Alessandro Ceni

Alessandro Ceni – Credits Ph. Eric Toccaceli

Che cosa accade nei tempi diversi della poesia di un autore contemporaneo? Come cogliere e in qualche modo verificare nella concretezza della scrittura mutamenti e scarti, senza descriverne soltanto gli esponenti semantici o di gusto e tono, senza limitarsi a notazioni impressionistiche? Privata di molte delle strutture tradizionali della forma-poesia, la scrittura in versi di molto novecento maturo – e Ceni è tra gli esponenti ultimi di un novecento alto, frondoso, azzardato – sembra sfuggire e negarsi a un riscontro tangibile di lingua, di impalcature formali, di modi. Eppure, in un’epoca di sempre più accesa auto-referenzialità del gesto dilettantesco della poesia (nel tempo dei milioni di scriventi), arroccata e assediata nei suoi alti o infimi insediamenti, la poesia-poesia, incolume ma allarmata, inquieta e in tensione, è indubbio che vada in traccia e trovi le sue contromisure, i suoi antidoti, i suoi successivi svolgimenti proprio in termini di lingua, di stile, di forme.

CACCIATORI SULLA NEVE

Io vorrei saper dire amore
amore amore amore
come fanno i dementi
ed essere infelice infelice
per il troppo bene,
un solvente, che spezza la catena delle vite
per darci la definitiva morte,
simile a Dio in questo, o
al cuore;
o voi del mondo invisibile
spiriti verdi e soli,
carbonchi,
che assaggiate i fiocchi di neve
al volo e osservate come il ghiaccio
pattina i bambini i loro guanti,
col peso d’un passero, le
sue ipsilon sul bianco, come
li fonda sulla petrosa neve
dopo l’uscita dal bosco pieno di culle,
come noi pensando fuoco fuoco,
ansanti perché la neve,
eppure nudi e senza freddo
con dita luminose e
sulle labbra non il vapore,
lo spazio e il tempo: non date voce,
come il giocatore in panchina
lo sguardo agli altri
teso a capire, come un signore
morto agli antipodi, dietro,
che fa così con le braccia,
a rallentatore cammina o in un morso d’affetto,
o voi che non siete più
per essere nel mondo strano indispensabili
cespugli di more
lepri soprannaturali
per invitarmi alla caccia,
catturarmi e, ora, appeso
riconoscervi amici,
miei simili, per un gesto antico:
giunti al riparo toccarono
i calici in un brindisi;
spesso è il profilo dei monti
spesso il particolare d’una foglia
che v’inquieta e parlottate,
non dicesi non est…
allora camminate
eschimesi
fiocinatori spaziali senza amata:
«era del dolore che nelle carte geografiche
è del mare che profila la costa,
di quello convenuto per i deserti,
e quello attribuito alle depressioni
dove a crosta per le rughe dei fiumi è più fertile,
erano torrenti su di lei e piste e v’incombeva un cielo»:
sulla discesa i cani sono rossi
ed anche voi scomparsi.

da I fiumi (1990)

IL CANTO DELLE BALENE

Noi eravamo fermi, vi dico, il mare ci portava
come immobili sogni dentro un’immobile mente.

La testa di dio è bendata
è deposta sul fondo,
leggere le bende si muovono
quelle che imprigionano il suo sguardo.
Dio è disceso sul fondo
con il piombo del mare addosso,
su di lui gravano i fondi delle barche.
Riempie e svuota le reti
inghiottendole e risputandole,
non ha sensi né pesci
dio è disteso sotto le acque e non respira.

Luna luna, immobile luna nella mente
parole fisse al molo che incutono al vento
ed embricano alle onde com’è possibile possibile
possibile che tu ti esprima esprima esprima con
parole comprensibili da noi da noi da noi
che ti abbiamo tolto e ritolto dalla vita
dalla vita con le sue parole?
Le parole ricordano, le parole sono vostre
di coloro che guardano da terra
e ricordano la separazione dei vitelli dalle madri
e il ritorno sui pascoli già sfruttati nella primavera
e quello definitivo alla macchia per svernare e
sanno la separazione nostra come di chi
è richiamato alla realtà da una sua astrazione.
Noi andiamo con moto rovinoso
chiamandoci nel mezzo della scena
col nostro oscuro straziato suonare.

