Anna Frajlich, “Un oceano tra di noi”

Anna Frajlich / Credits photo Aleksander Rotner

Anna Frajlich Un oceano tra di noi

di Giovanni Agnoloni

Straziante, densa e visionaria, questa silloge della poetessa polacca Anna Frajlich, figlia di una generazione di emigrati vittime della campagna antisemita del regime comunista del 1968, che costrinse quindicimila ebrei a lasciare la Polonia. Stabilitasi a New York e divenuta docente presso la Columbia University, nel corso degli anni ha composto moltissime liriche, gran parte delle quali il suo traduttore, Marcin Wyrembelski, ha trasposto mirabilmente in italiano, suddividendole in diverse sezioni che non seguono un filo cronologico, ma concettuale ed emozionale. È qui che si annida il crocevia di motivi che attraversano tutte queste poesie: esilio, distacco, memoria, assenza.

Il filo che le collega tutte è quello di un’invincibile nostalgia, che però non è solo una forma di tensione verso ciò che manca, ma anche lo specchio nel quale si riflette la possibilità di un’alternativa storica vista da una prospettiva personale: l’occasione di una vita diversa, che non c’è stata e che, pur tuttavia, di là da quel confine immateriale continua a irradiare immagini quasi olografiche, dense di senso perché cariche di un intenso portato percettivo.

 

 

La città

 

Una luce forte da ovest
colpisce le palpebre
era diversa la vista dalle finestre
della mia infanzia
da un lato i giardini
a perdita d’occhio
dall’altro l’imboccatura di una strada
fiancheggiata dai tigli così folti
che le loro corone creavano un baldacchino
s’intravedeva in fondo come in un tunnel
una luce rotonda
e promettente
la città non era nostra
ma tolta agli altri
che nella furia bellica
ne fuggirono lasciando tutto
o seppellito nei giardini
oppure sotto le macerie
o proprio sul tavolo
i bicchieri di cristallo
con del vino rosso
ancora rimasto dentro
con macchie sul vetro
la città non era nostra
ma fioriva per noi
con i lillà a i meli
nei mille giardini
con le viole e i mughetti
all’ombra delle siepi
fioriva la città sul fiume
che scorreva sul confine
e si sentivano in città
diverse lingue
che sembravano arbusti
trapiantati da est a ovest
qualcuno aveva la parlata di Vilnius
un altro faceva il baciamano come a Leopoli
qualcuno sottovoce
parlava ancora il tedesco
e si udiva per le strade lo yiddish
dei pochi sopravvissuti
e sulle rive del fiume
il gergo portuale
spuntava come l’erba
da sotto i sassi
ed è questa l’immagine che
permane nel mio ricordo
a volte buia
a volte piena di afa estiva
ricordo della primavera e dell’autunno
in mezzo ai fumi delle frasche bruciate
la città della mia infanzia
tolta a qualcuno
per far passare l’infanzia a un altro
da un’altra parte.

(pp. 57-59)

 

 

Che si tratti di riflessioni astratte sulla distanza nello spazio e nel tempo, oppure, come vediamo in questa poesia, di un lacerante e vivido ricordo di una città, Stettino, tolta alla Germania dopo la seconda guerra mondiale – e nella quale Anna Frajlich e sua madre andarono a vivere dopo la seconda guerra mondiale, lasciando la Repubblica Socialista Sovietica Kirghiza, dove l’autrice era nata nel 1942 –, la vita della poetessa diventa l’immagine di un mondo remoto riflessa nell’acqua di un metaforico oceano: l’“oceano tra di noi” del titolo, che ricorre in numerose liriche, ora come simbolo immateriale, altre volte, concretamente, come l’immenso mare che separa l’Europa dall’America.

 

 

Da “Una poesia futile”

 

(…)

… il treno giungerà in stazione
andrò via per sempre
si accavalleranno le acque tenebrose
più profonde di un oceano.

 

(p. 13)

 

 

Da “Un altro sogno da emigrata”

 

(…)

Ormai tra di noi un oceano immenso
svanisce il sogno e la tenace morsa
mi pesa come un peccato mai rimesso
quel taccuino che porto nella borsa.

