Paolo Di Paolo, “Una storia quasi solo d’amore”

Paolo Di Paolodi Guido Monti

Javier Cercas uno degli scrittori più rilevanti nel panorama europeo contemporaneo nel suo ultimo saggio dal titolo “Il punto cieco” rivendica al testo narrativo un imperativo categorico, un dovere, che poi forse è sempre stato consustanziale al suo Dna otto-novecentesco ma che poi è andato mano mano perdendo ed è quello appunto di tornare ad indagare tutto ciò che riguarda l’umano anche attraverso lo strumento essenziale dell’ironia. La scrittura se vuole avere una serietà d’intenti e di ricerca non può esser dice Cercas “solo puro intrattenimento” ma deve divenire “strumento di indagine esistenziale”. Ecco Paolo Di Paolo anche in questo suo ultimo romanzo, Una storia quasi solo d’amore (Feltrinelli, pp 171, euro 15), sembra proprio che si misuri con le idee del narratore spagnolo e cioè persegua una letteratura che ricerchi quel “punto cieco” cioè a dire quella forma di interrogazione totale, assoluta, da consegnare intatta attraverso le pagine all’intelligenza ed elaborazione del lettore.
Dal punto di vista della struttura narrativa questo è un libro altro rispetto ai romanzi precedenti quali, Mandami tanta vita ed anche Dove eravate tutti, in cui gli accadimenti storici e sociali rispettivamente del primo ed ultimo novecento facevano da quinta allo svolgersi di storie concrete che dentro vi si svolgevano. Si badi non che nel libro scemi l’attenzione, la sensibilità, al dettato storico antropologico anzi ma il cambiamento è come dicevo nella scrittura, vi è quindi una modificazione stilistica proprio perché Di Paolo approda alla narrativa pura, dove appunto il fuoco delle pagine è costituito da vite privatissime dal loro sentire, ecco allora che lo spazio contenutistico è tutto traversato dalla dimensione esistenziale e le domande dei personaggi travolti radicalmente da eventi
di profonda rilevanza, hanno sempre più evidenze spirituali. Quindi questa scrittura pur avendo solide basi narrative, ha sprazzi potremmo dire di accensione lirica tanto che vi si trovano citazioni di Philip Larkin e nelle pagine finali tra le parole dei protagonisti fanno capolino i versi dei più grandi del nostro novecento quali Giovanni Raboni e Giorgio Caproni. Il tempo del libro ha un andamento diacronico e la voce narrante prevalente è quella di Grazia un’attrice di talento ed esperienza che intreccia la sua vita solitaria, votata pienamente alla recitazione, con quella di Teresa nipote trentenne che lavora in una agenzia di viaggi e di Nino ventenne suo allievo di recitazione dall’ottimo talento non pienamente espresso.cover_dipaolo Ecco che la quotidianità dei due ragazzi con i suoi scorni privatissimi e vari si incrocia con la dimensione sempre vitale ed immaginifica del sentimento amoroso: “ Voleva sentirla. “Come stai?” era diventata, per una volta, una domanda urgente da porre a qualcuno…” ma anche con quella del rivolgimento storico
ricco di presentimenti epocali: le dimissioni del papa Ratzinger. Nino e Teresa trovandosi si fanno interlocutori attendibili l’uno dell’altro, non più soggetti monologanti chiusi in un rovello e strazio interiore ma finalmente esseri dialoganti ed il confronto si fa serrato sulle idee più profonde ed intime, Teresa con la sua solida fede e Nino col suo sarcasmo verso quella stessa religione a cui non crede. Il fatto amoroso però è un volano, sembra dirci Di Paolo, avvicina esistenze così lontane portandole ad un punto sommo di accoglienza ed apertura, restituisce loro la dignità delle anime pure, in ascolto senza preconcetti. Ma quando tutto sembra trovare un punto d’equilibrio, giunge la morte improvvisa di Grazia ed ogni cosa di nuovo si attorciglia, diviene oscura, non facilmente interpretabile; e nella parte finale del romanzo, al contrario che nella vicenda delle dimissioni del pontefice, per converso questo evento massimamente privato sembra estendere il suo influsso alla collettività tutta, difatti il mondo guardato da Nino e Teresa nei momenti della mancanza iniziale di Grazia, s’inarca in una tragica ellissi, si carica di colori esitanti, magri, sfumati.
Tra i due qualcosa sta per slegarsi se non fosse per la forza coesiva delle parole della stessa Grazia che nelle ultime pagine del libro, in un monologo dialogo commosso, ripercorre lo spazio della sua vita, lo riavvolge, dicendogli addio: “…Ciao gente che ho chiamato amica. Ciao gloriose teste di cazzo che continuerete a vivere…Cipria, rossetti, appuntamenti dal parrucchiere, filmacci da ridere. Grazia, pareva dicessero in coro, noi siamo qui, restiamo qui, e tu? Ciao vanità…” e ci si accorge scorrendo le pagine, che quelle sue parole dal tempo dei vivi divengono in un attimo parole del tempo dei morti ma che anche da lì continuano a tessere quel fil rouge dai toni tabucchiani, tra le due dimensioni che non può venir meno: “…Ci sono molte porte da cui entrare nella vostra vita. Ne apro una, mi affaccio, guardo qualcosa, poi la chiudo…E no, per favore, non cominciate a dire che senza di me non ce la fate, perché non è vero e perché l’unico segno meno che va accettato riguarda proprio chi muore…”. Ecco, l’assenza di Grazia, fa maturare nei due il tempo di amare consapevolezze ma anche di un attaccamento vitale all’esistenza che è anche capacità di Nino di guardare ed accettare davvero finalmente la morte ed ecco forse la sua nuova forma di preghiera: questo compiersi di vite, di esperienze: “…E’ di nuovo l’alba, sta piovendo, piove a dirotto, la Panda di Nino è parcheggiata sotto casa di Teresa…Ed eccolo lì, con le mani sul volante anche se la macchina è ferma…Nino alza lo sguardo, vede solo una macchia di luce, come dalla bolla di una lacrima. Aspetta…”. Ecco la nuova scrittura di Paolo Di Paolo che si fa scandaglio della psiche e si offre al lettore come tremante punto di interrogazione, tremante domanda, anch’essa forse laica preghiera.

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Paolo Di Paolo è nato nel 1983 a Roma. Si rivela come scrittore nel 2003, quando entra in finale al Premio Italo Calvino con i racconti “Nuovi cieli, nuove carte”. Ha curato libri insieme ad autori come Raffaele La Capria, Dacia Maraini e Antonio Tabucchi. Scrive per il teatro, per la televisione e sulle pagine culturali di alcuni quotidiani, tra cui “Il Sole 24 Ore” e “l’Unità”. Con il romanzo “Dove eravate tutti” ha vinto il Premio Mondello e il Superpremio Vittorini 2012, mentre col successivo “Mandami tanta vita” è stato finalista al Premio Strega 2013, ha vinto il Premio Salerno Libro d’Europa e il Premio Fiesole.
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