Andrea Gruccia, “Capelvenere”

 

gruccia_4Nota di Antonio Bux

Andrea Gruccia, esordiente autore torinese, ci regala, con questo suo libro primo intitolato Capelvenere (che è il nome comune di una pianta legata da sempre al mito delle ninfe delle acque) una sorta di “dispensa” botanica/sessuale, alternando prose poetiche e poesie prosastiche in un gioco a specchi dove ha risalto una fantasia prenatale, intessuta in un corollario femminile come a formare un quadro auto fiorente, spesso volutamente dissacrante, ma vicino ad una retorica della passione, qui intesa come disfacimento rigenerativo. Perché Andrea Gruccia ci parla dei suoi amori strampalati, dei suoi svenimenti esistenziali, ma soprattutto ci offre un ritratto onirico delle proprie vegetazioni, degli spaesamenti, dei disturbi di giovane uomo che ben rappresenta, evocando il surreale attraverso la crisi, quasi sibillina e accettata compulsivamente, dell’essere del nostro tempo. Perciò in Capelvenere il lettore potrà ritrovare una verginità di sguardo suggestiva potendo riconoscere, in molti degli episodi qui raccontati, la verità femminea della passione e della levità bizzarra attraverso il rimpallo metamorfico al quale il poeta invita, avvicendando piccoli entusiasmi a mancamenti quotidiani, come suggerendo, tra i legami e le distorsioni di un pensiero straniante, il sogno addomesticato solo all’apparenza, ma in realtà pieno di una carica eversiva tanto naturale quanto cristallina da non farci dubitare mai del talento che sgorga così dirompente da queste splendide pagine.

 

ESTRATTI

Cinema

 

C’è un cinema da qualche parte
che proietta un film che dura da anni
e dentro ci sono persone vestite come allora,
qualcuno fuma perché non è ancora vietato,
uscite di sicurezza, tutto a norma,
semplicemente il film è stratosfericamente lungo
e bello, ogni tanto arriva l’odore della neve
e qualcuno si sistema la giacca,
qualcuno sorride con un dente d’argento.
Il film parla di una primavera sconfinata
in cui si sono innamorati tutti assieme,
mille, forse cento, e qualche sussurro è arrivato
fino in centro.
Qualche volta ripenso a qualcuno
che non ho più rivisto
e lo immagino là dentro
che si stira per stare più comodo,
si toglie le scarpe,
sulla pelle lo stesso profumo,
nemmeno un capello fuori posto,
la barba fatta da poche ore,
e negli occhi lo stupore
di una gioia intatta.

* * *

La sindrome di Pompei

Una mia amica al posto di mettere un normale controsoffitto in cartongesso, ha fatto installare un acquario, una lastra di cristallo grande come tutto il soffitto. L’intercapedine tra lastra e soffitto è alta mezzo metro ed è piena di acqua salata, coralli, pietre vive e pesci marini e un’enorme murena. Saranno tre tonnellate di peso, come un elefante indiano e mezzo. Sotto quel soffitto sovente guardiamo dei film, ci distendiamo sul materasso, che è della stessa misura della stanza, un letto a dieci piazze fatto su misura. Quando spegne la luce, i coralli e gli anemoni emettono strani bagliori, si sentono scricchiolii. Lei dice che sono i pesci pappagallo che con il becco rosicchiano pezzi di pietra viva. E invece a me sembra che qualcosa ceda, confido nella forza del silicone, ma temo che ogni minima effusione possa, in sostanza, essere l’ultima. Lei mi rassicura, dice che è impossibile che cada. A casa sua ho la sindrome di Pompei, per due ragioni. La prima è che potrebbe caderci tutto addosso, e finiremmo incastonati dentro il materasso a memoria di forma. Potrebbero ritrovarci dopo cento anni come dei reperti archeologici, e dai calchi del materasso risalire al misfatto. La seconda è che non posso fare a meno di correre quel rischio, perché lei è un bene culturale, bella come un mosaico proibito.