 

(p. 23)

 

 

Da “Sognando Leopoli”

 

(…)

dall’altra parte dell’oceano
sulla sponda opposta dell’esistenza
la mia mamma sta sognando via Sykstuska.

 

(p. 45)

 

 

Le due donne, madre e figlia, esiliate, continuano a vivere al di là di questo smisurato confine liquido di enormi lontananze, immaginando quel mondo ormai perduto e stentando ad arrendersi all’impossibilità di ritrovarlo nella terra di approdo.

 

 

Poste restante

 

Dall’altra parte dell’oceano l’alba
si starà intrufolando nei sogni
prendesti con te l’estate
e ormai arriva presto
il crepuscolo ogni sera
il tè si sta raffreddando – settembre
si sta macchiando di ruggine
l’uccello si inebriò di rugiada nella brughiera
e si smarrì in mezzo alla foresta.

 

(p. 67)

 

 

Elegia sopra una stufa in maiolica

 

Rocce della mia infanzia
gente del medesimo tram
su cinque continenti diversi
vivono la loro vita.
Rocce della mia infanzia
come vecchie stufe in maiolica smontate
formella per formella
affinché ci sia più spazio
che chissà a chi e cosa mai servirà
spazio dove tutto sembra estraneo.
Quanto vorrei tornare a casa…

…e appoggiare le mani sulle formelle calde.

 

(p. 69)

 

 

New York diventa allora la dimensione dell’assenza e della vagheggiata ripartenza (per tornare), che però cela la sostanziale impossibilità di lasciarla. Essa è “(…) nave / e nel contempo porto” (p. 77) e ha “(…) muri infissi nel cielo” e “(…) vento nelle sue vele di pietra” (p. 81), immagini che sono la perfetta raffigurazione di un carcere da cui è possibile evadere solo mentalmente.

Eppure, anche questo scrigno pietroso di destini sradicati, apparentemente così al riparo da tutto, viene sfregiato in modo agghiacciante l’11 settembre 2001, e questa tragedia la poetessa ripercorre a distanza di quasi sei mesi, affermando che “(…) non si riempirà più la mancanza / il vuoto del dopo” (p. 85); come a dire che l’angosciante spettro di assenza da cui New York aveva dato provvisorio ristoro torna a manifestarsi al suo interno mediante un’esperienza traumatica che è in sé foriera di distacco e devastante vuoto.

Al netto di tutto questo, New York è ormai, sia pur imperfettamente, una seconda casa per Anna Frajlich. In questa megalopoli, sommatoria di tanti esili, emerge così la possibilità di recuperare un senso del tempo vissuto.

 

 

Il tempo

 

È giunto finalmente il tempo
per trovare del tempo
per tornare al tempo
di quando il tempo lo davano
gratis

l’estate era un’estate
colma fino all’orlo
e le amarene erano colme
di una polpa magica
che proteggeva il nocciolo.

 

(p. 65)

 

 

Questa operazione quasi alchemica di contemplazione dello spazio della memoria delle cose andate, entropicamente decadute a formare la successione fittizia di eventi che chiamiamo tempo, pare sanare, o almeno lenire, le ferite del dolore passato. E tale percezione-sensibilità si rivela essere – per vocazione propria – capace di varcare i confini spaziotemporali: si tratta della dimensione delle emozioni più intime, e in particolare dell’amore, come vediamo in questa lirica senza titolo, che dà idealmente il la a tutta la silloge, con il suo primo verso:

 

Un oceano tra di noi
il tempo tagliato con un coltello
così lontani l’uno dall’altro
e la memoria superflua
mi posa ancora sulle guance le tue mani
mi scalda ancora il braccio con il tuo braccio
e le lettere le telefonate i libri e le promesse
le conchiglie vuote
e non ne usciranno perle
ogni giorno usciamo su strade diverse
così estranei
le ferite da taglio
ci mettono tanto
a rimarginarsi?

