Anna Cascella Luciani

IMG_6824LA FOTO DI ANNA CASCELLA LUCIANI E’ DI DINO IGNANI

AUTORITRATTO
Da un’idea di Luigia Sorrentino
a cura di Fabrizio Fantoni
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“Famme resta’ co’ tte sinnò me moro”

di Anna Cascella Luciani

Ricevo, poco fa – siamo a fine maggio 2016 -, una mail nella quale mi si dice – io, Anna, non sono nella mia città – Roma -, in quest’anno -, non si è ancora data la possibilità, l’occasione di una casa per un rientro nel mio luogo di sempre – una piccola lapide per me – per il mio lavoro di poesia -, vorrei fosse messa – quando arriverà il momento -, nel muro di cinta del cimitero acattolico di Roma – detto anche degli Inglesi – alla Piramide Cestia – e il muro quasi confina con un terreno, forse di proprietà del Campidoglio, dove gatti romani vengono accolti, protetti -, ricevo una mail nella quale mi si dice “mi siederò in balcone, a leggere”. Fine maggio, un sabato.
Chiedo in quale parte della città il balcone sia.
“Dalle parti di piazza Sempione, conosci la piazza?”, mi risponde la giovane romana.

Sì, conosco Piazza Sempione, e mi metto a correre tra Montesacro, Talenti, l’Africano, il Nomentano, Piazza Quadrata (lì sono nata, clinica o ospedale Sant’Anna, ma questo non può essere nei ricordi di una neonata), i Parioli, il Flaminio, Lungotevere delle Armi, piazza Cavour, piazza del Popolo. Molte amicizie in quei luoghi, sparse, disperse, perse.
Prati, l’ultimo a chiamarsi rione: bene a memoria. In una sua strada, o in un’altra, ho abitato lì per trent’anni…, Alberico II, Silvio Pellico, via Vespasiano.
A memoria la bella Trastevere, prima dei troppi movidici tempi: Vicolo della Scala, primo piano, casa ad angolo con via del Mattonato. Con Fabio – in quegli anni -, normalissimo affitto, e gran signori di cultura i padroni di casa -. 1967-1972. Trastevere, le due parti, di là e di qua del Viale. Le due chiese. Di Santa Maria, di Santa Cecilia. La giovane di marmo. Del Maderno scultore.
Trastevere, tutta. Campo dei Fiori: a perfezione. Ponte Sisto, a piedi, e la spesa, per cucine di casa, al mercato. I Fori Imperiali, Monti, San Clemente. La grande bellezza. I ponti, il Bernini, il Borromini suicida, il Castello, la Cupola, e le sue innalzate compagne. Santa Maria del Popolo, i due Caravaggio, il Pinturicchio.
L’amplissimo centro, di Roma.
A memoria. Carlo mi ha tagliato i capelli dai miei vent’anni ai miei 72…: piazza Barberini, via della Purificazione. La sua famiglia affettuosa, la signora Annabella, i figli con lui nel negozio – Viviana, Carletto -. L’altra figlia, anche lei dal bel nome, Lorena.
Ah, se dovessi ricordare, elencare, dire, dare voce agli affetti. Ines – “Ineses”, in appoggio romano di lingua -, che veniva a dare una mano in casa, ai tempi di vicolo della Scala -, trasteverina da generazioni – Piazza de’ Renzi -, il padre – o il nonno? – ancora “renaroli”, al fiume.
Villa Borghese (a memoria, è nelle poesie). Il Tridente, tutto, piazza del Popolo, via del Corso, via del Babuino, via di Ripetta, i cinema d’un tempo, tutti. Gioventù affumicata – non ho mai fumato ma Fabio sì, molto -. Il Nuovo Olimpia – c’è ancora -, il FilmStudio, nei suoi anni gloriosi. Formazione culturale e politica… Cineclub, teatri… Immancabile, al Babuino, la libreria Feltrinelli. Gli anni ‘60.
In Via Tomacelli – dopo – Mondo Operaio. E prima la Tombolini – senso di reverenza… -, in salita, da piazza Venezia, o in discesa da via Nazionale. A seconda. I Belvedere di Roma, a memoria. Pincio, il Gianicolo, il Fontanone – l’Acqua Paola che scrosciava, rinfresco dei mesi estivi -. Il Soratte, in visione, in regalo, se il cielo limpido, in orizzonte. Il laghetto, a villa Borghese, i caffè, dell’Orologio – dell’acqua – della Rotonda. Via Appia Nuova, Via Appia Antica. Città che conosco tutta, a piedi, in autobus, in macchina, in metro. Mai in bicicletta. In Vespa sì: la 150, di Fabio. I nostri trentanni.

