Ancora un ricordo di Valentino Zeichen

valentino_zeichen4di Daniela Attanasio

Voglio ricordare Valentino come l’adolescente che a sette, otto anni guardavo ammirata a Villa Borghese. Già allora portava con sé il fascino della sua intraprendenza beffarda e l’autorevolezza di chi non vuole passare inosservato neppure agli occhi di un bambino. E anche allora aveva la leggerezza di chi, non credendo troppo nell’immaginazione o nelle favole, sa trovare il risvolto o la soluzione semplice delle cose con l’acutezza dell’intelligenza. Lo faceva, per esempio, quando formava le squadre per gli incontri di calcio o di guardie e ladri, deciso nell’affermare il suo ruolo di leader.

Quando, dopo molti anni, ci siamo ritrovati, Valentino aveva accresciuto e consolidato la sua determinata attitudine a essere la creatura lucida, beffarda e consapevole che è stato fino alla morte. Tutti quelli che lo hanno conosciuto sanno quanto la sua elegante povertà fosse un tratto imprescindibile della vita, quanto fosse curato nella persona, quanto pignolo e ossessivo nella scelta dei sandali francescani o delle scarpe inglesi che accoglievano la parte più sensibile del corpo, quella necessaria a soddisfare la sua vocazione di ‘flaneur’.

Arguzia, precisione, sintesi epigrammatica, sarcasmo ma anche coscienza profonda del dolore e della solitudine: Valentino è stato nella vita, così come nella poesia, l’emblema di se stesso.

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