Gabriela Fantato, “La seconda voce”

Da LA SECONDA VOCE ( Transeuropa, Massa, 2018)

Cancellazione
I.

Il tormento sfiora ancora le cose
la mattina, nella poca luce, sfiora la tua bocca
dove è offerta in sconto
anche l’infanzia.

Basterebbe poco, la tua benedizione,
un balzo nella schiena, una strana ubriachezza
nel sonno, dove l’argilla ancora asciuga
il confine e non c’è solo
una promessa per anziani, una crepa.

Dalla parte opposta scorrono carrelli
da ipermercato, scivolano dentro
‒ la nostalgia, oltre la ferita.

No, non è grave, questo perdere
questo slittar via, mi dici.
Lo smottamento corteggia la materia,
la mater materia offre nuove legature
e i nostri piedi non tengono il ghiaccio
dentro la gola.

Unica certezza, unica sorte:
una comunità d’ignoti, in marcia, in ressa,
in fuga, nel balzo esatto
dentro l’addio.

Invocazione

Invoco quello stare dritto
davanti e dentro il mondo
senza cerimonia, senza chiedere
e solo per restare, solo per il gesto…
ah, il gesto! la vita dentro le vene
e scorre e viene tutto, proprio tutto
solo nel gran silenzio
dove il tempo separa e taglia ancora
il numero degli anni, i regali con il nastro
della festa dei bambini
e dio è un dio piccolo di pane e buio,
come le figure da presepe, come la ragazza
senza più sorriso eppure salva,
salvata dentro il dolore.

Inutile

La terra suda parole, suda tra
le pieghe e dentro, come una bocca
porta le fiabe ai letti di lacrime,
come un passero che non lascia,
non vuole lasciare,
quel bordo, lassù ‒ non vedi?

La pietra intanto recita i secoli,
li annoda al buio dove noi galleggiamo,
incapaci del sale che
fa crescere i germogli.

Inutile fare il conto, inutile.
Sempre in perdita, la vita.

Doppio addio

Ecco il disadorno silenzio
dove la lunga voce di una madre
raggiunge il cerchio dei giorni
e un sasso, solo un sasso
segna la crepa
tra lei e te, sul bordo di dieci sillabe,
le sue strane canzoni
E chi siamo stati nel carosello
dell’infanzia, bufera al senno enorme
e lo strappo, dopo?

Ecco questa polvere sottile, questo
– niente, dentro l’urna
dove argine era un fuoco, il suo sorriso mite,
perché è poca la fede, poca la storia e noi
bestiole in fuga nel teatro,
dove poco è il passo tra la pace e un addio…
come se il pensiero, come se domani
fosse revocabile, fosse inerte il posto vuoto
e noi, noi smarriti eroi nella basa marea
del giorno, noi soli
nella voce che dice la somiglianza
e la quieta rovina.

Risvegli
a Claudio e Viola

Era il centro dei giorni quell’anno grande.
I mesi non hanno più nome
se non quello semplice dei figli cresciuti
dentro il lettino come il grano alto
nel calore della prima estate.

Il giorno può continuare
il suo girotondo, le mattine invece
sono solo il loro risveglio.
Piccoli gridi in saluto verso
qualcosa lassù, sul soffitto, qualcosa che
solo i bambini vedono.
Forse l’ombra, la parte più grande
del mondo
o un angelo impigliato nel tempo.

La casa accoglie il rito, diventa
ritmo di sonno e veglia dentro
gli angoli aperti alla meraviglia
dove il muro incontra la sua forma.
Cantilena antica di perdite
e resistenza celebrata tra le lenzuola,
scoperta come un miracolo.

Le pieghe nelle stanze si aprono al corpo,
dicono l’abbraccio, dicono le cellule
venute dal buio, diventate sorrisi e
labbra, occhi che inventano, sudore che disegna
piccoli uccelli nel prato
e quei bambini che saranno e
saremo noi, ancora…

 

A una ragazza di nome Martina

UNA RAGAZZA UBRIACA
È STATA VIOLENTATA
DA UN RAGAZZO
NEL BAGNO DI UNA DISCOTECA.

LA VICENDA È RIPRESA DA ALCUNE AMICHE
COL CELLULARE.
POI L’HANNO DIFFUSA SU WHATSAPP
(RIMINI, 2016)

Così brilla da non da capire, così piccola dentro
quelle pareti dove si consuma il pasto del tuo corpo
(braccia allargate a croce, gambe tra altre gambe,
come neppure nei sogni più oscuri e tu
regalata per nulla …)

Tu gettata allo sguardo, offerta in sacrificio
a chi non ha altro cuore che lo schermo,
una scena del giudizio, un uncino dentro
il sangue dove scende la vita e la stanza
– dei no, dei se…
(quella stanza dei tuoi sedicianni,
avuti e perduti nel gioco che si sfrangia,
si mangia e si strappa ogni pena,
anche il tagliosi è fatto un belgioco,
travestito in risata).

Tutto il dolore sarebbe un regalo
se ancora ci fosse, se ancora nascessero
– lacrime chiare.
Ognuno continua e slitta, si allarga,
slitta e si disfa il rettangolo dei nomi,
slitta si perde di occhi sgranati,
abbracci non dati, abbracci così,
come per nulla.

Abbracci, nient’altro…

_____

Gabriela Fantato, poetessa, critica, saggista. Ha vinto diversi premi poetici, tra cui: Gozzano (2003 e 2009, inedito); Montale Europa (2004, inedito), Città di Tortona (edito, 2008); Lorenzo Montano (inedito, 2009). Raccolte poetiche: “A distanze minime”, in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi 2012,Milano) silloge che è pubblicata anche in “Almanacco de Lo Specchio” (Mondadori, 2009, Milano; The form of life, trad. E. Di Pasquale (Chelsea Edition, New York, 2011), Codice terrestre (La Vita Felice, Milano, 2008); il tempo dovuto, poe­sie 1996-2005 (editoria&spettacolo, 2005); Northern Geography, trad. E. Di Pasquale (Gradiva Publications, New York, 2002); Moltitudine, in Set­timo Quaderno di Po­esia Italiana, a cura di F.Buffoni (Marcos y Marcos, 2001); Enig­ma (DIALOGOlibri, 2000) e Fugando (Book editore, 1996) E’ presente in varie antologie, tra cui: Bona Vox, la poesia torna in scena , a cura di R. Mussapi (Jaca Book, Milano, 20101) e Meglio qui che in ufficio, aforismi – epigrafi, a cura di A.Schatz e M. Vaglieri (Rizzoli, 2009). Ha curato con L.Cannillo La Biblioteca delle voci. Interviste a 25 poeti ita­liani (Joker, 2006). Dirige la rivista di poesia, arte e fi­losofia: “La Mosca di Milano”. Per il teatro ha scritto i libretti in versi: Messer Lievesogno e la Porta Chiusa; La bella Melusina; L’elefante di Annibale; Enigma e Ghost Cafè andati in scena nei maggiori teatri italiani.

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