fra tenerezza e delirio. Proprio la sete di un amore radicale la storce, la indurisce, la irrora di “un sapore intinto d’aceto”, salvo a tratti ridarle ali, accenderla di movenze lievi, ascensionali e fruscianti (“Vorrei ballare / e fremere leggera…”). Anche il sentimento del sacro, la coscienza del nocciolo divino del mondo si esprime in questi versi come aporia, inquietudine, lacerazione, contrasto: “il gallo non canta più” il suo invito a risorgere con l’alba; “i crocefissi non hanno sangue / per i sacrifici”; forse gli dei sono fuggiti, proprio come l’anima. Eppure ci sono ancora momenti che resistono alla morsa dell’assurdo, momenti in cui pare che i vivi e i morti possano parlare tra loro, bere insieme il vino, abbracciarsi sotto un cielo che “si tinge / di tremuli avvisi”, di ultimi, fragili segni di una speranza, di un altrove del senso.

***

Stelle a Merzò riprende i fili sparsi di questa parabola riplasmandoli in una sorta di romanzo in sequenze, una storia d’amore assai intensa ma appesa, nel breve arco di un’estate in Liguria, a un senso d’aleatorio o d’incompiuto, al brivido dell’evanescenza, allo spreco delle occasioni cruciali. Personaggio arduo e tenebroso, i cui ascendenti remoti potremmo forse cercare nello Heathcliff di Cime tempestose o nel protagonista maschile di Ieri di Agota Kristof (oltre che del suo pendant filmico, l’indimenticabile Brucio nel vento di Soldini), il “lui” di questa storia traluce fra le righe come un ribelle, un uomo ruvido e insolente, teso a prendere “a schiaffi la notte” o a strapazzare le ore del giorno, propenso a fare dell’amore uno “scontro armato” o un gioco crudele (“Sette colpi ai fianchi, / sette verghe – i capelli strappati…”, amara-sarcastica eco dei famosi versi carducciani di Davanti San Guido: “Sette paia di scarpe ho consumate /…/ Sette verghe di ferro ho logorate /…/ Sette fiaschi di lacrime ho colmate…”), eppure capace di stringere “lei” in abbracci da cui non sa fuggire. Tutto fra loro è eros e tormento, spasimo e “gloria” di corpi avvinghiati, un intreccio che pare, a ripensarlo, un miracolo fondato sullo svenamento, sul sangue. Legati come in una spirale dell’incertezza, dell’estasi e dello strazio i due attori del dramma si dibattono mescolando bestemmie e preghiere, “buriane” e lacrime, trasgressioni e bugie. Forse l’amore, per continuare a esistere in un mondo di rovine, in un tempo in cui tutto, “anche le chimere e le speranze”, arde e si incenerisce, ha bisogno di baci che siano morsi, di carezze che sfregino, di brindisi con un vino che, rovesciandosi sul tavolo, “disegna una croce”? Il testo suscita immagini e domande, le sovrappone, le incrocia, le fa urtare tra loro senza fornire risposte. Una sola cosa capiamo quasi subito: che questo amore è votato al disastro. Nessuna strategia adottata da lei può salvarlo: né tentare di farsi piccola, il più piccola possibile aderendo agli oggetti domestici, diventando “borsa, cianfrusaglia, scarpa” o rannicchiandosi “in un canto della cucina”, né moltiplicare il proprio volto assumendo via via i tratti di una “tesoriera del dubbio” e di una custode del “pane nuziale”, di una “torta al sapore di cannella” e di un’”ampolla” per la pena quotidiana. L’esito inevitabile di questa storia è il cancellarsi, una a una, delle stelle che l’hanno illuminata, è il precipitare dei momenti di bellezza in un “gorgo di oblio”, in una “notte matrigna”. Ma una simile prospettiva, chiara come ogni “destino strapazzato”, non impedisce a chi scrive di ipotizzare una specie di salvezza immaginaria per questo amore dolcissimo e sbagliato: un giorno lui tornerà dalla “guerra” (forse da una guerra combattuta con se stesso e la propria follia) e troverà lei seduta “con una stella stretta al petto”.

La lancerò nel cielo, ti osserverò,
e penserò: “Sempre lo stesso,
nemmeno è invecchiato.
Lui è così, soldato ragazzo,
uomo di mille parole
– mio ostinato figlio,
mio torturato amore”.