1979, Castelporziano… Tirava un vento dolce, mite, di fine giugno, mentre andavamo, in macchina, un’amica, ed io, a raggiungere quello che sarebbe, poi…, diventato l’evento degli eventi…, il Festival dei Poeti di Castelporziano.

Oggi è 30 maggio, lunedì.
Fabio compie 74 anni.

Fino a quando mi è stato possibile, anche dopo l’arrivo della sclerosi multipla, ho camminato: bastone, stampella…, pencolando… Ho abitato a Roma Est, anche, per nove anni. “Tutto Libri”, la libreria all’angolo di casa, all’Appia Nuova.
Caduta due volte per strada – con la sm agli inciampi bastava poco – fortunosamente abbracciata ad un tronco d’albero dell’Appia Nuova, evitata una terza caduta, acquistai il primo bastone. Avevo poco più di cinquant’anni.
A sessant’anni – di nuovo in Prati -, dissi a me stessa “avrò una vecchiaia difficile”.
Lo è.
Già da alcuni anni. La sm terribilmente peggiorata, insultata da tutti coloro – e di ogni parte – in impresa di sfratto per fine contratto, contro persona anziana, invalida, donna, inerme.
Desidero citare un film che amo in modo speciale, di Ettore Scola, “La famiglia”: decenni di vita passano in una casa di Roma, in Prati.

Simone ed Esmeralda
se ne vanno per il rione
Prati – nell’eterna
Città del desiderio.
Simone mostra un nome
ad Esmeralda: il mio
su un citofono – nome
che lì è ancora – ed io
non sono lì. Se avessero
premuto il campanello
e avessi sentito dire
“siamo Simone ed Esmeralda.
Vorremmo salire” avrei
risposto “certo – venite –
sono qui in ombra – in anima
sono nelle stanze che tu,
Simone, conosci. I libri
alle pareti – i quadri –
le conchiglie. Le figlie
del silenzio – cortesi –
gentili – danno spazio” –

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Se delle persone avessero desiderio di conoscere il mio lavoro di scrittura di poesia, trentasei anni – dal 1973 al 2009 -, quel lavoro è riunito in “Tutte le poesie”. Libro edito da Gaffi Editore, Roma, nel 2011. Si sa che non sempre i libri di poesia si trovano di primo acchito, in libreria, ma la casa editrice ha un’ottima distribuzione, e, ordinandolo presso una Feltrinelli, arriverà a destinazione in pochi giorni. Io stessa ne ho fatta esperienza – avendo in questo momento – 30 maggio 2016 -, tutti i libri della mia biblioteca in magazzino -, mi sentii dire, a Roma, da persona che avrebbe dovuto difendermi, che tutti i miei libri sarebbero stati “gettati per strada”, e così ogni cosa che io avessi in casa – mobili, oggetti -, ed io – anziana, invalida – “portata via da un’autoambulanza”, e messa non si sa dove…, non so, forse lasciata su un marciapiede a morire.

** **

Per quanto io abbia potuto fare – come poeta -, e persona -, per quanto occasioni, e vita mi hanno permesso – e con il sostegno di chi il mio lavoro ha apprezzato -, quel percorso lo si può leggere – da non molto – on line: lo scorso anno – nei miei 74 -, ho pensato che una voce – per il mio lavoro -, avrei voluto apparisse in Wikipedia. A 72 anni, 73, 74, non si sa davvero quanto ancora è dato di vivere, e “Se non ora, quando?”. Se non ora, quando.

Non si riavvolge il tempo

I
Non si riavvolge il tempo
nei suoi giorni –
e sofferenze che il tempo
scaturisce non un tempo
diverso – che sia nuovo –
migliora il passaggio
che c’è stato – supera
chi può – in sommo
o minor grado – la sofferenza
che fu inferta – e in gioia
vive – se può – se non è colto
da recidive sorti –

II
non tutto non sempre
da sofferenza – per i vivi
ancora – si ritesse in gioia
di speranza – non tutto
non sempre in via di ritorno
o fuga sopporta angoscia
di esiti – e s’immette –
e taglia – la terza delle Moire –
e Lachesi – si dice –
già sapeva –

