Antonio Malagrida, “Fuoristagione”

Antonio Malgrida

Lo stile e la lingua di Malagrida tendono ad una prosa mai minimale, capace di diventare lingua di poesia, spesso illuminata da bagliori lirici. (Umberto Piersanti)

ESTRATTI
Da
Fuoristagione, Raffelli Editore, 2016

Sul tempo

Il dito scorre sul calendario fino al trentuno
quando arriva il primo.
Come fosse consolazione, mezz’allegria
come avessi chissà che fiato, oppure quale idea.

Che follia.

**

A volte si unisce al crepuscolo rosa e turchese
quand’è agosto sul mare.
A volte s’ imbroglia nello smalto della foglia
perso tra le nebbie, tra le piogge d’ottobre.
A volte segue la ruga del fabbro, pesta incudine e ferro
guida la mano che asciuga il sudore.

Il poeta scrive per tempo, poco importa che traduca
il sospiro di terra che giace con la neve.
Poco importa che ascolti Febbraio fecondare Primavera.
Il poeta è l’incanto. Rimane al confino.

Nel bordo, chiude la goccia prima che il sole l’asciughi.

*

Mi fermo incuriosito di primo mattino
ad osservare il fondo annerito di questo
piccolo posacenere a forma di giara.
Ottone battuto. E’ qui da anni.
Lo rubai in una discoteca alternativa su in collina.
Con quello che costava l’ingresso, tornare a casa
con un piccolo ricordo credevo fosse quasi un mio diritto.
Ero giovane, del resto!
Da allora quell’oggetto rimane una fedele compagnia.
Tutti i giorni sempre lì.
Finisco la mia sigaretta con noncuranza.
Sotto una specie di tanto per dire.

Tutto è come sempre in questa stanza.
Stereo JVC, computer Samsung, cd, articoli di scrivania
tavolinetto basso, poltroncine rosse vagamente rococò.
Tutto è come prima sotto questo tetto.
Anni di vita dentro ogni tessuto, angolo, crepa di muro
tracce d’umidità sulla parete, tarli, muffe azzurrine
rigature di condensa sulle specchiere.

Tra un po’ farò pulizia.

Con cura meticolosa inizierò con lo strofinare
della crema disinfettante, un pulitore liquido
un disincrostante anti battere.
Cose del genere.
Quelle che danno brillantezza che dura.
Lo farò per un ambiente migliore, pulito, ospitale.
Rimuovere la polvere. Cambiare un poco il corso
delle cose, vuotare le custodie, i depositi del tempo.
Basta volere.
Comunissime, quotidiane necessità.
Farò pulizia.
Basta volere!
O no?

Attendo ancora un poco
prima di bagnare la spugna gialla
con uno sgrassatore universale.
Fermo le dita sulla chiusura di sicurezza.
Li vedo.
Metto a fuoco per un istante quel battito nascosto
quelle impercettibili azioni tra le cose.
Animanuncoli invisibili, virus, bacilli, embrioni innocenti
conservano operosi la loro verità.
Li vedo, sono vivi.
Vivi. Come me.
Del tutto inconsapevoli di quello che sta per accadere.
Forse.

Immagino la fatica che fanno sopra dislivelli inaccessibili
per organizzare percorsi, per soddisfare la fame propria
e quella altrui.
Anche loro hanno dei piccoli, del resto!
E dovranno pur difenderli dagli imprevisti, dalle minacce!

Possibile sia solo istinto ciò che muove quegli invisibili
artigli, quelle minuscole zampuncole, quei microscopici
apparati digerenti?

Progetteranno anche loro un’esistenza in qualche modo!
Tenteranno almeno una sopravvivenza!
Dico di sì. Dico più.
Virus, batteri e compagnia si incontrano, si osservano
ridono, piangono, passeggiano come fidanzatini
e magari si scambiano opinioni sui fatti del giorno.

Li vedo, li vedo, sono vivi. Come me.

Realizzo che il mio personalissimo, arrogante desiderio
di pulizia e la conseguente azione igienizzante
li farà tra un momento morti asfissiati.
Nel migliore dei casi
saranno in viaggio per orizzonti sconosciuti.
Scruto come fosse un atlante.
Una mappa di strade, cuori e città
che potrei cancellare in un momento.
Mi sento un’autorità.
Leggo nelle trame di quel mondo i segni
del futuro. La sorte di qualcuno
nelle mie mani.

E allora?

E allora non me la sento di decidere nulla
nulla di quanto tocca verità e destino altrui.
Lascio tutto come viene, non intervengo, lascio stare.
Sono vivi. Come me.
Fossero solo germi e batteri, fossero virus
fossero quello che vuoi, sono vivi. Come me.

Magari, penso, quando sarà il momento
quando verrà la resa
un dio o chi per lui farà con me la stessa cosa.
Mi darà ancora tempo, magari mezz’ora
magari un giorno, magari un minuto soltanto.

O forse no. Quando sarà il momento
quando verrà la resa
nessun dio farà con me la stessa cosa.
Non ci sarà tempo, nemmeno mezz’ora
nemmeno un giorno, nemmeno un minuto soltanto.

