Opere Inedite, Sauro Damiani

 

bagno-venere-22Il bagno di Venere“, Giardino inglese Reggia di Caserta.
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Sauro Damiani è nato nel 1941 a Cascina, in provincia di Pisa, dove tuttora risiede. Ha insegnato nelle scuole elementari. Ha pubblicato per le edizioni La Torre Costeggiando la luce (1987); per Moretti&Vitali Canto dell’amore assente (2006); per Bandecchi&Vivaldi Senza titolo (2009). Ha inoltre tradotto, per Medusa, il De brevitate vitae di Seneca. È stato fra i fondatori di Soglie, quadrimestrale di poesia e critica letteraria. È redattore della rivista, dove ha scritto saggi su molti dei più significativi poeti italiani degli ultimi decenni. Nodi, pubblicato nel 2014 da Atì, costituisce la selezione ragionata di un’opera assai più vasta, ancora in corso di completamento e i versi che seguono ne sono testimonianza.

8 MARZO – A LEI

L’oro della mimosa illumina i giorni
dell’incipiente primavera, quando dolce
è il sole, tace il vento, e la nuova luce
è la stessa che brilla negli occhi
ridenti della donna, nel giardino d’un tratto
fiorito sul volto oscuro della terra.

Come potrei regalarti
un mazzetto di mimosa, tu che splendi
come l’albero piantato il primo giorno del mondo?
Tu mimosa di tutte le mimose?

Sono io il ramo secco, io
che ho stretto un patto con l’inverno e col gelo
per popolare di rovi la terra.

Donami tu,
primavera di gioia, l’oro del tuo cuore.
Porgimi tu la mano. Sii la mimosa
piantata nelle spinose
profondità di me, che solo a te
si affida e solo in te
si riconosce e ama.

IN MEMORIAM

per Aladino Baroncini

Addio, Aladino. La lampada meravigliosa
si è spenta. Ma io ti vedo volare lassù
sul tappeto, sotto il sole che illumina il mondo
in corsa, in affanno, il genio celeste
di nuovo in attesa
nella tomba.

Giace in mezzo alla polvere. Nessuno
che la degni più di uno sguardo.

Addio. È notte… Ma è il vento
che spira da chi sa quali lontananze
a far delirare i cuori, o è una mano
che sotto le stelle si è mossa, incantata
da un lucesepolto “c’era una volta…”?

INGANNO

I pipistrelli: scomparsi. Li vedo ancora
levarsi a sera con l’ultima rondine, il volo
così rigido e franto dopo il frullo
lieve delle eleganti, le parigine del cielo.

Mostriciattoli in agguato nel buio,
il loro gusto – ammoniva mia madre –
era di abbarbicarsi, ciechi, ai capelli.
I miei capelli ricciuti. “Mamma!”.

L’estate, i pipistrelli…

Rimpiangere i pipistrelli. Controllare,
anno dopo anno, se da qualche parte,
in un angolo, in un buco, in un niente
scampato alla devastazione, siano tornati: ora

che ho perso i capelli, che mia madre non è più,
che ben altri terrori mi attanagliano,
che sento tutte le creature fraterne,
che verso lacrime per la loro scomparsa.

Aprile, e, anche se rare, le rondini.
Inganno di un mondo senza pipistrelli.

L’ALBERO

L’albero da cui è caduto il piccolo merlo
non è più – il grande pino, nido del cielo,
ombra, sulla terra, degli erranti assetati.
L’antico mio padre, l’amato mio protettore.

Abbattuto. E dove il suo tronco potente
univa polvere e azzurro, un furto di ruspa
spella la terra per una grigia mutazione,
in una nube che sale come pianta di fumo.

Forse il merlo sapeva, cadendo, che il suo nido
sarebbe presto caduto, e che non c’era più posto
nella città per i canti, non c’era più posto,
neppure in un angolo, per gli alberi e il cielo.

Il cielo? La terra. E nessun albero-centro
a trasportare la linfa dall’azzurro alla polvere,
all’uomo di polvere e che in polvere torna,
dalla polvere cancellate le opere e i giorni.

LANEMY

Mi viene ancora il nodo alla gola quando ricordo
il giorno in cui esclamò: “Ora
ho anch’io un padre” – quella bambina
che ora è qui, ventenne, piercing al labbro,
capelli ricci color magenta, un look
bizzarro come quello di tanti giovani,
ma una pasta di ragazza mia nipote, dolce,
affettuosa con la madre, affettuosa…

Nella foto su Facebook un velo nero
le occulta quasi l’intero viso, e da sotto
i capelli ricci color magenta, fantasiosi
come in un film di Tim Burton, guarda,
mi guarda un solo occhio, Lanemy
per gli amici di Facebook, mia nipote
che è qui con la madre, che è qui col…

“Ora
ho anch’io un padre” – suo padre
che non è suo padre, il padre
che la mise al mondo quello le rapì
subito il mondo e la lasciò al deserto
con la madre bambina – il padre che pure, poi,
avrebbe voluto incontrare, sapere
perché, perché… ma che, prima,
scomparve. Suo padre.

Ora è qui con la madre e col padre, dolce,
affettuosa con lei, affettuosa con lui,
una pasta di ragazza mia nipote, con quegli innocui
capelli color magenta, Lanemy
per gli amici di Facebook, un solo occhio
che guarda da dietro un velo nero, mi guarda,
mi guarda dietro due occhi che ora,
proprio ora mi guardano.

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