Alessandro Catà, “Continenti persi”

 

continenti_persiDalla nota introduttiva di Alessandro Catà

Lo stupore della parola in me nasce da lontano.
Con un compagno di scuola, ai tempi delle elementari, componevamo versi su temi indicati dalla maestra o immaginati da noi n lunghi pomeriggi, seduti sui gradini di una chiesa, davanti a una fontana.
Le frasi erano per lo più altisonanti, ma le parole, indipendentemente dal loro contenuto, coincidevano in me con la luce di quei pomeriggi che andavano verso l’estate; coi bagni che presto avremmo fatto in mare; con le strette strisce che correvano sotto l’acqua bassa della riva: lunghe linee di sabbia che immaginavo come fili di uno strano telegrafo subacque; coincidevano con le montagne dell’alta Sabina, dove viveva mia nonna, somigliavano alla forma delle nuvole e dell’eternità del tempo che goca con la mente di un bambino. […]

Dalla Postfazione di Milo De Angelis

“Lo stupore della parola in me nasce da lontano”. L’inizio di “Continenti persi” ci conduce subito nel cuore del libro. C’è lo stupore, innanzitutto, che percorre la poesia di Alessandro Catà. C’è la sua poetica del lontano: la parola deve compiere un lungo cammino prima di venire alla luce, un cammino di varianti, riprese, correzioni, blocchi, silenzi. Un cammino difficile, certo, ma alla fine la parola porterà tutto il peso e il valore di questo sforzo. […]

Dal risvolto di copetina di Giancarlo Pontiggia

“La sua voce ha la profondità remota di una pietra. Le sue parole sembrano trascinate all’indietro, in un precpizio di sensi e di fiati. Poesia del lontano, che si affida a un lessico inciso, tagliente, privo di ogni nesso.”

Dalla Sezione CONTINENTI PERSI

Ti parlo del carbonio,
da uno scempio di me
che ha decapitato serpenti
e binari e la mia voce
ha un’estensione di polvere
e macchine senza volere.

Per la tua lealtà
soldato io mi avvicino
al linguaggio di ferro:

le travi… la carne lassù
ovale dei piccioni.
Dieci ore dopo.
Cento anni dopo.

***

Sei uscito dal vento,
ma lo stesso non riesci
a distinguere,
e sta nel parentado
una tua confusione
di consuoceri.

Sarà che non sa farne
a meno, di gingilli.
un comò.

Sarà con noi per sempre
il souvenir di un luogo
che capovolto nevica.

***

La pioggia, i fari
gli alberi che vanno
all’indietro.

Raggiunto il lago
hai scelto la strada
più lontana:

quella che porta
al colore
dell’altro lato delle
cose

all’orrore
di una casa cantoniera.

***

Sei troppo avanti
o indietro, ma non ricordi
più, strana lingua di frasi
dette al contrario, cerchio
sull’acqua che non viene da
un sasso, ma si restringe.
Piegato in un angolo
con le ginocchia sul petto
ti nascondi –
le mattonelle e le altre trovate
di uno spazio di colpo
acuminato
dodecaedro stellato.

Alessandro Catà è nato a Porto San Giorgio nel 1951. E’ autore dei libri di poesia “Blocco riassunto” (Corpo 10, Milano 2011), “L’ordine del respiro” (La Vita Felice, Milano 2007), delle raccolte brevi “Giant Steps” (Officina di poesia, Milano 2013). Ha pubblicato la prosa “Ascoli” (Marte, Colonnella 2008), con foto di Mario Dondero, e l’antologia poetica “La luce” (Ila Palma, Palermo 2000), con scritti del filosofo Giorgio Baratta.
Nel 1991 e nel 1994 ha curato, per le edizioni Trifalco di Roma, due antologie poetiche sui temi della “Notte” e del “VIaggio”. E’ autore di scritti e installazioni scientifiche riguardanti la natura e la misura della velocità della luce. Insegna fisica.

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