Questo dio mai si ridesterà
dal tumulo della buca franosa
nell’osso profondo
del mare ignoto e benigno
disfatta la cartilagine del naso
in mucillagini e bave
dissolti idra e cuore
caduto il vento
e salito al cielo il tempo.

da La natura delle cose (1991)

 

DA OPPOSTE RIVE

Nel buio le parole
non sono parole ma uomini
che con rasoi tentino tele cerate di
sonori padiglioni sulla sabbia.
Alla luce
è fuori uno con una latta
che scende al mare
chimico e geometrico e tutto lo riga.
Un idiota, fermo, in sogno, presso
la linea dell’acqua
che inghiotte neri pesci nella rimessa
ritarda misurandole coi diti dei piedi
le barche negli ultimi porti umani.
Lei ti ha parlato con voce di uomo
di un certo delitto
d’una scomparsa mai colma
della vedovanza infinita del tondo della vita
di come dentro s’è fatto un luogo
da solo
un buco violento che solo per te è buono.
Piana acqua nel secchio
e indossate corone
le figurine si baciano
cosa che dovrebbe spiegarti perché
l’uomo-lupo insegua una Sirena o
splenda un pane
bianco sul comodino,
ma da qualche tempo
non ti lascia neppure un momento
e dei personaggi nel buio della tenda
non hai che suono
come da opposte rive.
Il sole notturna istupidito dal volo
fissi gli occhi di Dio sull’idiota
che geme fischia sibila
chiama invoca soffia si preme
e con la mano assicurata al vento
nel mare rovescia gli sgomenti metri delle chiuse.

da La natura delle cose (1991)

XXVI

«Presto sarà l’inverno
e il male che ci donammo
da lungo tempo non colto
maturerà appieno nell’ospizio del gelo.
Forse la funebre uccella siberiana,
colei nel cui utero già si dibatte e ride
l’orrendo e sacro implume,
dalla vetta di una mistica cipressa
chiamando a raccolta i suoi
contro il marmo del cielo
lascerà cadere dal becco anche te
e in questa mezza luce,
in questa sospensione o suono
come di revocata incursione aerea
darà inizio alla neve».
Quando così ti parlo e gli altri
in un denso fumo si rialzano
si guardano attorno e lasciano la sala,
sull’orlo dei tuoi occhi compare
un glutine di torpida inconsistenza spirituale;
perdi conoscenza.
Presto sarà l’inverno e
tu ancora non capisci che la caduta è eterna.

da Mattoni per l’altare del fuoco (2002)

Nota di Silvia Zoppi Garampi

Una voce in rivolta ad alta intonazione, tra cedimento e responsabilità fonda un nuovo paradigma poetico. L’occhio lucido, asciutto e furente di Ceni tiene sotto osservazione il tempo e lo spazio, conculcata ogni illusione ne registra lo stato di deriva: «Né amore né dio servono questo tipo di purezza» è il verso incipitario di uno dei brani in cui il pensiero si arrovella sulla «furibonda entità», la «nevrile imminenza» di trovare la parola, l’unguento, il filo da sutura. Le cose accadono senza che il pensiero possa coglierne le ragioni, gli atti, assurdi e tragici, sono inadeguati alle possibilità e ai desideri: la natura umana in questa ultima raccolta (ndr Combattimento ininterrotto, Effigie Edizioni, 2015) è esclusivamente volta all’essere, come ogni natura. Quando il livellamento e l’omologazione prevalgono sull’autenticità, l’indifferenza sulla sensibilità, l’epidermide sulle vene, il pensiero diventa inane e la lingua indigente; così Ceni combatte dal piano cognitivo e linguistico causa ed effetto di ogni possibile o perduto umanesimo: riconosciuta l’inconsistenza di tutto, in un clima da fine della specie, accenti apocalittici e sapienziali, spesso metapoetici costruiscono avvenimenti aderenti alla miserabilità di un pullulare vagante più che errante, privo di forme di conservazione, e in mano ai mercatores. In questa grottesca landa schizofrenica e collassante che è divenuta la nostra stessa esistenza il grido di Ceni, compiuta dagli esordi la riduzione all’impersonalità, giunge «sotto mentite spoglie e per interposta persona», cioè attraverso azioni ad elevato tasso metaforico, dove i fitti richiami (Ovidio, Dante, Leopardi, Whitman, Dylan Thomas) mutano in un lessico specialistico o di nuovo conio attinto soprattutto dall’ornitologia, branca della zoologia cara ai poeti qui rifondata alla radice. Aironi, ardeidi, silvidi, fino a «desueti nomi di uccelli» penetrano e prolificano il resto o stoico residuo della natura per dare voce a una realtà dislocata e indistinta (utile qui fare il nome del solitario e aristocratico narratore Landolfi): gli animali, le piante, la sofferenza subita e inflitta che divide ogni possibile fratellanza. La inelaborazione del dolore, Riserva indiana, Il sale, Sconosciuto entrato in una foto sono le quattro cadenzate intense sezioni di questa importante raccolta in cui si dice la condizione lacerata, isolata, eroica e, se pur talvolta perplessamente riscattatrice, non-sperante della poesia. Il combattimento ininterrotto di Ceni crea una trama di echi, un’ecolalia che riallaccia grumi di pensiero fondante, un idioletto invasivo che resiste: una grande danza «priva di ogni gioia» fatta per definire e sottrarre.