 

(p. 115)

 

 

Ecco perché la scelta del traduttore-curatore di prescindere da un rigoroso ordine cronologico è vincente: perché il filo conduttore di questi versi è fondamentalmente intimo, e parla – sia pur attraverso lo spunto delle vicende della vita dell’autrice – di sentimenti eterni, archetipici nella loro essenza e perenni nel loro concreto divenire. Il succo della loro armonia segreta è quintessenzialmente musicale, fin quasi arpeggiato, con una morbidezza carica di diverse grane timbriche. In questa felicissima fusione di stile e concetto, Anna Frajlich coniuga tutti gli aspetti sottili, e oserei dire vibrazionali, che rendono l’emozione suono e il suono parola, giungendo così a comporre un discorso melodico polifonico, denso di idee e visioni, volti e luoghi.

 

 

Intervista al traduttore e curatore Marcin Wyrembelski
di Giovanni Agnoloni

 

L’esperienza della traduzione di una poetessa i cui versi sono così carichi di risonanze e ambivalenze evocative della lacerazione dell’esilio ha rappresentato per te una sfida particolare? 

 

Lavorare sulla raccolta Un oceano tra di noi è stata la mia prima esperienza di traduzione poetica in italiano, quindi in una lingua non madre, ma adottiva, a cui voglio un bene ugualmente forte. Certo, è stata una grande sfida, soprattutto nel dover riprodurre le immagini con le parole giuste e mantenere, dove possibile, la musicalità originale. Non sta a me giudicare se da quella sfida sono uscito con lo scudo o sopra di esso. Spero di non aver appiattito niente e spero di aver reso alla poetessa un buon servizio. Personalmente, molto di rado sono contento di me quando si tratta di tradurre. “Quante croci, il traduttore, in cambio di qualche estasi vicaria!”. La frase di Gesualdo Bufalino, tratta dal Il malpensante, rende bene quello che penso e quello che sento dentro di me: nient’altro che una soddisfazione effimera. Praticamente, dura un bicchiere di vino.

In una delle sue poesie, che però non ho incluso nella raccolta, Anna Frajlich, in riferimento al lavoro di un poeta, parla della necessità di “iniettare la flessibilità nelle vene”. Le sue parole si prestano bene per definire anche quello che dovrebbe essere l’obiettivo di un traduttore sensibile, soprattutto quello che traduce testi in versi. Ma questo target, se non si vuole intaccare del tutto il contenuto, è difficilmente e raramente raggiungibile. Tradurre la Frajlich è stato per me come nuotare contro corrente. Il problema non era arrivare alla foce, ma resistere più possibile al flusso spietato contro il quale nuotavo…”

 

Qual è, a tuo avviso, il segreto, e direi quasi la forza intima, della poesia di Anna Frajilich?

 

A mio avviso il segreto di Anna Frajlich sta nella sua profondità che si nasconde in superficie, come scrivo anche nella prefazione alla raccolta attingendo al pensiero di Hugo von Hofmannsthal. La sua forza sta nell’immediatezza del messaggio, nella sua straordinaria capacità di parlare di cose dolorose senza sfiorare l’autocommiserazione, in un’ironia velata. È un giardino di metafore toccanti. Mi avvalgo di nuovo del pensiero di Gesualdo Bufalino che nel Bluff di parole lancia la proposta di “dividere gli scrittori secondo che in ciascuno prevalga l’un senso o l’altro: la vista, il tatto, l’udito, il gusto, l’olfatto…”. Ecco, io nella poesia della Frajlich li trovo tutti equilibrati e calibrati a dovere. La sua poesia è da vivere con tutti e cinque i sensi: la si osserva, la si sfiora, la si ascolta, la si assapora, la si annusa. Ma considera che io sono molto di parte.”

 

Possiamo dire che la poesia polacca, anche grazie all’opera di Anna Frajlich, stia venendo conosciuta per un suo filone meno noto ma altrettanto prezioso quanto quello già reso immortale da Czesław Miłosz e Wisława Szymborska?