III
– di Levi non si sa
se fu malore improvviso
a scivolarlo per il cono
oscuro delle scale – lo stretto –
buio cunicolo d’abisso –
simile alla polvere-fumo
degli uccisi ad Auschwitz
che salire vide – in peso
di gravità incontraria –
nel campo dove ebbe
reclusione – o se fu
il sopravvissuto dolore
a portarlo via – Torino –
11 aprile dell’ ’87 –
e Benjamin – a un passo
dalla forse salvezza – in fuga
dall’orrore che lo perseguiva –
si uccide – nella notte
del 25 settembre del ’40 –
Portbou – frontiera
tra Francia e Catalogna –
non reggendo ansia
di fuga – di persecuzione –

IV
da sofferenza a gioia non
sempre è dato di passare
– non sempre i colpi
rimarginano in nuova
mente – e corpo
di anima che duole –
e più non può – non vuole –

– 25 aprile, 2016 –

** **

Tre mie poesie sono nella fanzine on line “Versante Ripido” – nel no. 5, maggio 2016 – raccolte dai curatori della rivista sotto la dicitura “Euridice alla stazione”, e qui le ritrascrivo. Altre, nella stessa fanzine, nel no. 4, di aprile.

(incontrario edipo)
avendo avuto mia madre –
assente – negli anni
dell’infanzia e alcuni
altri – non la ricordo
in cucina – per me –
ragazzina – come credo
càpiti a famiglie intere –
e a farlo – per me bambina –
erano la nonna materna –
e la zia – Paola –
sorella di mia madre –
erano anni di guerra
e dopoguerra – mamma
insegnava vicino
Roma – città dove
ero nata – e più sicuro –
altrove – per la piccola –
pensarono tutti – meno
il padre – che non c’era –
così fu che una primavera
– già più grande – su un treno
verso sera – per la via ferrata
– Adriatico nord – verso
Venezia – vidi dal treno
che se ne andava sempre
più a nord – incontro
alla laguna – schiusa
una finestra – illuminata –
e passare – in corsa – la scena
materna in nutrimento:
una donna – una madre
pensai – stava la cena
preparando – potrei ancora
giurare fossero uova
quelle che vidi aprirsi
in un lampo – mi rimase
negli occhi quel che vidi
e sorrisi – certo e per forza
avevo visto – negli anni –
mia zia e mia nonna
cucinare – ma quell’unica
donna – al crepuscolo –
apparsa oltre un treno
– a mezzo tra acqua
e colline di costa – mi parve
un segno pieno – tant’è
che ancora netto
mi appare il tavolo
della cucina ignota
– chi sa in quale tratta
della ferrovia – una sfinge
di luce – maternale –
chi sia stato mio padre
poi chi sa – in nessuna
stazione – della vita –
l’ho incontrato – un esilio
perenne del suo nome –

(Inedito, 7 aprile 2016)

***

(euridice alla stazione)

venni la volta d’un saluto
a Roma Termini – “vado
a Milano, per lavoro” avevi
detto – non so come
all’ultimo momento trovai
il binario – il vagone –
il treno – e ti vidi – tu
molto alto – di spalle
al finestrino – ti girasti –
non scomparii – la scomparsa
fu dopo – in altri mesi –
era quasi Natale – ti diedi
– oltre il vetro abbassato –
non so più quali oggetti
– natalizi – e dissi “diglielo
a Milano, che sei stanco”
eri stupito ch’io avessi
avuto quell’idea
d’arrivare al binario –
nell’incertezza di trovarti
al treno – non ti era mai
capitato nell’età tua
più adulta – e credo
inconsulto – fuori luogo
nel luogo deputato dei saluti
ti sembrò il mio arrivo
– né io aspettai la partenza
di quel treno – me ne andai
prima – per la città di Catullo
che si ama – poi la trama
dei giorni aggiunse l’altro
verbo – ma era acerbo
il primo – in citazione –
e rimaneva il solo
– secondo – a Termini –
in stazione –

(Inedito, 7 aprile 2016)

***

scriverlo
grande sui muri:
“ti amo – sta
attento – non siamo
sicuri” graffiti
detriti – roveti
confusi – ricordo
disastro
morte – reclusi –
le carte si spiccano
dal melograno (mischia
di nuovo – il seme
è la mano) angelo
verde diventa
l’annuncio – sollievo
diaspro pietra
natura – albero
pieno alberga
frutteti – muschio
limoni – i gialli
aranceti – la metro
arriva sulle rotaie
la gente si accalca
l’odore solleva
bande di armate –
inutile fingere –
entro – mi giro –
la scritta scompare –
Orfeo è redivivo –

Da “Tutte le poesie (1973-2009)”, Roma, Gaffi Editore, 2011.

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