TRA IL VENTO E L’ACQUA

Da questo punto in là iniziano i gridi,
che nessuno sa come sia possibile.
Da questo punto preciso in là iniziano i gridi
che si emettono come sonde nello spazio
o missili predisposti al non-ritorno o inquiete macchine
che stanno, percosse da violente scariche di energia statica.
Questi gridi che nessuno sa non provengono, non giungono,
semplicemente iniziano nel punto preciso in cui iniziano.
Certo è che in là ci sono frasche urticanti, i raffi
della robinia e il pruno acuto, le aste zannute di aranci amari
e limoni acerbi, e ogni pianta portatrice di spino e
tutto ciò che punge, il fitto e aguzzo schermo delle rondini,
gli intrichi puntuti di minimi animali che vanno
in acuminate ronde o s’impigliano ai nembi di un rovo,
e l’aculeo è il sommo bene.
Certo è che è certo che sul limine
l’uragano delle parole fonde e, unica, si accende,
mulinata dal pungiglione nella puleggia di cuoio, la
pietra focaia dell’inarticolazione: di qua
tutto è infelice e indigesto,
gli uomini vanno servi, le donne prostitute, i bambini
vomitano densi liquidi verdi e cacano nero.
Di qua in là ci senti l’uccello che non canta, il
pesce che non nuota, che non verrà a riprenderci nessuno.
Non vi si distende la grazia di nessun Signore.

da Combattimento ininterrotto (2015)

AUTOCOMBUSTIONE

Mai in loro presenza.
Bensì dalla distanza, abbracciali,
quando sei invisibile e lontano, tutti,
affetti e amici.
Mai in loro presenza.
Lascia che il fiume sciolta in te la zavorra della speranza
si volga a controllare gli scalmi
e discenda le numerose anse del suo andare, che moltiplichi,
sgomiti, macini sassi stesi ed erbe insane: cose, tutte,
facilmente immaginabili: il fiume trasporta
banali cose: lo scomparso dato per scomparso, il
frammento del figlio rotto, la prestanza del drudo
e l’ignominia della sonda, l’incontrollabile pornografia
della salvezza inalberata e il registratore
con incorporato il fantasma che assonaglia
catene da neve fuori scena o goccia a goccia
come collirio o flebo si esprime: rumori e insistenza.
Stringili al cappio del tuo infelice pensiero,
alla gomena del capestro della tua mente e,
allentato il solitario argano, impiccali,
sequenza per sequenza, nell’inutile cassero del tuo angusto cuore,
affinché come vibratili fiaccole dentro una caverna
o agitate ricerche sopra le rughe del mare o
grida controvento tra il vento nel frumento
restino avvedutamente inconsapevoli e più saggi
così privati del tuo nascosto cuore.

da Combattimento ininterrotto (2015)

RICOVERO PER INDIGENTI

Dio chiamò a sé
e lo fece
ardendoli vivi
in
un edificio scolastico
nel
modo più vile, nel sonno,
in un orfanotrofio
o fabbricato
dismesso o villaggio operaio o
ronda di casiglianti lungo i
perimetrali degli averni condominiali,
nelle
dimore di pena
annegandoli
tenendo
loro sotto la testa
nel
lavandino del mare comune
se
salpano festanti
su
navigli di silicio,
le negri pelli di
ebreo tese al sole ad asciugare
esplodendoli
su mine inesplose
schiacciandoli
in
un pullman in gita
sbatacchiandoli
contro l’insonorizzato
sgabello in cui incespichi e cadi,
com’è della noce sul sasso o della drizza
sul capo del figlio di Ettore
appoggiandoli
alla
benda della fucilazione
al muro delle
fibule, alla foglia d’alloro
al gabbio dei
ricordi, alla paranza di spume
concupendoli
nel tempio
evirandoli
nell’attesa
abitandoli
nella colpa
ignorandoli
nell’invocazione
e
lodandoli
mandarli a farsi la doccia
dopo il ring o la
camera ardente o la sala da ballo.
Quando
rintascato il fischietto
dio
siede lì
flesso
sul bordo sbreccato
di qualsiasi cosa,
la tesa
del cappello arrovesciata
ad una
brezza breve da colonia estiva,
le gambe
oltre la murata
scabrosa di una tazza che porgi
l’angelo cesserà di frapporsi
tra te e la fine:
sei
la madre che si
getta dalla finestra del bagno
stringendosi il piccolo al petto.

da Combattimento ininterrotto (2015)

____

Alessandro Ceni (Firenze, 1957). I fiumi d’acqua viva (in “Poesia Uno”, Guanda, 1980); Il viaggio inaudito (Tosadori, 1981); I fiumi (Marcos y Marcos, 1985 e 1990); La natura delle cose (Jaca Book, 1991); Il pieno e il vuoto (antologia, Marcos y Marcos, 1995); Tra il vento e l’acqua (autoantologia e riflessioni, Edizioni della Meridiana, 2001); Mattoni per l’altare del fuoco (Jaca Book, 2002); La ricostruzione della casa (poesie scelte 1976-2006, Effigie, 2012); Parlare chiusotuttelepoesie (Puntoacapo, 2012).

 

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