Maddalena Bergamin, “L’ultima volta in Italia”

di Francesco Guazzo

Il libro che Maddalena Bergamin ci propone nella nuova serie “Lyra giovani” di Interlinea è l’opera perfetta per far cambiare idea a chi pensa che la poesia giovane in Italia sia tutta confinata a messaggi e testi di brani musicali. Chi ancora si ostina a sostenere che la poesia, oggi, per i giovani, sopravviva soltanto nei sentimentalismi delle canzoni o nel limite dei 140 caratteri, incontrando uno sguardo tanto maturo e così profondamente capace di scandagliare gli aspetti più intimi del reale, non potrebbe non ricredersi ed iniziare a capire quanto le voci contemporanee siano, in realtà, presenti e vive anche tra le ultime generazioni.

L’ultima volta in Italia è, infatti, una raccolta di poesie necessarie, capaci di portare sostanziose novità, sia tematiche che concettuali, all’interno del panorama poetico italiano.

I versi che aprono il libro sono versi del disincanto, elemento che ripercorre in modo sotterraneo tutta la struttura ipervedente dell’apparato di relazione con la realtà alla base di questi testi.

Chi ha detto che questo è il paese
del mare non sa delle nostre giornate
su tangenziali padane, della periferia
latina malmessa e delle grigie ore
che ci separano dalla vista del sole
non sa di come sia estranea alla nostra
la vita che di noi si racconta

Nella sua poesia Bergamin ci propone una nuova metafisica, la metafisica lieve della vita quotidiana e prossima che tutti noi oggi ci ritroviamo a vivere, la metafisica delle forme di un’allegoria tutta propria di questo libro e, per così dire, “periferica”, per il suo passaggio di vetro: la scelta di spingersi ai limiti simbolici più estremi degli oggetti, mostrandone, poi, esposti i tratti più fortemente eloquenti ed evocativi.

Con versi su aperitivi e decoder che si guastano, siamo irrimediabilmente condotti all’interno dell’intimità più scarna della commedia umana, osservata con uno sguardo brutale, e lo stupore nuovo a cui andiamo incontro non è più dato dalla bellezza di ciò che ci sta intorno o dalla parola che esso invoca, ma, anzi, dalla cruda umanità di un presente intossicato. Uno stupore che non può non portare ad una riflessione più seria sul ruolo della presenza poetica, punto di vista nascosto tra le colline, strumento ormai incapace di essere tale, parola inadatta alla comunicazione, per la sua corruzione germinata dall’interno, dalle valli di vuoto che si incontrano dopo i riconoscimenti, dopo le strette di mano, le pacche / le forti emozioni, per gli strapiombi e le desolazioni.

Bergamin dunque, costruendo un nuovo alfabeto morale, parla di un problema attualissimo all’interno del mondo della poesia e dei poeti: la prevalenza del poetico sulla verità della poesia stessa. Il canto espresso in questi versi non è altro che una richiesta, una preghiera di fedeltà a noi stessi – anche se fatta in punto di morte, mentre si è vicini a diventare concime per i fiori – perchè veramente si ritorni ad un’originalità artistica ed eloquente, attendendo che scoppi anche questa stagione, quella di una poesia più vera, che abbia anch’essa il coraggio e l’umiltà di assentarsi, e di tornare, poi, soltanto quando sarà smarrito il ricordo delle fattezze della luce del giorno.

Maddalena Bergamin, L’ultima volta in Italia, Serie “Lyra giovani” a cura di Franco Buffoni, Interlinea, 2017, p. 95, 12 €
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Commenti

  1. SOLO PER DIRE DELLA SEMPLITA’ DELLA TERRA, UNA COSA VERA, REALE, BELLA E STRAORDINARIA! GRAZIE .
    Bergamin dunque, costruendo un nuovo alfabeto morale, parla di un problema attualissimo all’interno del mondo della poesia e dei poeti: la prevalenza del poetico sulla verità della poesia stessa. Il canto espresso in questi versi non è altro che una richiesta, una preghiera di fedeltà a noi stessi – anche se fatta in punto di morte, mentre si è vicini a diventare concime per i fiori – perchè veramente si ritorni ad un’originalità artistica ed eloquente, attendendo che scoppi anche questa stagione, quella di una poesia più vera, che abbia anch’essa il coraggio e l’umiltà di assentarsi, e di tornare, poi, soltanto quando sarà smarrito il ricordo delle fattezze della luce del giorno.

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