Emilio Rentocchini, “Lingua madre”

EMILIO RENTOCCHINI

di Guido Monti

Con LINGUA MADRE Ottave 1994-2014 libro pubblicatonel 2016 da Incontri editrice (pp. 290, euro 14) Emilio Rentocchini fa confluire in un unico volume, vent’anni di produzione poetica racchiusa in 256 ottave. Si è molto parlato e scritto di questo poeta puro ed anche puro dicitore, che ha ricevuto a suo tempo attestati di stima e sicuro affetto tra gli altri da uno dei grandi del secondo novecento Giovanni Giudici. E nella sentita prefazione che Gianni D’Elia scrisse sul libro Ottave edito da Garzanti nel 2001 si legge: “Uscito nei primi anni Novanta sulla rivista “Lengua”, Rentocchini colpiva immediatamente per la voce sicura, fin dal primo verso, dove la consumazione della lingua dei parlanti è la dichiarazione della verità dialettale, ma non solo di quella…” e D’Elia ha pienamente ragione perché se indubitabilmente le ottave sono scritte nella forma del dialetto sassolese, esse proprio per profondità di sentire ed apoditticità di dettato, ci restituiscono quel brivido senza scampo, quella consapevolezza definitiva sull’esistere che deve possedere e trasmettere la poesia tout court, non importa se dialettale o in lingua. Torno un attimo indietro, perché poeta puro? perché penso e questo accade raramente ai poeti, perché i più in verità divengono tali, come si dice, sviluppando i propri talenti ed affinandoli anche in maniera encomiabile, che Emilio Rentocchini invece sia posseduto in nuce da un alto spirito artistico che poi è spirito dei tempi, dei secoli, che sembra d’un tratto convergere nei suoi testi quasi chiamandolo a scrivere nel metro dell’ottava ariostesca e chissà forse è azzardato dire che Ludovico Ariosto, contiguo anche territorialmente, parli in lui? o è lui a interrogarlo ed il poeta rinascimentale a rispondere ma comunque questo intreccio di lingue, di spazi, è lampante, nel fiume impetuoso del testo dove si potrebbe parlare di brusio, rumore dell’intertestualità, per citare Ezio Raimonidi ed i suoi memorabili studi sul Petrarca lettore di Dante.

E allora qual è l’ubi consistam della scrittura di Emilio Rentocchini? per cercare di intenderlo, mi richiamerò a Benedetto Croce e a quel che diceva sull’ottava del furioso: “Tutti i sentimenti….tutti sono alla pari abbassati dall’ironia ed elevati in lei. Sopra l’eguale caduta di tutti, s’innalza la meraviglia dell’ottava ariostesca che è cosa che vive per sé: un’ottava che non sarebbe sufficientemente qualificata col dirla sorridente, salvo che il sorriso non s’intenda nel senso ideale, appunto come manifestazione di vita libera ed armonica…” e certo facciamole di nuovo nostre queste immense riflessioni del filosofo neo-idealista e teniamole nel cuore ma come non pensarle un pochino anche per l’ottava del nostro, con quell’ironia e sorriso, che tornano striscianti dietro la superficie abrasa dal tempo di certi suoi paesaggi, personaggi e dove anche la parola disgregazione sembra ballare, fischiettare, prendersi gioco della materia naturale messa lì sulla pagina così in bilico, così di transito, che quasi la si può assimilare a quei presepi di cartapesta così armoniosi a vedersi ma con l’amara consapevolezza della bella finzione: “ L’ansa del Secchia sotto San Michele/riflette l’aria liquida ed aspetta/che l’acqua passi lasciandole San Michele/…./la croce del campanile lambisce il miele/della riva gialla di foglie: domenica protetta/dal finto andare del fiume sul filo del’autunno,/con quel paesino che si culla figlio di nessuno/”. Il tono nell’ottava quindi si abbassa, si alza, la fibrillazione è continua, lo spazio della terra emiliana con la sua memoria, i suoi cambiamenti antropologici, è sempre lì presente e questo possiamo chiamarlo momento alto del sentire ma a volte ecco questa presenza si incarnarna nella frase dell’umile gente, gente perduta ed allora l’altezza si sporca e l’ironia sgambetta tra gli endecasillabi e la scrittura assume una significazione ulteriore: “Due donne piene d’anni un giorno d’estate/camminano nel timbro del proprio odore,/…./…Cercando il fiato,/una sottovoce: che caldo in casa, un calore/ che bollono i muri. E l’altra: padreterno, bisognerebbe incartarli per l’inverno/”. Il lettore è smarrito, preso in un cantuccio, balbetta dopo tanta lettura una parola amara, solitudine, che sì, nella pagina può esser smorzata con quelli che sono i trastulli della terra come l’amore fugace, le osservazioni a fior d’occhio di certi paesaggi come sospesi in affreschi lontani e per un attimo certo ci si può tenere aggrappati all’àncora di queste consolanti apparizioni ma solo per un momento perché riecco la solitudine che si smarca e ripresenta lì nel libro davanti ai nostri occhi a ricordarci qual è il compito della vera poesia: portare il lettore nel luogo privo di appigli.

Ma le stanze di Rentocchini tutto contengono in quel tono uniforme di schietta confidenza, cosi le summenzionate fibrillazioni come morte definitiva, vita che fugge con i suoi vari accenti tonali: “…/…Ve’ le montagne/che s’aprono al cielo del Cusna in una mano/…/Quel sabato dopopranzo l’aria dell’altana/ti teneva con sé, era la tua collana/” sembrano non giungere mai al limite della disperazione e quando quasi vi arrivano, ecco che un’ottava s’accende di ironia, di beffardo sorriso per riequilibrare la situazione e riportare la scrittura a quel tono di cui si diceva ma indubbiamente il cuore del poeta, la sua commozione, è dietro ogni visione ed appunto solo per pudore ed abito mentale, che mai fa bella mostra di sé. Dicevo all’inizio di Rentocchini anche puro dicitore e sappiamo bene che la sua voce per chi lo conosca, dietro i suoi occhi sempre mobili, lo sguardo lucente ed appartato, ha un fraseggiar di parola sempre vicino al tono poetico e questo ci porta a qualcosa di artisticamente lontano nel tempo ed inquietante; ha quell’aria il poeta sassolese, di un trovatore venuto per caso tra noi, con la sua voce variopinta che svolazza e che torna poi subito distesa nell’alveo delle sue crude ottave, così vicine come in questa amara poesia, di dedica, ai luoghi, allo spirito dell’Ariosto: “Di fronte al Mauriziano c’è un barettino/dove vado a bere qualcosa se passo di lì,/…finchè di colpo….a quello più vicino/faccio: chi fu allattato di fronte a qui?/poi prima di sentirgli dire qualche sfondone/eccomi già di fuori in mezzo ai tir”.

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