**

Alcune hanno cinquanta, cento anni.
Altre molto, molto di più.
Le tegole raccontano gli anni.
Tengono il tempo, la storia.
Sotto un sole che non t’accorgi, lamentano i segni
del cedimento, le prime avvisaglie della fine.
Chiedono perdono?
Probabilmente non avrebbero mai voluto perdere tenacia
e splendore. Le tegole lottano ancora, lassù.
Reclamano un futuro, un’attenzione in più.
Sarà di pioggia?
Di gelo e neve?
Sarà per bufera autunnale o che so io, per calura estiva?
Non sappiamo quando cederà
quella postazione fianco a fianco.
Non sappiamo chi cadrà per primo dallo schieramento
privo di supporto, logorato giorno dopo giorno
dalla guerra contro il tempo.

Intervenire con isolanti, con lavori di carpenteria?

Certo, ma prima vorrei dare loro una voce di conforto.
Far capire che siamo tutti vittime
della stessa regola del gioco.
Che non bastano giunti, catrame, rattoppi e tubature
quando tutto sta per finire.

Dovremmo invece usare la memoria, la pace, il sorriso
il gesto, la parola finché ce n’è.
Vorrei dirvi tante cose.
Ricordarvi quanto avete dato e quanto poco ricevuto.
Ci insegnate che in fondo basta la presenza.
Che poco importa dove e quando.
Ciò che conta è come.

Vorrei dire che la fine è così per tutti.
Senza un perché.

Ma non trovo il modo, la frase ad hoc.
Chi conosce la formula me la dica, me la scriva qui.

**

Quaggiù ci rallegra appena fare un giro di sospiri.
Ci si muove la notte, spalle al collo
per evitare il gelo.
Allunghiamo il passo nell’ora tarda
dentro le mura misuriamo giorni, abitudini.
Coriandoli.
Il tempo passa, abbassa il viso
sull’altro lato della strada.
Noi immaginiamo abiti la stessa notte
che sfogli i petali dello stesso fiore
che almeno si commuova quando c’è la neve.
Non accade.

**

Del tempo non riesci a farne a meno.

Ma se certi desideri nascono nel giorno sbagliato
vedremo i segni sopra un foglio casualmente ritrovato.
Malamente accantonato, scolorito, un poco stropicciato.
Non ha avuto giorni, né strade su cui faticare.
Racconta il miraggio nella sete, il treno
che parte e non hai salutato, l’istante perduto.

È l’inutile ricevuta di un terno mai uscito, mancato.

**

Potessimo almeno rifare qualche scena.
Rivedere un poco il trucco.
Cambiare due parole, la postura, l’espressione delle ciglia.
Potessimo appendere una lampada, un sole di cartone
anche di notte, spalancare al cielo le finestre rotte.

Potessimo almeno rigiocare il sette, invece del ventotto.

**

Inventare quel fiume, trovarlo.

Scivolarci una barca, una chiglia, una bandiera
confusamente leggera, vana, di carta, svanita
svampita come una sillaba, come una stella.
Acqua eccitante, sensuale, accento che sia
onda che sappia sfiorare, toccare.
Che si lasci spogliare, guardare.
Che si possa rubare.

Che sappia morire come un soldato
come un treno alla stazione
come un’ amico, come una canzone.
Come qualcuno che inventasse quel fiume.
Fiume adesso, da godere, favola che ci puoi camminare
pagina da graffiare, strappare, gioia da raccontare.

Tollerante, ospitale, silenzioso, generoso, ribelle.
Voce che arrivi al mare.
Fiume di memoria, foce sorgente, respiro di padre.
Di madre, alba. Che arrivi al mare.

Inventare quel fiume, trovarlo.

**

Ma non senti il profumo dei tigli?

Non puoi confondere i binari dove tutto corre
ma tra la ruggine e il ferro ci può stare che il muro
dove gira la via, il tacco che sballa sui sampietrini
le volte a crociera sopra questi archi, siano proprio così.
Nulla più di quello che c’è.

L’attimo in cui accade ciò che conta.
Quando il tempo non fa male.

Quando fuori le mura è tardi, sopra i capelli è notte
quando i fischi di Carlo e Giuseppe seguono la luna
fino in fondo. Fino a primavera.

E non ci importa se non è vero niente.
Antonio Malagrida. Nato a Macerata nel 1961, laureato in Lettere e Filosofia, docente di Lettere, in poesia ha pubblicato:

“Sprazzi e impressioni”, ed. Est, Ancona 1995
“A chi è ancora vivo”, ed.Amadeus, Cittadella1997 (Premio Melisium’98, Messina – Premio Cervantes ’98 Roma –Premio M.Calabria ’99 Messina)
“Oltre”, ed. L’albatro, S. Elpidio a Mare 2002.
“La tenda dello zingaro” ( libro + cd ) ed. Pequod Ancona 2007

Alcuni testi sono stati pubblicati da riviste e antologie ( Pelagos – Clandestino- Antologia di poesia marchigiana ed. Pequod e curata da M. Gezzi e A. Ruggeri – Antologia Convivio in versi ed. PoetiKanten Firenze curata da Lorenzo Spurio).
Dal 2014 collabora con Umberto Piersanti al Laboratorio di scrittura e cultura poetica Sibilla di Civitanova Marche. Membro di giuria al Premio città di Civitanova 2016.

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