***

Alcuni versi di Non tocco gli ippogrifi evocano la tecnica cubista del collage: “Un violino fa l’amore con il fieno / la chitarra se la ride col cappello…”. Anche Stelle a Merzò è il frutto di un intarsio erratico, paradossale e sbilenco, è un accumulo di tasselli incongrui e in attrito reciproco, è un gioco di magneti che si attraggono e respingono generando effetti stranianti, cortocircuiti e onde. Attorno alla storia d’amore altre figure, apparizioni e luoghi balenano e fuggono per le tangenti di un discorso aperto com’è sempre la vita. Ben consapevole di tutto quanto congiura a lacerare gli anni, gli istanti, le occasioni di luce, l’autrice vorrebbe essere in grado di riannodare con un ago e un filo “gli orli slabbrati” del tempo perduto, ma, poiché la sua voce non è quella di Proust, non può che continuare sino in fondo a mescolare fili e frammenti di morte e di vita, realtà e sogni, fiabe e stragi del cuore. A tutto ciò non è offerto nessun approdo, poiché, come ha scritto un altro esploratore di sogni, e delle loro macerie, “non esiste conoscenza al di fuori dell’amore, ma nell’amore non vi è che l’inconoscibile”. Adele non scrive parole simili ma le sente con tutta se stessa, mentre il suo racconto si perde nei cieli di un’estate infinita e irreparabile.

da “Stelle a Merzò” di Adele Desideri, Moretti & Vitali, 2013 

28 luglio, Merzò

Il verde rame appena azzurrato
– non è un inganno – invita
a un valzer sconsiderato.

Una stradina – là fuori – si infossa tra i rovi,
mentre celo, nei pertugi della cantina
annerita, il volto, l’intento, la smania.

Cogli le prugne, non temere:
se indugi sulla riva del fiume,
la mente si screpola in mille foglioline.

Ora, nel tramonto che invidia la luna,
il cielo è privo di rancori.

Questo vino rosso – vedi – mentre lo versi
oscilla, spumeggia, e poi si quieta
nel dozzinale bicchiere.

Apri l’acqua,
lo sai che non si può partire.
Non si può dimenticare
quel rotondo sentimento del nulla
che cresce nel ventre
– ed è un ospite, un intruso.

È tutto così giallo, così lento.
E il pane è duro, come il giorno
che ti vuole assassino, di tuo padre,
di tua madre, del bambino che eri,
dell’angelo sordo che indica la strada,
mentre tu – distratto – continui a vagare,
a lottare, a segnare nelle brunite carni
la resa. Ti ostini a cercare utopici
traguardi, e – questa sera –
sogni la sorpresa di un desiderio illecito.

Un attimo, un attimo ancora:
sarà un florilegio insensato.
Restiamo al margine: tu fuori, io dentro
– però sul confine con le dita sfioriamoci.
Ti racconto, se posso, quel che ricordo.

***

19 agosto, Merzò

 

Le stelle di Merzò
brillano di luce impura
– anche il ragno, nel vano
della finestrella, tesse la sua tela
di finzioni e verità.

Il basilico cresce rigoglioso,
ma sul tappeto liso di mia madre
quei passi estranei dell’anziana visitatrice
non potranno lasciare né orme, né tracce.

La mia voce nei notturni voli
dei tuoi sogni è appena un sibilo.

Ora che tutto qui è così ordinato e lindo,
ora che ogni oggetto risiede
nel suo preciso posto, questo calice
di vino separa le nostre mani.

Le stelle di Merzò – hai ragione tu –
sono incollate al cielo.
Ma il cielo – vedi, te lo mostro –
non ci riflette più.

Ancora ci respireremo,
ancora ti indicherò
la strada che attraversa i boschi
e conduce al colle della segreta cripta.
Ancora ci chiederemo: “Se, quando, perché”.

Ma le stelle – a Merzò –
non le vedremo più.
La luna girerà le spalle,
e nella notte matrigna
ci perderemo.

All’alba, due piccoli cinghiali,
una volpe, il cerbiatto, il cucciolo
di lepre saranno nostri amici,
mentre le tue lacrime scorreranno
lungo fiumi diversi, lontani dai miei.

Guarda, se ne vanno, le stelle di Merzò.
Ora se ne vanno, risucchiate
in un gorgo di oblio.

Dopo, un vento furioso
travolgerà la cascina,
il tuo furgone,
il mio tavolo sbilenco.

A Merzò resteranno solo ombre,
desolate tracce di fugata quiete.

Non morire in battaglia,
non lasciarti ferire.

Quando tornerai dalla guerra
– che sia vinta, o persa –
passa da Merzò.

Sul gradino a fronte del poggiolo
mi troverai seduta,
con una stella stretta al petto.

