Joyce Mansour, “I nostri passi ci precedono ci seguono”

Joyce Mansour (Collezione privata)

di Giovanni Ibello

La poesia di Joyce Mansour giunge disarmata in tutta la sua irredenta potenza metafisica. Il dettato dell’autrice si articola in un groviglio di visioni surreali. In particolare, parliamo di un itinerario di lacerazioni erotiche, uno spietato luogo del grido (Casa vuota nera spettrale / I nostri passi ci precedono ci seguono). Non esistono messe di quiete. La leggo e mi sussurra qualcosa, come in una vecchia poesia di Charles Simic. Sembra dire: “Parlo d’amore, ma non so cosa amo. So cosa feconda il mio verso: fare del corpo la misura del tremendo“. Una morsa, quella di Eros e Thanatos, destinata a riverberarsi per tutta l’opera dell’autrice. Un trait d’union che non sarà mai abbandonato (il corpo perde le sue forze /desiderando di vedersi morto già muore). Il motivo è presto detto: in questo succedersi di immagini deliranti, si registra un percorso di sperimentazione corporea che non può essere taciuto, ma che anzi viene pericolosamente offerto al lettore. Riporta inevitabilmente alla “Scuola della carne” di Yukio Mishima e più in generale, a quell’idea che per scrivere davvero una poesia è necessario rischiare tutto, anche la vita se necessario. Bisogna dunque mettersi in gioco, ma farlo veramente, fare “all in” col proprio corpo: offrirlo sull’altare della parola (mescolo il fiato al sangue del gufo / il mio cuore corre crescendo / con i folli), non recedere di fronte all’azzardo, a quella sottile demarcazione tra una buona scrittura e un verso “irripetibile”. La poesia appartiene a chi non conosce viltà (Ho aperto la sua bocca senza labbra/ Per muovere una lingua atrofizzata / Ha nascosto il suo sesso profumato / Con una mano blu di morte e vergogna). L’esperienza lirica, dunque, diventa vertigine, una forma di preghiera laica. Come i grandi poeti di ogni secolo, la Mansour comprende che con la parola si può persino sfidare la morte ad armi pari. Nella fattispecie, il poeta si serve dell’erotismo per imparare con il corpo, per affilare le armi nell’improvvido duello con la fine. Il corpo viene così martirizzato, diventa guscio, metonimia (il pube è una roccia che suona vuota / al mattino / l’angoscia si nutre di fango). L’eros invece, è il veicolo del sacro (Dove pregherai / Io pregherò / Oh la disperazione di queste mura addormentate / La tua gente sarà la mia gente). Eppure l’amore resta luttuoso e rapace, ma incapace di amare come amano gli uomini. Un canto di origine e testamento. Nessun compromesso. Pertanto, aveva ragione Bédouin, che per lungo tempo si è occupato del verso di questa straordinaria autrice. Nella poesia della Mansour esiste un’energia paragonabile a quella di madre terra, una potenza sacrale che genera i fiori dai semi. (E tu senza colore svanito sotto terra / Aperto a desideri del fango e dei versi / Testimoni inaffidabili del mio crimine contro Dio).

Potremmo quasi ravvisare una deriva cosmogonica dove i corpi diventano pianeti sull’orlo del collasso. Sullo sfondo un dio peregrino, una falsa promessa: un’estasi che rimane lettera morta.

Blu come il deserto – Antologia poetica 1953-1986 (Terra d’ulivi Edizioni, 2017) trad. it. M. Conti.

 

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