Alessandro Parronchi

da “Coraggio di vivere”, Garzanti, 1961

— A che pensi? — La tua voce mi coglie
mentre guardo il paesaggio rispecchiato
sul buio della stanza. Per un poco
l’eco delle parole si sospende
al silenzio che le fa più gravi, poi:
— A che pensi? — E il tuo viso si fa triste
per sapere, indagare…
Penso ai giorni
d’aprile che non io ma un altro certo
ha vissuto come in sogno, ora richiusi
sigillati dietro un vetro trasparente
in un verde irraggiungibile deserto.
Penso a tutto ciò che sfugge dal presente.
Penso a quando sulla terra sarà come
noi non fossimo mai stati, a quel vibrare
delle tremule nell’aria, a quegli odori…

*

da “Il rispetto della natura”, Galleria Pananti, Firenze, 1991

Ti guardo dentro gli occhi e non ne trovo
il fondo e vo a tuffarmici in un giuoco
di farfalla che impazzita ritorna
a bruciarsi al tuo fuoco.
Forma riemersa dalla notte, forma
d’un respiro leggero inconsistente-
mente mosso al tuo transito frequente
che in me non lascia spirito che dorma
salvami, la dolcezza mi riprende
questo vedere solo in te la fine
d’ogni mio desiderio, ecco ti perdo
nella notte di prima.
Tu negata mi sei, quand’anche in riso
volte per amor tuo l’ore, un inganno
i pensieri, alla mia povera vita
contraddicano gli anni.
E in questo buio io non potrei volere
che tu fossi diversa, come il vento
trova sempre le stesse alte spalliere
di verde e le ribacia eternamente.

*

da “Coraggio di vivere”, Garzanti, 1961

Dove cambia la luce del semaforo
il tramonto si perde.
E camminiamo insieme
(camminavamo insieme) in un paesaggio
di fabbriche, deserto,
tra stridori lontani
e rombi che c’inseguono, in un mondo
che ci esclude — ci avvolge
nel caffè dove si entra un’aria ostile —
e tuttavia sorride:
sul ferrame contorto che tra l’erba
di riflessi s’accende,
in arpeggi di sibili dai fili,
e sullo smalto degli isolatori
che il cielo bacia — mentre tra le nubi
quella lama di luna esita, come
una lacrima che non sa più scendere
dalla mandorla bruna dei tuoi occhi.
Traversati i binari
muta il paesaggio. Sono ora profondi
giardini, tutt’intorno alto difesi
dal biancastro dei muri
tetri in quest’ora. E benché in me il passato
urga a scaldarle, incerto è, nel segreto
di queste case solitarie,
se di vita un barlume ancora, o morte
già le invada. La luna
piove intenso bagliore sulla strada.
Tu a me ti stringi
(ti stringevi!) e mi dici:
« Andiamo. » Ed io m’accorgo che tornare
tra la folla che si urta è necessario,
anche se dovrà perdersi
tra mille ombre la tua.
Nel tram dove, spingendoci, ho sul viso
il tuo respiro, il caldo della gota,
siamo vivi: tu a me di nuovo ignota.

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