La lancerò nel cielo, ti osserverò,
e penserò: “Sempre lo stesso,
nemmeno è invecchiato.
Lui è così, soldato ragazzo,
uomo di mille parole
– mio ostinato figlio,
mio torturato amore”.

***

20 agosto, Merzò

(…)

III

Ti aspetterò qui, sul colle di Merzò,
quando il sole all’imbrunire
colora i prati, l’erba selvatica,
le panchine divelte.

Metterò sul tuo capo il cimiero del gendarme,
ti ruberò il pugnale, nel sale ti conserverò.

Mi nutrirai col dolore amaro,
sul tuo scudo disegnerò
un’icona per ogni penitenza.

Poi, sarà il diluvio.

E dopo, ancora ti nominerò.
Il settimo giorno implorerai il perdono,
l’ottavo sarai cacciato.

Ma sul tuo corpo, prima,
cospargerò acqua benedetta,
perché nato due volte tu sia,
con queste parole scarne,
con questo stravagante amore.

***

IV

Se dormi – e tu dormi –
io recito la professione di fede:
sarò cortigiana ridente,
danzerò, come fanciulla,
per ottenere il capo del prigioniero.

Non sfiorare il mio labbro,
non me lo dire che sei un corsaro,
un bendato mercenario.

Non spostare le scrivanie,
i telefoni, l’archivio.
Non traslocare,
sarebbe un’ostentata omertà.

Non ti distrarre,
potresti smarrire il tuo finto contegno,
il tuo conto sospeso, ogni ritegno.

****

24 agosto, Carro

Ondeggia, smuovi le acque.
Aggredisci, dilaga, percuoti gli Dei,
la terra – le femmine stolte.

Travolgi ogni certezza! Stai sulla destra,
taglia la curva – inclinati –
scomponi e disponi
le rotte sulle lenzuola.

Domani, tornerai al lavoro
nei polsi segnata col sangue.

C’è un uomo che corre lungo la strada,
pretende un fiasco di vino,
e in tasca conserva la mirra.

Sarà strage di ogni innocente
– il primo che passa, uno qualunque.

Poi sarà croce, e sacerdozio d’amore,
per le anime afflitte umiliato lucore.

***

2 settembre, Milano

Sono fidati gli amici tuoi,
come certi cani, come il tuo mondo
che vive di strada e mal-affari.

Se c’è una via di fuga,
è sul ponte – che ha il nome
di una santa – lungo la statale.

Il nome della figlia è, invece,
l’ultima parola del sermone
di una madre distratta.

Io mi fermo vicino alle mura
della città di Ambrogio,
seguo i passi dell’ambulante,
del barbone, della donna
che vende le sue carni.

Il reo lo metto in gattabuia,
all’anziano despota consegno i sigilli.

Spazio cinema, Sudan caffè,
serata a costo zero, che non vale,
però, quanto le stelle di Merzò,
quando, all’imbrunire, girano su se stesse
e consegnano alla luna
l’universo di nuovo spezzato
della mia mente – questa follia,
questa corrosiva, insensata mania.

***

31 ottobre, Merzò

C’è troppo buio, aspettate!
Non può essere doppio il futuro!
La casa che esplodeva d’amore
ora muore – chiusi i battenti –
con una festa imbevuta d’angoscia
– undici slip nella lavatrice.

 

A voi, gemelli col desiderio invertito,
amanti nell’inerme nostalgia,
io destino l’ultima profezia:
la perduta fiducia – dopo Merzò –
segnerà la strada che porta alla follia

Adele Desideri, poeta, saggista e critica letteraria, vive e lavora a Milano. Ha pubblicato quattro libri di poesia: Salomè (Il Filo, 2003) con nota critica di Vito Riviello, Non tocco gli ippogrifi (Campanotto, 2006) con postfazione di Ottavio Rossani, Il pudore dei Gelsomini (Raffaelli, 2010) con prefazione di Tomaso Kemeny, Stelle a Merzò (Moretti&Vitali, 2013) con postfazione di Paolo Lagazzi e nota critica di Tomaso Kemeny. È curatrice, inoltre, del convegno “Etica e bellezza” (coordinatore Gilberto Isella, relatori Michele Amadò, Giuseppe Curonici, Tomaso Kemeny, Quirino Principe), all’interno delle attività del P.E.N. International centro della Svizzera Italiana a retoromancia e in collaborazione con USI – Università della Svizzera Italiana (Lugano, 26 novembre 2013). Collabora con Il Quotidiano della Calabria. È membro del P.E.N. Club della Svizzera italiana e retoromancia.

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