Philip Roth e la poesia

di Fabio Izzo
Philip Milton Roth è uno scrittore statunitense, tra i più noti e premiati della sua generazione. Il suo successo letterario ha inizio con “Addio, Columbus e cinque racconti” (Goodbye, Columbus, 1959) ( opera con cui ha vinto il National Book Award), ma la sua fama è sicuramente dovuta a “Lamento di Portnoy”, testo che viene a volte indicato come scandaloso. Da allora si è ritagliato un posto di grande interesse, i suoi numerosi lettori sono sempre in trepidante attesa per l’uscita del prossimo titolo, con una produzione lunga e costante. Ora ha annunciato il suo ritiro, ma può uno scrittore ritirarsi davvero? Comunque i suoi estimatori, l’hanno proposto più volte per il Premio Nobel, premiandolo nel frattempo con molti altri riconoscimenti. Roth è infatti il terzo scrittore americano che ha ricevuto l’onore di vedere pubblicata in vita la sua opera completa dalla Library of America. Inoltre nel 2011 ha vinto il Man Booker International Prize e nel 2012 il Premio Principe delle Asturie.

Soffermandoci tra le pagine di “ Why Write? Collected nonfiction 1960-2013”, raccolta di testi dell’autore americano, possiamo arrivare a dire che no, Roth non ha scritto poesie, ma sicuramente ne ha lette visto che in diverse occasioni lo scrittore di origine ebraica per motivare le sue opinioni si rifugia nella poesia.

In un suo intervento, a proposito di un’opera Aharon Appefeld, Roth cita un famoso verso poetico di Paul Celan.“The Immortal Bartfuss”, è un piccolo capolavoro (come spesso indicato dai critici letterari), pubblicato in ebraico e in inglese nel 1988. Questo testo si concentra su un sopravvissuto che vive in Israele ed è continuamente perseguitato dalle sue esperienze legate all’Olocausto. Il protagonista dedica 15 minuti al giorno ad affari clandestini con cui si guadagna da vivere, per poi trascorrere il resto delle sue giornate e delle sue nottate senza fine in un caffè o a passeggiare per la spiaggia o per le vie della città. Bartfuss è estraniato dalla moglie e dalla figlia, e resta diffidente nei loro confronti e verso il mondo in generale. Personaggio sempre assorto nel profondo dei suoi pensieri privati, Bartfuss, come lo stesso Appelfeld, è, secondo le parole di Leonard Michaels, “una figura di terrificante interiorità”, mentre Bartufuss il sopravvissuto, secondo Roth: “ ha ingoiato l’olocausto intero e lo ha attraversato tutto portandoselo tra le braccia. Bartfuss beve il “latte nero” di Paul Celan, ogni mattina, pomeriggio e sera. Non ha nessuno vantaggio su nessuno, ma non ha ancora perso la sua umanità Questo non è un grande affare ma è qualcosa” L’autore di “Pastorale Americana” ricorre quindi al verso del poeta rumeno ebreo di madre lingua tedesca, il cui linguaggio in questa poesia è ricco di metafore e di simboli come si può notare fin dai primi due versi: “Latte nero del primo mattino noi lo beviamo la sera noi lo beviamo a mezzogiorno e al mattino noi lo beviamo la notte”. Questo latte nero è un ossimoro che riunisce in modo paradossale due termini contradittori nella stessa espressione . La chiave di lettura è qui votata al pessimismo, dove la quotidianità candida del normale latte bianco, chiaro simbolo di vita, lascia il posto a questa tetra contrastante colorazione che serve a segnare la presenza della morte in tutta l’opera.

Un altro poeta citato, e sicuramente letto, da Roth è il Beatnik Gregory Corso che nel 1958 ha pubblicato “Bomb”,: poema dal tono cupo, redatto in forma di fungo atomico, che proietta, attraverso le sue parole, in un incubo metropolitano, dove regna la metafora del decadimento e della disgregazione. In questi versi si vive sempre all’ombra della grande bomba atomica. Per questa composizione Corso fu ispirato da una manifestazione contro la “bomba” a cui assistette e da cui rimase impressionato per via della forte carica d’odio presente tra i manifestanti “pacifisti”. Gli sembrò che la mostruosità distruttrice della bomba non fosse tanto diversa da quella di quei partecipanti e di tutti gli uomini che rispondevano con l’odio all’odio verso qualcosa che c’è ed esiste. Per questo motivo sostiene che è impossibile odiare qualcosa sul serio e che nulla può davvero fare male se amata; quindi per lui il vero assassino dell’umanità è solo l’odio. Il risultato fu una lettera d’amore alla bomba. Il poeta italo americano affermava che la condizione umana è già abbastanza difficile senza che la si debba peggiorare, così il flagello, l’ascia, la catapulta di Leonardo, i tomahawk indiani, la spada di S. Michele, la lancia di S. Giorgio sono tutte espressioni usate per indicare la morte.

Roth commenta così il poema di Corso, o per meglio dire, si esprime in questo modo sull’uso fattone da altri autori:
“Mi sembra di aver letto diversi libri o storie negli ultimi anni in cui un personaggio o un altro inizia a parlare di “The Bomb”, e la conversazione in genere mi lascia metà convinto, e in alcuni casi estremamente, con un una certa dose di comprensione per la ricaduta radioattiva; è come se le persone nei romanzi del college facessero lunghi discorsi su che tipo di generazione siano. Ma allora cosa siamo? Cosa può fare lo scrittore con questa parte della realtà americana così com’è? L’unica altra possibilità che si ha è quella di essere Gregory Corso e sfogare l’intera faccenda? L’attitudine dei Beat (se una frase del genere ha un significato) non è, per certi versi, senza appello. Il tutto è una specie di scherzo. America, ha-ha.”

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