* * *

M’imbuio d’immenso

«Amore, a cosa pensi?». «Mi balenava una idea… ma se il regno vegetale non c’entrasse proprio nulla con noi? Voglio dire, siamo totalmente differenti, e a quanto pare le piante e i fiori stanno benissimo senza le persone, forse meglio, in certe foreste rimaste incontaminate continuano a fare quello che hanno sempre fatto, cioè fiorire per gli insetti e per i bruchi e per milioni di invertebrati». «Andrea, perché queste paranoie ti vengono sempre di domenica? Okay, siamo fiacchi tutti e due, e a volte vegetiamo anche noi, ma non tirare in ballo il brodo primordiale, quello della Knorr è più che sufficiente. A proposito, se non mi ricordassi io di dare acqua ai tuoi gerani odorosi sul balcone, ora sarebbero nel regno dei rifiuti organici». «Eugenia, i fiori. Ecco, se andasse tutto storto perché non si lasciano in pace i fiori? E quel geranio odoroso che sa di balsamo, come faceva a profumare di balsamo prima dell’invenzione dei balsami?». «Forse le piante dimostrano il loro amore verso di noi fiorendo, o si ammalerebbero, invece si inventano pure nuovi profumi e colori». «Eugenia, siamo come due regni lontanissimi, loro vivono in un’altra dimensione, dormono, e forse percepiscono noi come esseri in stato comatoso, magari ogni tanto anche loro sentono un umano profumato o luminoso, ma dove hanno gli occhi? Ti rendi conto che loro vivono immersi nel buio e fioriscono? È pazzesco, ammettiamo che sentano il calore, perché quello lo sentono è evidente, ma tutto il resto? Come fanno a non annoiarsi mai, a non rompersi il cazzo di crescere per mille anni nelle foreste delle tundre?». «A me i boschi di notte fanno paura, ma loro non hanno paura, è come hai detto tu, non vedono e quindi la notte e il giorno per loro è solo un cambiamento di calore». «Eugenia, se fossi un albero io avrei paura dei lupi, se fossi un albero isolato e dovessi passare tutta la vita senza abbracciare nessuno, mi sparerei». «Ma loro non hanno la possibilità di spararsi, non penso che le piante o i fiori pensino al suicidio, pensano solo a riprodursi e a sopravvivere, sono felici di esistere, magari si parlano, provano piacere, che ne sai tu. E poi noi esistiamo perché esistono loro, noi gli diamo l’anidride carbonica e loro ci danno l’ossigeno». «Facevano così anche con i dinosauri, i gerani non odoravano ancora di salmone o saponette, una cosa è sicura, noi respiriamo una cosa che non conosciamo, c’è qualcosa dentro l’aria, qualcosa del loro buio». «Sì però è un buio che ci fa bene, quello che è anche dentro di noi e ci fa provare amore e fa profumare ogni pelle di un profumo diverso. Il buio è qualcosa di eccitante. Certe cose che sono belle nel buio alla luce fanno schifo, o terrore, nessuno si innamorerebbe più se non fossimo fatti di buio». «Quindi il buio è amore?». «Penso proprio di sì». «Eugenia, m’imbuio d’immenso con te». «Oh, che carino, dai,allora facciamo a pezzi del basilico, e imbuiamoci nel grande mistero del pesto».

capelvenere

Andrea Gruccia (pseudonimo di Andrea Simone Appendino), è nato a Torino. Oltre alla scrittura, svolge ricerca nel campo della fotografia e della pittura. Ha esposto in varie collettive in Italia, e partecipato a numerosi concorsi fotografici e pittorici, ricevendo molti riconoscimenti. Ha partecipato a Slam nazionali di poesia, arrivando spesso finalista.

Le sue opere fotografiche e pittoriche sono esposte in forma permanente presso la galleria Accorsi di Torino. Gestisce il blog andreagruccia.wordpress.com dove ospita parte dei suoi lavori. Capelvenere è il suo libro d’esordio ed è uscito nel 2016 per conto della casa editrice
Marco Saya Edizioni.

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