 

Sì, direi di sì, così su due piedi userei la metafora del gioco degli scacchi: Czesław Miłosz e Wisława Szymborska sono il Re e la Regina della poesia polacca, ma per giocare una partita hai bisogno anche di altre pedine, no? E io voglio giocare e scommettere sulla Frajlich.”

 

Sei già conosciuto come traduttore non solo verso il polacco, ma anche verso l’italiano. Tradurre verso una lingua non propria dalla nascita, ma divenuta tale con l’uso, il lavoro e la meditazione letteraria, è un’esperienza trasformativa. Ce ne puoi parlare? In che modo ha cambiato il tuo lavoro e la tua percezione di te stesso come traduttore (e quindi, sia pur in altra forma, autore)?

 

“Non sono conosciuto, e preferirei non diventarlo. Il mio compito dovrebbe essere solo quello di riportare il pensiero degli altri in un’altra realtà linguistica e culturale; non dico dovermi trincerare nell’anonimato, ma nemmeno dare troppo nell’occhio. Tradurre è per me un intreccio di lavoro fisico e spirituale. Si ingrassa seduti sulla sedia, provando a spiccare il volo con le ali degli altri, che non ti appartengono. Grazie all’esperienza di traduttore ho capito poi di non conoscere in realtà nessuna delle due lingue: né la mia lingua madre, il polacco, né l’italiano, lingua acquisita, amata, resa mia, forse un po’ meno duttile del polacco, ma piena di un colorito fraseologico unico nel suo genere. L’esperienza di traduzione mi ha costretto a leggere anche i libri che non avrei mai letto, o perché noiosi, o perché scritti male, o perché banali e senza contenuti di pensiero accattivanti (e quindi la maggior parte di quelli che ho letto); ma nello stesso tempo mi ha permesso di scoprire autori che non avrei conosciuto se non avessi intrapreso questo cammino. Ne è un esempio Bogdan Wojdowski, il cui racconto Il sentiero ho tradotto per Felici Editore nel 2015. Tradurre mi ha permesso anche di conoscere meglio me stesso, di vedere e di capire i miei limiti, ma al contempo di disegnare ogni volta nuovi orizzonti dietro i quali chissà cosa ancora riuscirò a trovare…”

 

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Incontri con la poetessa Anna Frajlich e presentazioni della silloge “Un oceano tra di noi”, (ed. La Parlesia, 2018)

 

TORINO – 18 marzo alle 18.00 presso Polski Kot”, in via Massena, 19, nell’ambito dello “Slavika Festival”. Con l’autrice dialogherà Giulia Randone (slavista e dottore di ricerca dell’Università di Torino). Ingresso libero, aperitivo a seguire.

 

BOLOGNA – 19 marzo alle 18.30 presso il circolo culturale “Interno 18”, in via Clavature, 18. Evento organizzato in collaborazione con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e l’Istituto Polacco di Roma. Interverranno Andrea Ceccherelli, docente di Lingua e Letteratura Polacca all’Università di Bologna, Marcin Wyrembelski, traduttore del libro e gli studenti di lingua polacca dell’Università di Bologna. Con le musiche dal vivo di Marta Salvi, violoncellista.

 

FIRENZE – 20 marzo alle 18.00 presso la libreria IBS+Libraccio, via Cerretani 16 R, interverranno: il Prof. Marcello Garzaniti, docente di Lingua Russa, Filologia Slava e Lingue e Letterature Slave Comparate presso l’Università di Firenze, lo scrittore e giornalista Paolo Ciampi, lo scrittore e traduttore Giovanni Agnoloni e il traduttore Marcin Wyrembelski. Evento organizzato in collaborazione con l’Istituto Polacco di Roma.

 

ROMA – 21 marzo alle 18.00 al Conservatorio di Santa Cecilia, Sala Accademica, in via dei Greci, 18, nell’ambito della Giornata Mondiale della Poesia. Lettura di poesie di Anna Frajlich in lingua originale con traduzione in italiano su schermo. Evento organizzato in collaborazione con EUNIC (European Union National Institutes for Culture – Istituti di Cultura Nazionali dell’Unione Europea). Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

 

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