Bianca Sorrentino, “Mito classico e poeti del ’900”

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“La forza del suo lavoro è nella grande leggibilità, nella grazia con cui sa essere accessibile e profonda.” (Isabella Leardini)

 

Dalla nota di Rosita Copioli

Mito classico e poeti del ’900 è un libro scritto con eleganza (di stile, di lingua) intorno a un ricco nucleo di miti, l’attenzione fissa al presente. Una mente lucida va alle fonti greche e latine: Esiodo, Omero, i tragici (Eschilo, Sofocle, Euripide), Catullo, Virgilio, Lucrezio, Ovidio, Seneca. Non considera solo i miti più noti, ma anche i meno frequentati e laterali. Li legge attraverso alcuni poeti del Novecento, che in gran parte traduce personalmente. Sceglie gli argomenti con proprietà, li ordina coerentemente, con gusto, che è un dono dell’intelligenza sensibile. Laureatasi nello studio della ricezione dell’antico in Shakespeare, Bianca Sorrentino prosegue la ricerca nel «campo estremamente affascinante» che «permette di riscoprire la pregnanza e l’attualità di storie comunemente ritenute troppo lontane […] alla luce della sensibilità moderna». Le appartengono acutezza di sguardo, slancio dell’immaginazione che pure salda alla realtà quotidiana, fedeltà alla propria terra, che ha accolto i miti fin dalle origini. Sono doti per nulla comuni, da cui ci si può aspettare molti nuovi risultati.

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UN ESTRATTO DAL LIBRO

UN VISO CHE NON SAPEVA DI POTER ESSERE BELLO

Cassandra è universalmente nota come la principessa troiana capace di predire il futuro, ma destinata a restare inascoltata. Questa immagine è eredità dei tragici greci, in particolare Eschilo ed Euripide, che dipingono la donna come una baccante, la quale alterna al furor dionisiaco della visione la razionalità apollinea del lógos. Veggente e profetessa, Cassandra fa i conti con una saggezza che viene dall’alto: la conoscenza di ciò che sarà la rende una privilegiata, ma allo stesso tempo comporta una sofferenza indicibile. Le sue parole, per quanto vere, non hanno forza di persuasione e dunque risultano vane. L’unico modo per ribadire la propria purezza, allora, è aggrapparsi alla verginità, l’unica scelta che sia davvero sua. Eppure anche quella viene barbaramente oltraggiata: la figlia di Priamo sarà violata prima da Aiace Oileo, proprio davanti al simulacro di Atena, e poi da Agamennone, che la trascinerà ad Argo come bottino di guerra, con esiti fatali per entrambi.

L’alone di teatralità che circonda il personaggio di Cassandra è evidente anche nella rilettura del mito che ne fa Wisława Szymborska. Ciò si evince già a partire dal titolo del componimento, Monologo per Cassandra (da Uno spasso, 1967). L’eroina troiana si rivolge in prima persona ai suoi spettatori e, da un palco immaginario, con parole dalla straordinaria carica evocativa mostra loro la sua città ormai distrutta e i suoi attributi da profetessa. Subito però si svela l’umanità di una donna tormentata dai dubbi; al trionfo dei giusti presagi di Cassandra fanno da controcanto la sua solitudine e l’immagine inclemente dei bambini che, al suo passaggio, interrompono le loro canzoncine e corrono via. La sua condizione è quella dell’esule, in un altro luogo e in un tempo altro. Lei è estranea alla vita, considera effimeri i nomi dei mortali, eppure invidia l’incoscienza di coloro che non sanno di stare al mondo “permeati da un grande vento”. Tutto ciò che Cassandra desidera, e che non può avere, è un istante. Lo rivelano i versi che si fanno concitati: “oh, almeno uno, uno qualunque, / prima di –”. La sua sapienza l’ha strappata alla vita, l’assoluto di cui è depositaria le ha negato l’accesso al contingente che tanto avrebbe voluto assaporare. Quello che le rimane, alla fine, è una veste bruciacchiata, il suo ciarpame di profeta e il suo viso stravolto.

L’eloquio solenne e oscuro della Cassandra del V secolo a.C. si trasforma, nel Novecento, nel linguaggio limpido che è la cifra stilistica della poetessa polacca: ai monologhi criptici delle tragedie che il coro stentava a decifrare, fa qui riscontro un discorso poetico che si distingue per l’estrema lucidità e per la ricchezza di immagini riconducibili alla sfera del quotidiano. L’ultima è sicuramente la più potente: “Un viso che non sapeva di poter essere bello”. Ed ecco la risposta novecentesca al tema antico della verginità: non si tratta di ribellione nei confronti della divinità maschile, né, al contrario, di una forma di accettazione rassegnata. La Cassandra di Wisława Szymborska non sapeva neanche di poter essere altro: è corsa incontro al suo destino perché, a differenza degli altri, guardava se stessa dall’alto delle stelle.
(di Bianca Sorrentino)

Monologo per Cassandra
Sono io, Cassandra.
E questa è la mia città sotto le ceneri.
E questi i miei nastri e la verga di profeta.
E questa è la mia testa piena di dubbi.

È vero, sto trionfando.
I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.
Solamente i profeti inascoltati
godono di simili viste.
Solo quelli partiti con il piede sbagliato,
e tutto poté compiersi tanto in fretta
come se non fossero mai esistiti.

Ora lo rammento con chiarezza:
la gente vedendomi si interrompeva a metà.
Le risate morivano.
Le mani si scioglievano.
I bambini correvano dalle madri.
Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.
E quella canzoncina sulla foglia verde –
nessuno la finiva in mia presenza.

Li amavo.
Ma amavo dall’alto.
Da sopra la vita.
Dal futuro. Dove è sempre vuoto
e da dove nulla è più facile del vedere la morte.
Mi dispiace che la mia voce fosse dura.
Guardatevi dall’alto delle stelle – gridavo –
guardatevi dall’alto delle stelle.
Sentivano e abbassavano gli occhi.

Vivevano nella vita.
Permeati da un grande vento.
Con sorti già decise.
Fin dalla nascita in corpi da commiato.
Ma c’era in loro un’umida speranza,
una fiammella nutrita del proprio luccichio.
Loro sapevano cos’è davvero un istante,
oh, almeno uno, uno qualunque
prima di –

È andata come dicevo io.
Però non ne viene nulla.
E questa è la mia veste bruciacchiata.
E questo è il mio ciarpame di profeta.
E questo è il mio viso stravolto.
Un viso che non sapeva di poter essere bello.

(di Wisława Szymborska, Uno spasso, Traduzione a cura di Pietro Marchesani
Libri Scheiwiller, Milano 2009

Bianca Sorrentino ha conseguito la laurea magistrale in Filologia, letterature e storia dell’antichità presso l’Università ‘Aldo Moro’ di Bari, con una tesi comparatistica sulla ricezione shakespeariana delle fonti classiche, e ha recentemente ottenuto un diploma di Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali presso la Business School de «Il Sole 24ORE». Si occupa da sempre di teatro e didattica, ha lavorato in Irlanda come assistente di Lingua italiana e ha collaborato con il sito di ‘Parco Poesia’, il festival della poesia giovane, ideando e curando una rubrica sul mito. Suoi contributi sono apparsi su «Iris News», rivista internazionale di poesia, e sul sito del Centro Culturale Tina Modotti di Caracas. È inoltre relatrice presso convegni universitari e incontri scolastici.

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